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9 mesi di gravidanza in 4 minuti

Spettacolare

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La gravidanza e il corpo delle donne

“Non c’é niente che renda tanto felici o tanto tristi, tanto orgogliose o tanto stanche quanto la maternità”
ELIA PARSONS

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Immagine da web

Il corpo delle donne ha in se un’onnipotenza che madre natura ha riservato al genere femminile. Portare in grembo una vita, esserne l’unica, fondamentale, fonte di sopravvivenza, custode e scrigno.
È un dono, una responsabilità, un “potere” immenso, una vertigine. E quando si rimane incinte questa onnipotenza la si percepisce subito. Quella vita che inizia dipende da noi, le uniche in grado di poter decidere di farla crescere dentro di noi, o di rinunciarvi. Ogni gravidanza è un evento unico, un percorso che non sarà mai uguale a nessun altro, anche se si hanno più figli. E il corpo di una donna risponde a questo suo “impegno” in modo ogni volta diverso e non prevedibile.
Passeremo i primi mesi con la testa nel wc a vomitare l’anima?
Ingrasseremo in modo spropositato anche se non volevamo prendere più di 7 kg?
Inonderemo il nostro ventre di olio di mandorle dolci per scongiurare la comparsa di smagliature che, fregandosene di tutto, compariranno devastanti sul ventre di una 25enne risparmiando invece una quarantenne “primipara attempata”?
Verremo coperte di macchie marroni peggio di una tovaglia macchiata di caffè? O pelle e capelli diverranno belli come non mai?
Le nostre gambe si tramuteranno in una carta geografica percorsa da autostrade, strade e sentierini blu di vene e capillari che altro non aspettavano per farsi vedere?
Il nostro rigoglioso seno, che mai aveva raggiunto una quarta/quinta/sesta, fin dove crollerà a fine allattamento?
Il nostro pavimento pelvico solido come l’acciaio reggerà?
O capiremo dopo la gravidanza e il parto il vero significato della frase “farsela addosso dalle risate”?
Sì, qualcosa si può arginare, ma non credete a chi dopo il parto guarderà i vostri kg di troppo, le vostre smagliature o le vostre vene varicose dicendo che vi siete trascurate. Il più delle volte sono solo persone che hanno avuto fortuna. Poi ci sono tante altre grandiose scoperte, dalle ciambelle per sedersi per non morire di dolore, agli sciroppi che impediscano allo stomaco di bruciarvi peggio di una fiamma ossidrica esofago e bocca.
E poi la glicemia…
e la pressione…
E tutto questo se non ci son problemi ben più seri sui quali non mi inoltro nemmeno. Non è una passeggiata una gravidanza, se non per poche elette che ci guardano magari fulgenti dalla tv (immagini spesso mendaci, ma non per questo meno destabilizzanti). Non una passeggiata, ma il più grande miracolo del corpo femminile, che spesso ci lascerà segni per sempre, ma non guardiamoci disgustatate, facciamo ciò che è giusto fare per migliorarci, quando il nostro neonato non avrà più necessità di averci a disposizione 24 ore su 24, osserviamo piuttosto con tenerezza e orgoglio le tracce lasciate dalla più grande delle imprese di una creatura umana e a nessuno permettiamo di denigrarci.
E stiamo certe che per quella creatura che abbiamo messo al mondo siamo le più belle, comunque, sempre.

Lucia

Una magnifica fotogallery del corpo femminile, durante e dopo una gravidanza, aprendo questi link:

http://www.jadebeall.com/#!/index/G0000Wm35big.yVE

http://www.mammeoggi.it/donne-dopo-il-parto/7062/

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ESSERE MADRI: “tra modelli di irraggiungibile perfezione e realtà”

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* ” Cosa sia una “buona madre” lo decidono gli altri. Il coro. Quelli che sanno sempre cosa si fa e cosa no. Cosa è giusto, saggio, utile. Quelli che dicono “è la natura, è così”: devi avere pazienza, assecondare i ritmi, provare tenerezza, dedicarti. Se ti senti affondare è perché sei inadeguata. Se i figli non vengono devi rassegnarti: non accanirti, non insistere. Si vede che non eri fatta per essere madre. Se non ne hai voluti devi avere in fondo qualcosa che non va. Se non hai nessuno vicino che voglia farne con te è perché non l’hai trovato, sei stata troppo esigente, forse troppo inquieta. Se preferisci il lavoro allora cosa pretendi. Se ti stanca sei depressa, se ti fa impazzire sei un mostro… Una cattiva madre. ”

     Io non so come si sentano davvero le tante figure di madri perfette che ci vengono proposte e raccontate dai media e dalle madri stesse.
Fatte di dedizione, abnegazione, pazienza, generosità.
Modelli impossibili cui solo l’idea di paragonarsi fa sprofondare nel senso di inadeguatezza e di colpa.
Modelli che poi fanno gridare al “mostro”, nei casi più gravi,  o al “che razza di madre” nei più lievi, a seconda che da questo modello ci si discosti solo un poco, o troppo.
E quelle che mai dovrebbero giudicare sono proprio le madri.
Perché nulla è imprevedibile come ciò che avviene dopo un concepimento.
A qualsiasi età, in qualsiasi condizione di vita.
Non si sa cosa si proverà, si pensa ad uno stato di inattaccabile felicità e invece ci si puó ritrovare a sentirti stranamente “occupate”, “invase” da qualcosa di estraneo, che non si riesce subito a sentire proprio, subito ad amare.
Orrore? No che non lo è, non si nasce madri, lo si diventa e non neccessariamente è un meccanismo automatico.
Quella nuova vita impiantata nel tuo corpo, nel tuo ventre, che di esso vive e si nutre, implica un processo di accettazione fisica e psicologica, che non sempre avviene subito. A volte avviene nel corso della gravidanza, a volte dopo la nascita,  a volte il rifiuto è talmente imprevisto, e devastante, da spingere all’aborto donne che hanno concepito i loro figli volendolo fare, all’interno di una relazione stabile, e non si sarebbero mai aspettate la sconosciuta, profonda, incoercibile, reazione di rifiuto.
Poi la gravidanza…e il sogno di nove mesi felici spesso rimane, appunto, un sogno.
Fulgide e bellissime mamme che girano per giornali e tv sono esempi falsati, edulcorati, “costruiti”.
La realtà può essere terribilmente diversa.
Mesi di nausee incoercibili, aumenti smisurati di peso, smagliature, diabete, pressione alta, problemi circolatori, stitichezza, emorroidi, dolori alla schiena …per citare ciò che può essere considerato piu’ ” lieve”, e senza parlare di madri che passano nove mesi a letto, delle tante che perdono i figli nelle più varie età gestazionali, delle gestosi gravidiche, dei mille gravissimi problemi cui si puo’ incorrere, durante e dopo la gestazione, e in cui può incorrere la vita che si porta in grembo.
La magia di una creatura umana che si muove dentro di sé non ha nemmeno parole per essere raccontata, ma a volte la magia si intercala a momenti d’incubo, a inconfessabili “chi me l’ha fatto fare?” a vortici di paure che si tengono nascoste dentro, seppellite, perché si può e si deve solo manifestare gioia, solo ciò che è “accettabile”.
E si partorisce.
Si possono fare tutti i corsi pre-parto del mondo, leggere tutto il leggibile, ma nulla ci dirà davvero come andrà il parto, che sia naturale o cesareo, solo vivendolo sì capirà  il dolore, la paura, lo smarrimento, l’onnipotenza, la felicità.
Ci si potrà sentire sole, anche assistite da mille attenzioni, o fortissim,e anche se, invece, si è  realmente sole in una sala operatoria, un attimo prima che ti taglino il ventre.
Un’incognita con un unica certezza: si diventa madri, e lo si sará per sempre.
Come si riuscirá ad esserlo? Anche qui interverranno mille fattori che non si potevano prevedere.
Dalla propria reazione, a quella che è la ciclopica impresa di gestire un neonato, alla reazione di chi si ha accanto, o al fatto che accanto non si ha proprio nessuno.
Ogni giorno è un camminare in equilibrio su di un filo, e ci si prova a far quadrare tutto, a far fronte a ciò che non si sapeva sarebbe avvenuto, alla malinconia che può diventare depressione, alle critiche costanti, alla nuova immagine di sé con cui si deve fare i conti.
E a volte i conti non quadrano, non tornano.
I soldi non bastano, il sonno non basta, il tempo non basta.
Ci si prova, ognuna come può, scendendo a patti con i limiti che si conoscevano e con limiti nuovi, ma anche con risorse e forze inattese
Si prova e si sbaglia, sperando di fare nel miglior modo possibile, cercando di perdonarsi, di essere tolleranti anche, e soprattutto, con sé stesse, puntando sull’amore, se altri punti di riferimento vacillano.
Sperando che, quel nuovo essere umano che si è messo al mondo lo senta che lo ami, lo senta anche se si è stravolte da mille problemi e sembra di non farcela mai.
Si prova, tra successi e cadute, tra fiumi di lacrime e impagabili felicità, e senza sapere assolutamente come andrà.

* ” Una madre lo sa di quanti siano i modi di essere madre, o di non esserlo affatto. Di quante ombre sia pieno l’amore perfetto, quello tra madri e figli, e di quante risorse inattese.
Tanti modi così diversi e tutti senza colpa.
Dalle donne passa la vita, sempre. Dalla pancia, dalla testa, dalle mani e dai ricordi.
E una madre questo lo sa. ”

Lucia Lorenzon

* citazioni da “UNA MADRE LO SA” di Concita De Gregorio

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LA MIA SCELTA PIÙ DIFFICILE

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*6 novembre 2009 / 6 novembre 2014*

6 e 30 del mattino, una mattina di novembre piovosa e piena di foschia.
Lascio l’appartamento con la nausea che mi contorce lo stomaco e salgo sulla mia panda, sola.
Mi aspettano quasi 60 km per raggiungere l’ospedale dove devo fare le visite pre- intervento.
Non è possibile farlo in nessun ospedale più vicino.
Ho sonno, sono stanca, ma la strada è facile, guido in modo automatico, con la mente vuota.
Si accende una spia sul cruscotto, sono in riserva, ma non ho tempo di fermarmi, sono in ritardo.
Mi chiedo come sarà la sequenza degli esami.
Stringo la boccetta di amuchina che ho in tasca,è l’anno dell’ “influenza suina”, trovi ovunque disinfettanti per le mani.

Piove, piove, piove…solo grigio, dentro e fuori.

Arrivo nel parcheggio dell’ ospedale e mi avvio all’ingresso.
All’ufficio informazioni mi danno una piantina per raggiungere il padiglione dove ho l’appuntamento.
Vengo accolta gentilmente, un infermiera mi fa accomodare per segnare il mio nome sull’agenda dove vengono fissate le date degli interventi: 13 novembre, se tutti gli esami sono ok.
Dopo di me entra in ufficio una ragazza con una lunga treccia bionda e la faccia triste e dolce.
Le danno la stessa data.
Ci sediamo ad aspettare che ci chiamino per il prelievo del sangue.
Entro…mi fanno alcune domande, mi dicono di venire accompagnata e ciò che dovrò portare con me, ciabatte, camicia da notte: “E’ più comoda”.
Mi spiegano l’intervento, nonostante l’anestesia generale potrò far tutto in giornata e tornare la sera.
Ora l’elettrocardiogramma, altro padiglione, seguo la cartina.
C’e’ tantissima gente in attesa, una voce chiama i nomi da un altoparlante.

Ritrovo la ragazza triste con la treccia.

Mi siedo e aspetto.
Improvvisamente, inaspettatamente, suona il cellulare…
È il mio dentista, un giovane uomo molto sensibile che mi è un poco diventato amico, che sa dell’intervento e mi chiede come va.
Mi commuovo, una persona splendida, come spesso si riconfermerà in seguito.
L’altoparlante gracchia il mio nome e il numero dell’ambulatorio, mi piazzano addosso gli elettrodi: “Sì rilassi, si rilassi!”.

Ma io sono triste, stanca, ho paura.

Fatto l’elettrocardiogramma, rifaccio il percorso all’indietro, mi aspetta la visita, l’esito degli esami, la conferma della possibilità di fare l’intervento.
Il medico è molto gentile, mi spalma il gel gelido per l’ecografia e guarda il monitor, che io non vedo, volutamente non è girato verso di me,volutamente non emette suoni.
Esce un attimo, mentre mi rivesto, e l’istinto mi porta a guardare il monitor, fermo su un’immagine.
Il fermo immagine del progetto di 10 settimane di un essere umano: mio figlio/a.
L’intervento del 13 novembre si chiama tecnicamente IVG, più chiaramente e semplicemente: aborto.
Il medico rientra, mi prescrive dei farmaci da assumere dopo l’”intervento” ( mai, nessuno, usa il termine aborto ), mi stringe la mano: “ci vediamo la settimana prossima”.
Esco…ancora la ragazza dalla lunga treccia,faticosamente mi sorride, alcune donne alla 40 settimana di gravidanza che aspettano il monitoraggio, è tutto così surreale.
Raggiungo la macchina e riparto.
Cerco di non pensare, mi fermo a far benzina, ma i pensieri non si fermano.
Che scelta sto facendo? Perché la sto facendo?
Perché il padre del mio bambino/a mi ha abbandonata, perché ho un lavoro incerto e problemi economici, perché ho problemi di salute che potrebbero peggiorare con la gravidanza e il parto, perché assumevo farmaci al momento del concepimento e, nonostante le rassicurazioni dei rischi di malformazioni ci sono.

Perché…perché…perché?

Il 13 novembre non mi sono presentata.
Ho capito che non avrei mai potuto farlo, che non sarei sopravvissuta mentalmente, che non mi sarei perdonata.
Da allora, da quella soffertissima esperienza capisco molto di più chi non fa la mia scelta.
Capisco profondamente, visceralmente, conosco lo sconvolgimento interiore che si attraversa, trovo ingiusti e a volte crudeli giudizi e condanne.

Capisco, pur tifando per la vita.

Capisco.

Cinque anni da quel giorno e ho una figlia.

Cinque anni dalla scelta più difficile della mia vita.

E oggi ripenso anche a quella ragazza dalla lunga treccia bionda, che, qualunque scelta abbia fatto, sento come sconosciuta sorella.

Lucia

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NON DOVEVO ESSERE MADRE

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” Non sarò mai una madre.Resterò per sempre una ragazza.Invecchiero’ così,asciutta e sola. Il mio corpo non si sformerà, non si moltiplicherá.Non ci sarà Dio. Non ci sarà raccolto. Non ci sarà Natale. Bisogna cercare nel mondo, nella sua aridità, nelle sue strettoie il senso della vita…in questi negozi, in questo traffico…Invecchiero’ così.” Avevo 40 anni, una diagnosi di infertilità, una relazione con un uomo sbagliatissimo, e questa descrizione di sé stessa dalla protagonista di “Venuto al mondo” di M. Mazzantini, sembrava la mia descrizione perfetta. Io che, cresciuta da sola, figlia unica, avevo sognato di avere due, tre figli, non sarei mai stata chiamata “mamma”, sarei continuata a sembrare una ragazza, al di fuori, stranamente risparmiata tanto a lungo dai segni del tempo e il mio ventre inospitale sarebbe rimasto sempre vuoto. Quindi che significavano quelle due lineette sul test di gravidanza? Fatto con la leggerezza di chi deve solo confermare che l’impossibile resta impossibile, anche dopo una settimana di ritardo? Significavano che la frase “nulla è impossibile” si rivela a volte non essere un luogo comune,significavano che a due mesi dai miei 41 anni,una vita stava cercando di crescere in me. “Non desiderare troppo qualcosa, potresti essere accontentato”; questa frase mi si formulò in mente, non gioia, non la sensazione del miracolo, ma terrore, voglia di fuga,consapevolezza che la fuga l’avrebbe senz’altro fatta il padre, che già aveva figli grandi, che con me non si sentiva affatto impegnato, figuriamoci con un figlio. È stato un lungo travaglio interiore accettare questo miracolo e pensarlo un dono. È stata dura essere abbandonata incinta. È stata dura non interrompere questo cammino nuovo e impervio e tornare sulla strada non facile, ma conosciuta, percorsa per metà della mia vita. È stata dura scegliere di far correre dei rischi al mio fragile corpo provato da anni di disturbi alimentari, di lasciar riempire il conosciuto vuoto da una creatura. Una creatura mia. Ma la mia scelta più solitaria, più drammatica,l’ho fatta, sfuggendo all’ultimo momento ad un aborto già fissato e pagandola in termini di salute più di quanto pensassi, mi verrebbe da dire più di quanto meritassi. Nulla è andato come speravo andasse nei sogni che accompagnano una gravidanza. Dicono che la vita comincia a quarant’anni e questo sì è un illusorio luogo comune, ma una vita l’ho fatta iniziare comunque, ed e’ una meravigliosa vita, è bionda, ha gli occhi azzurri, ha un sorriso che irradia luce, e mi chiama “mamma”.

Lucia

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