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C’eri

C’eri
In ogni dolore
In ogni lacrima
In ogni paura
In ogni attesa
In ogni offesa
In ogni errore.
C’eri
Nello stillicidio delle ore
Nello smarrimento dell’anima
Nel tremore del cuore.
C’eri
Negli amori sbagliati
Negli abbandoni subiti
Nelle grida malate
Nella incompresa solitudine
Nel respiro veloce.
C’eri
in ogni sorriso strappato
In ogni  risata improvvisa
In ogni struggente emozione
In ogni speranza  delusa
In ogni sogno sognato
In ogni musica che ho amato
In ogni libro sottolineato.
C’eri
Nel freddo dell’inverno
Negli arancioni dell’autunno
Nei fiori della primavera
Nel sole prepotente dell’estate
Nella pioggia
Nella neve
Negli arcobaleni.
Sì. Tu c’eri
Nella mia inconsapevole forza
Nel mio sorriso mai ucciso
C’eri
perché io oggi ancora ci fossi.
C’eri
Perché ci fossimo noi.

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LA MIA SCELTA PIÙ DIFFICILE

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*6 novembre 2009 / 6 novembre 2014*

6 e 30 del mattino, una mattina di novembre piovosa e piena di foschia.
Lascio l’appartamento con la nausea che mi contorce lo stomaco e salgo sulla mia panda, sola.
Mi aspettano quasi 60 km per raggiungere l’ospedale dove devo fare le visite pre- intervento.
Non è possibile farlo in nessun ospedale più vicino.
Ho sonno, sono stanca, ma la strada è facile, guido in modo automatico, con la mente vuota.
Si accende una spia sul cruscotto, sono in riserva, ma non ho tempo di fermarmi, sono in ritardo.
Mi chiedo come sarà la sequenza degli esami.
Stringo la boccetta di amuchina che ho in tasca,è l’anno dell’ “influenza suina”, trovi ovunque disinfettanti per le mani.

Piove, piove, piove…solo grigio, dentro e fuori.

Arrivo nel parcheggio dell’ ospedale e mi avvio all’ingresso.
All’ufficio informazioni mi danno una piantina per raggiungere il padiglione dove ho l’appuntamento.
Vengo accolta gentilmente, un infermiera mi fa accomodare per segnare il mio nome sull’agenda dove vengono fissate le date degli interventi: 13 novembre, se tutti gli esami sono ok.
Dopo di me entra in ufficio una ragazza con una lunga treccia bionda e la faccia triste e dolce.
Le danno la stessa data.
Ci sediamo ad aspettare che ci chiamino per il prelievo del sangue.
Entro…mi fanno alcune domande, mi dicono di venire accompagnata e ciò che dovrò portare con me, ciabatte, camicia da notte: “E’ più comoda”.
Mi spiegano l’intervento, nonostante l’anestesia generale potrò far tutto in giornata e tornare la sera.
Ora l’elettrocardiogramma, altro padiglione, seguo la cartina.
C’e’ tantissima gente in attesa, una voce chiama i nomi da un altoparlante.

Ritrovo la ragazza triste con la treccia.

Mi siedo e aspetto.
Improvvisamente, inaspettatamente, suona il cellulare…
È il mio dentista, un giovane uomo molto sensibile che mi è un poco diventato amico, che sa dell’intervento e mi chiede come va.
Mi commuovo, una persona splendida, come spesso si riconfermerà in seguito.
L’altoparlante gracchia il mio nome e il numero dell’ambulatorio, mi piazzano addosso gli elettrodi: “Sì rilassi, si rilassi!”.

Ma io sono triste, stanca, ho paura.

Fatto l’elettrocardiogramma, rifaccio il percorso all’indietro, mi aspetta la visita, l’esito degli esami, la conferma della possibilità di fare l’intervento.
Il medico è molto gentile, mi spalma il gel gelido per l’ecografia e guarda il monitor, che io non vedo, volutamente non è girato verso di me,volutamente non emette suoni.
Esce un attimo, mentre mi rivesto, e l’istinto mi porta a guardare il monitor, fermo su un’immagine.
Il fermo immagine del progetto di 10 settimane di un essere umano: mio figlio/a.
L’intervento del 13 novembre si chiama tecnicamente IVG, più chiaramente e semplicemente: aborto.
Il medico rientra, mi prescrive dei farmaci da assumere dopo l’”intervento” ( mai, nessuno, usa il termine aborto ), mi stringe la mano: “ci vediamo la settimana prossima”.
Esco…ancora la ragazza dalla lunga treccia,faticosamente mi sorride, alcune donne alla 40 settimana di gravidanza che aspettano il monitoraggio, è tutto così surreale.
Raggiungo la macchina e riparto.
Cerco di non pensare, mi fermo a far benzina, ma i pensieri non si fermano.
Che scelta sto facendo? Perché la sto facendo?
Perché il padre del mio bambino/a mi ha abbandonata, perché ho un lavoro incerto e problemi economici, perché ho problemi di salute che potrebbero peggiorare con la gravidanza e il parto, perché assumevo farmaci al momento del concepimento e, nonostante le rassicurazioni dei rischi di malformazioni ci sono.

Perché…perché…perché?

Il 13 novembre non mi sono presentata.
Ho capito che non avrei mai potuto farlo, che non sarei sopravvissuta mentalmente, che non mi sarei perdonata.
Da allora, da quella soffertissima esperienza capisco molto di più chi non fa la mia scelta.
Capisco profondamente, visceralmente, conosco lo sconvolgimento interiore che si attraversa, trovo ingiusti e a volte crudeli giudizi e condanne.

Capisco, pur tifando per la vita.

Capisco.

Cinque anni da quel giorno e ho una figlia.

Cinque anni dalla scelta più difficile della mia vita.

E oggi ripenso anche a quella ragazza dalla lunga treccia bionda, che, qualunque scelta abbia fatto, sento come sconosciuta sorella.

Lucia

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