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Portami alla luce

Dolgono le viscere
Ferite da quelle stesse
Che mi han generata.
Uccisa da parole
Di un amore mai stato
Solo nel tuo
Posso rinascere.
Curami questo ventre malato,
Riempimi
Di un amore sempre stato,
Che il grembo mio
Riconosce
Come unico vero.
Fammi gridare
Il dolore
E trasformare il pianto,
Solo le tue braccia
Solo le tue mani
Solo la tua bocca
Solo il tuo sesso
Solo tu hai saputo
Portarmi alla luce.
Chè non solo le madri
Sanno dar la vita.

Volevo essere una farfalla – Michela Marzano

“…L’esperienza e le riflessioni di Michela danno voce alle persone che hanno sofferto e soffrono di disturbi alimentari ma toccano anche un pubblico “estraneo” alla malattia che spesso fatica a capire le dinamiche che ci sono dietro…”

Sara Tordi

MonDonna

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Michela è intrappolata in un ruolo che si è assegnata per non deludere le aspettative paterne, segue le regole senza contestarle, razionalizza e rimane sempre concentrata sui suoi obbiettivi e sulle aspirazioni che le permettono di diventare una filosofa e di insegnare all’università di Parigi.
Vorrebbe essere libera e leggera come una farfalla, vorrebbe controllare la fame che si porta dentro ed annullare -o riempire- la voragine, il nulla che sente al suo interno ed il cibo è la manifestazione del lutto che prova la sua anima.
Ci racconta la sua storia, analizza i fatti, i ricordi, le sensazioni, il baratro, le cadute, le storie d’amore intraprese e colate a picco, le sedute dallo psicologo ed i tanti anni di analisi che la portano a conoscersi e a rimestare quel dolore così antico che si era assopito nei meandri della memoria.
Essere anoressiche non è una scelta, è una malattia che…

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Giorni no

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Foto di e con Lucia Lorenzon

Giorni in cui il corpo affossa l’anima.
Cerchi di resistere ma i tuoi pensieri più luminosi si sfocano, s’annebbiano e ti ripieghi su te stessa. Mantieni il più possibile gli impegni quotidiani, arrancando, nervosa, impaziente, anche con la tua bambina, cui poi cerchi di spiegare, scusandoti.
Ma la nausea e il dolore ti corrompono l’anima, ti insinuano dubbi, paure: “Ecco e adesso quanto durerà? Quanto dovrò sopportare? Quanto dovrò modificare le mie giornate?”
Quanta stanchezza questo costante ricadere, questa altalena tra la speranza, il “Dai che qualcosa va meglio” e il peggioramento che ti aspetta inesorabile, spietato.
E cerchi di isolarti per non dare disturbo alle vite di chi ami e scrivi, scrivi…riversi su fogli e tastiera il male, la tristezza, le lacrime trattenute.
E poi la musica…e quella foto in concorso che chissà come va, e gli scambi su Facebook, gli amici in difficoltà per motivi diversi cui postare anche un semplice “Forza! ❤” che dici a loro e a te stessa, contemporaneamente.
E viene sera in qualche modo.
Un’ ora alla volta,  un minuto alla volta.
Lavi i capelli, bevi l’ennesima tisana allo zenzero, perché il plasil e altre medicine non lo puoi prendere e allora che altro fai per la nausea?
Che fatica.
Vorresti deporre le armi e piangere per ore di seguito, chè forse va fuori qualcosa.
E tu che manchi, ma di nuovo si palesa il pensiero del perché mai dovrei appesantire la vita di qualcuno con tutti questi casini.

Dai che magari dura poco.
Dai che magari se riesci a riposare ti riprendi.
Dai che magari son anche gli ormoni, il ciclo che si avvicina.
Dai…dai…Lucia. Resisti anche stavolta.”

FORZA! ❤

Lucia

E poi scopri che hai paura…

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Immagine da web

E poi scopri che hai paura.

Hai paura di un cuore che sei consapevole potrebbe battere a un ritmo diverso.

Che devi frenarlo, ragionando e mettendo paletti, perché è meglio cosí, perché sai che le cose le vivi senza rete di protezione.

Che se ti innamori ti innamori mica “un poco”. No, tu ci metti dentro il cuore, l’anima, il corpo, senza riserve.

Metti in gioco tutto.

Ma hai paura.

Paura dell’ennesima disfatta.

Paura di qualcosa che nemmeno provi più a cercare di sapere se “potrebbe essere”.

Paura di diventare ancora una “a scadenza breve”…

Perché da te si viene attratti ma poi si scappa.

Perché hai troppi problemi di salute che ti limitano la vita.

Perché soffri e spesso sei insopportabile. Perché i “non ce la faccio” sarebbero troppi, anche nelle cose semplici, perché  il dolore hai imparato che da sola lo gestisci meglio e non vuoi che qualcuno lo veda.

Non vuoi nemmeno raccontarlo tutto, perché sembra troppo pure a te.

Perché, per sopravvivere ti sei riempita di abitudini e passioni che sono la tua salvezza, cui non rinunceresti piu’,  ma anche di abitudini che ti fanno male ma non  sai piu’ come cambiarle e nemmeno ci provi, ormai.

E allora, se ti si insinua l’idea che nononostante tutto non sei protetta dal “rischio” di innamorarti e se un pensiero diverso potrebbe farsi strada tra i tanti che hai…ti dici che devi scacciarlo, non sondarlo, non alimentarlo in alcun modo.

Che’ l’amore non è fatto per qualcuno che vive come vivi tu.

E cerchi di regolare il battito…cerchi

di tirare fuori la pietra del “tanto è impossibile” e piazzarcela sopra a quello stupido cuore.

Lucia

Quando non sai piú se sei sei degna d’essere madre

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Stella 2 agosto 2015

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Stella "in volo" 2 agosto 2015

E avere paura dei miei pensieri.
Detestarli, ripudiarli e non riuscire ad impedire che vengano.
Sapere che non saranno capiti quasi da nessuno.
Non sapere se farsi aiutare dal cuore o dalla ragione.
Stare male e non trovare tregua da anni.
Stare male fisicamente e non trovare ascolto vero perché l’ascolto vero, la personalizzazione vera delle cure mediche, l”ad personam” è ancora utopia, in fondo, e prevale il procedere secondo “prassi” senza considerare che non si può applicare una “regola” se si è di fronte ad un’ “eccezione”.
Avere avuto una figlia, da sola,  sfidando mille rischi ma sognando un futuro, insieme ad affrontare tutto, e trovarsi travolti, da subito, da dolori fisici tremendi, a 20 giorni dal parto cesareo essere di nuovo in sala operatoria, con la mia neonata  lontana, affidata ad una parente e problemi che nel tempo non si sono ne’ attenuati ne’ risolti, nonostante mille visite, mille analisi, esami invasivi, terapie, migliaia di euro spesi, cure sbagliate che mi hanno danneggiato ulteriormente.
Ipotesi e diagnosi vaghe sul crollo del mio corpo dopo gravidanza e parto. Forse la conseguenza di tanti anni di anoressia e bulimia, forse aderenze, forse endometriosi , colon irritabile, anemia, problemi alla colonna ecc. ecc.
Alcuni esclusi, alcuni presenti e irrisolti.
Reazioni anomale a quasi tutti i farmaci di uso più’ comune. Difficoltà a controllare ogni sintomo, dolore cronico che a volte appanna la mente.
E non riesci più’ a fare neanche una passeggiata e non riesci più’ a programmare nulla.
Ostaggio del tuo corpo.
“L importante è che tua figlia stia bene” frase che arrivi a odiare.
No che non è importante solo quello. Mia figlia non ha un padre, mia figlia vive grazie anche alle pensioni dei nonni, che sono di enorme aiuto ma sono anziani e non ci saranno sempre.
È importante che stia bene anche io. Importante che io non soffra tanto, non pianga così spesso, importante che possa occuparmi di lei…importante che possa fare una passeggiata senza dolore.
E  quei sentimenti…quei pensieri che rifiuti e vengono lo stesso: “se non l’ avessi avuta…non starei così” e lo sai perfettamente che lei non ha colpa alcuna, ma a volte ti senti come se la tua vita fosse stata immolata alla sua, lei un fuoco che divampa, tu una candela che si spegne.
Lo sai che l’ami, e ti prende l’angoscia di un possibile rancore verso tua figlia, rancore che non deve essere.
“Non pensa così una madre…”
“Pensa a chi un figlio lo ha perso e farebbe qualsiasi sacrificio e sopporterebbe qualunque cosa…”
“Non eri adatta a fare la madre…”
Forse…Forse…
Forse sono solo un essere umano.
Forse sono condannabile e mi sto condannando anche io.
Forse un giorno anche i suoi occhi azzurri e innamorati di bambina mi rimprovereranno, mi giudicheranno, mi condanneranno.
Forse no.
T’amo come posso, come so.
Forse non è davvero abbastanza e non ho giustificazioni.
T’amo come quando mi sono giocata tutto, ho corso tutti i rischi paventati , per farti venire al mondo…o no?
Ci sei… Sei sicuramente ciò che di più bello ho fatto. Una bellezza commovente e un carattere d’oro…
E che tu mi possa perdonare.
Che io sia degna ugualmente, almeno un poco, del tuo chiamarmi  “mamma”.
Che io sia degna d’esserlo, nonostante tutto.

Ascesa verso l’inferno

La testimonianza di una amica ,Michela, che scrive per MonDonna, caduta e poi faticosamente uscita da piú ricoveri in Trattamento Sanitario Obbligatorio

MonDonna

Riportando la mia esperienza come ex paziente psichiatrica, vorrei far conoscere quello che si cela dietro le cure, che purtroppo vengono sempre più dispensate per ogni problema che la vita può riservare. Non farò nomi, ne citerò la struttura ospedaliera. Mi scuso se turberò qualcuno, ma ho voluto presentare l’argomento in tutta la sua spietata verità, non intendo recar offesa alcuna. Grazie a tutti coloro che si soffermeranno a leggere queste parole.

“La speranza di veder arrivare qualcuno, di veder quelle porte maledette aprirsi e arrancare contando le piastrelle che separavano la stanza dalla libertà, attaccata alla parete per non cadere tra vertigini invadenti e tremori costanti, con gli odori di piscio e di sangue, urla che magicamente svanivano all’arrivo del parente che, rassicurato, se ne usciva con la coscienza pulita ad abbracciar il sole o la pioggia.. avrei dato qualsiasi cosa per danzare sotto la pioggia, senza inciampare.”
“Era…

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