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LA MIA SCELTA PIÙ DIFFICILE

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*6 novembre 2009 / 6 novembre 2014*

6 e 30 del mattino, una mattina di novembre piovosa e piena di foschia.
Lascio l’appartamento con la nausea che mi contorce lo stomaco e salgo sulla mia panda, sola.
Mi aspettano quasi 60 km per raggiungere l’ospedale dove devo fare le visite pre- intervento.
Non è possibile farlo in nessun ospedale più vicino.
Ho sonno, sono stanca, ma la strada è facile, guido in modo automatico, con la mente vuota.
Si accende una spia sul cruscotto, sono in riserva, ma non ho tempo di fermarmi, sono in ritardo.
Mi chiedo come sarà la sequenza degli esami.
Stringo la boccetta di amuchina che ho in tasca,è l’anno dell’ “influenza suina”, trovi ovunque disinfettanti per le mani.

Piove, piove, piove…solo grigio, dentro e fuori.

Arrivo nel parcheggio dell’ ospedale e mi avvio all’ingresso.
All’ufficio informazioni mi danno una piantina per raggiungere il padiglione dove ho l’appuntamento.
Vengo accolta gentilmente, un infermiera mi fa accomodare per segnare il mio nome sull’agenda dove vengono fissate le date degli interventi: 13 novembre, se tutti gli esami sono ok.
Dopo di me entra in ufficio una ragazza con una lunga treccia bionda e la faccia triste e dolce.
Le danno la stessa data.
Ci sediamo ad aspettare che ci chiamino per il prelievo del sangue.
Entro…mi fanno alcune domande, mi dicono di venire accompagnata e ciò che dovrò portare con me, ciabatte, camicia da notte: “E’ più comoda”.
Mi spiegano l’intervento, nonostante l’anestesia generale potrò far tutto in giornata e tornare la sera.
Ora l’elettrocardiogramma, altro padiglione, seguo la cartina.
C’e’ tantissima gente in attesa, una voce chiama i nomi da un altoparlante.

Ritrovo la ragazza triste con la treccia.

Mi siedo e aspetto.
Improvvisamente, inaspettatamente, suona il cellulare…
È il mio dentista, un giovane uomo molto sensibile che mi è un poco diventato amico, che sa dell’intervento e mi chiede come va.
Mi commuovo, una persona splendida, come spesso si riconfermerà in seguito.
L’altoparlante gracchia il mio nome e il numero dell’ambulatorio, mi piazzano addosso gli elettrodi: “Sì rilassi, si rilassi!”.

Ma io sono triste, stanca, ho paura.

Fatto l’elettrocardiogramma, rifaccio il percorso all’indietro, mi aspetta la visita, l’esito degli esami, la conferma della possibilità di fare l’intervento.
Il medico è molto gentile, mi spalma il gel gelido per l’ecografia e guarda il monitor, che io non vedo, volutamente non è girato verso di me,volutamente non emette suoni.
Esce un attimo, mentre mi rivesto, e l’istinto mi porta a guardare il monitor, fermo su un’immagine.
Il fermo immagine del progetto di 10 settimane di un essere umano: mio figlio/a.
L’intervento del 13 novembre si chiama tecnicamente IVG, più chiaramente e semplicemente: aborto.
Il medico rientra, mi prescrive dei farmaci da assumere dopo l’”intervento” ( mai, nessuno, usa il termine aborto ), mi stringe la mano: “ci vediamo la settimana prossima”.
Esco…ancora la ragazza dalla lunga treccia,faticosamente mi sorride, alcune donne alla 40 settimana di gravidanza che aspettano il monitoraggio, è tutto così surreale.
Raggiungo la macchina e riparto.
Cerco di non pensare, mi fermo a far benzina, ma i pensieri non si fermano.
Che scelta sto facendo? Perché la sto facendo?
Perché il padre del mio bambino/a mi ha abbandonata, perché ho un lavoro incerto e problemi economici, perché ho problemi di salute che potrebbero peggiorare con la gravidanza e il parto, perché assumevo farmaci al momento del concepimento e, nonostante le rassicurazioni dei rischi di malformazioni ci sono.

Perché…perché…perché?

Il 13 novembre non mi sono presentata.
Ho capito che non avrei mai potuto farlo, che non sarei sopravvissuta mentalmente, che non mi sarei perdonata.
Da allora, da quella soffertissima esperienza capisco molto di più chi non fa la mia scelta.
Capisco profondamente, visceralmente, conosco lo sconvolgimento interiore che si attraversa, trovo ingiusti e a volte crudeli giudizi e condanne.

Capisco, pur tifando per la vita.

Capisco.

Cinque anni da quel giorno e ho una figlia.

Cinque anni dalla scelta più difficile della mia vita.

E oggi ripenso anche a quella ragazza dalla lunga treccia bionda, che, qualunque scelta abbia fatto, sento come sconosciuta sorella.

Lucia

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NON DOVEVO ESSERE MADRE

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” Non sarò mai una madre.Resterò per sempre una ragazza.Invecchiero’ così,asciutta e sola. Il mio corpo non si sformerà, non si moltiplicherá.Non ci sarà Dio. Non ci sarà raccolto. Non ci sarà Natale. Bisogna cercare nel mondo, nella sua aridità, nelle sue strettoie il senso della vita…in questi negozi, in questo traffico…Invecchiero’ così.” Avevo 40 anni, una diagnosi di infertilità, una relazione con un uomo sbagliatissimo, e questa descrizione di sé stessa dalla protagonista di “Venuto al mondo” di M. Mazzantini, sembrava la mia descrizione perfetta. Io che, cresciuta da sola, figlia unica, avevo sognato di avere due, tre figli, non sarei mai stata chiamata “mamma”, sarei continuata a sembrare una ragazza, al di fuori, stranamente risparmiata tanto a lungo dai segni del tempo e il mio ventre inospitale sarebbe rimasto sempre vuoto. Quindi che significavano quelle due lineette sul test di gravidanza? Fatto con la leggerezza di chi deve solo confermare che l’impossibile resta impossibile, anche dopo una settimana di ritardo? Significavano che la frase “nulla è impossibile” si rivela a volte non essere un luogo comune,significavano che a due mesi dai miei 41 anni,una vita stava cercando di crescere in me. “Non desiderare troppo qualcosa, potresti essere accontentato”; questa frase mi si formulò in mente, non gioia, non la sensazione del miracolo, ma terrore, voglia di fuga,consapevolezza che la fuga l’avrebbe senz’altro fatta il padre, che già aveva figli grandi, che con me non si sentiva affatto impegnato, figuriamoci con un figlio. È stato un lungo travaglio interiore accettare questo miracolo e pensarlo un dono. È stata dura essere abbandonata incinta. È stata dura non interrompere questo cammino nuovo e impervio e tornare sulla strada non facile, ma conosciuta, percorsa per metà della mia vita. È stata dura scegliere di far correre dei rischi al mio fragile corpo provato da anni di disturbi alimentari, di lasciar riempire il conosciuto vuoto da una creatura. Una creatura mia. Ma la mia scelta più solitaria, più drammatica,l’ho fatta, sfuggendo all’ultimo momento ad un aborto già fissato e pagandola in termini di salute più di quanto pensassi, mi verrebbe da dire più di quanto meritassi. Nulla è andato come speravo andasse nei sogni che accompagnano una gravidanza. Dicono che la vita comincia a quarant’anni e questo sì è un illusorio luogo comune, ma una vita l’ho fatta iniziare comunque, ed e’ una meravigliosa vita, è bionda, ha gli occhi azzurri, ha un sorriso che irradia luce, e mi chiama “mamma”.

Lucia

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