Archivio | novembre 2015

Bea

A Debora, Alessandra e alle tante “Bea” che conosco

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Non l’avevano ascoltata, Bea, le avevano procurato danni, non l’avevano aiutata mai.
Mai capaci di considerarla distintamente da ciò che era “la norma”.
Lei non rientrava nella norma.
Lei era una sopravvissuta.
Col sorriso mai morto nell’anima ma gli occhi di chi non ci crede piú.
Non credeva più a nessuno.
Ormai sopravvivere era diventato il suo sistema di vita.
In qualche modo…a fatica…sbagliando e pagando ancora personalmente, ma, almeno, non permettendo più che altri facessero scempio di lei senza pagare mai.
Li ascoltava ancora…con diffidenza.
Li metteva alla prova…e puntualmente la deludevano.
Gente sintonizzata con realtà che non erano la sua e incapaci di trovare il punto di ricezione delle sue onde, vibrazioni, parole, prove.
Ciechi, sordi.
Ora lottava solo per resistere, quasi totalmente rassegnata ad una vita claudicante e dura. Riempiedosi di emozioni ma sopendo i sogni.
Sperando, in fondo, sempre, anche senza ammetterlo, di inciampare prima o poi in una speranza.

Lucia

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…e la mia Stella

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Lucia e Stella Lorenzon novembre 2015

“…Ricorda, sei meglio di ogni giorno triste, 
dell’amarezza, di ogni lacrima, della guerra con la tristezza. 
Tu sei il mio cielo 
Sí…, sei il mio cielo…”

…e la mia Stella

Giorni no

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Foto di e con Lucia Lorenzon

Giorni in cui il corpo affossa l’anima.
Cerchi di resistere ma i tuoi pensieri più luminosi si sfocano, s’annebbiano e ti ripieghi su te stessa. Mantieni il più possibile gli impegni quotidiani, arrancando, nervosa, impaziente, anche con la tua bambina, cui poi cerchi di spiegare, scusandoti.
Ma la nausea e il dolore ti corrompono l’anima, ti insinuano dubbi, paure: “Ecco e adesso quanto durerà? Quanto dovrò sopportare? Quanto dovrò modificare le mie giornate?”
Quanta stanchezza questo costante ricadere, questa altalena tra la speranza, il “Dai che qualcosa va meglio” e il peggioramento che ti aspetta inesorabile, spietato.
E cerchi di isolarti per non dare disturbo alle vite di chi ami e scrivi, scrivi…riversi su fogli e tastiera il male, la tristezza, le lacrime trattenute.
E poi la musica…e quella foto in concorso che chissà come va, e gli scambi su Facebook, gli amici in difficoltà per motivi diversi cui postare anche un semplice “Forza! ❤” che dici a loro e a te stessa, contemporaneamente.
E viene sera in qualche modo.
Un’ ora alla volta,  un minuto alla volta.
Lavi i capelli, bevi l’ennesima tisana allo zenzero, perché il plasil e altre medicine non lo puoi prendere e allora che altro fai per la nausea?
Che fatica.
Vorresti deporre le armi e piangere per ore di seguito, chè forse va fuori qualcosa.
E tu che manchi, ma di nuovo si palesa il pensiero del perché mai dovrei appesantire la vita di qualcuno con tutti questi casini.

Dai che magari dura poco.
Dai che magari se riesci a riposare ti riprendi.
Dai che magari son anche gli ormoni, il ciclo che si avvicina.
Dai…dai…Lucia. Resisti anche stavolta.”

FORZA! ❤

Lucia

Ti regalo

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Stasera ti regalo questa luna piena, immensa e bianca, laggiù ad est, laddove il mattino sorge il sole.
Sembra accarezzare la terra, suadente, malinconica e dolce, come solo una creatura della notte può
essere.
Ti regalo questa visione che si riflette nei miei occhi.
Ti regalo questa notte luminosa che ci vedrà lontani ma legati da uno stesso pensiero.
Ti regalo il profumo dell’aria che sa ormai d’inverno e lo scintillio delle stelle che custodiscono il segreto dei nostri sogni.
Ti regalo il brivido che percorre la mia schiena.

Forse è  il freddo…

Forse sei Tu…

Lucia

25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne: “Little Anna”

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Immagine da web

Aveva tredici anni, Anna, il corpo lieve, in cui la femminilità era ancora solo un accenno, un incarnato scuro, tanti capelli neri, lunghissimi, che portava sempre legati, sciogliendoli solo la notte prima di dormire.
Bellissima e ancora ignara di esserlo.
A scuola si sentiva a suo agio fra i libri, molto meno tra quelle compagne con addosso l’aria di chi, ormai, si sentiva diventata donna e gestiva, provocatoriamente, quella falsa consapevolezza spendendola in atteggiamenti seduttivi e discorsi che non le appartenevano.
Lei ancora non aveva nemmeno avuto il suo primo ciclo e si sentiva diversa,  strana qualche volta, per quel motivo, derisa e chiamata con un soprannome che suonava gentile, ma era solo di derisione: “little“.
Sfuggiva al disagio tra i suoi libri, nelle lunghe esercitazioni quotidiane col violino che tanto l’appassionava, e in quella scuola di danza classica in cui la sua fisicità era apprezzata e considerata anzi un valore aggiunto.
A casa andava d’accordo con mamma e papà, che avevano capito  la dolcezza e la profondità di quell’unica figlia, e ne cercavano costantemente il dialogo per rafforzarne le sicurezze, e addolcire, con amore sicuro, i momenti di smarrimento della loro preziosa creatura.
In fondo era una adolescente abbastanza serena e consapevole che, tutto ciò che la rendeva atipica, poteva diventare un giorno la sua forza, la spinta propulsoria per una vita che voleva vivere seguendo le sue passioni.
Quel fine settimana mamma e papà sarebbero andati via. Due giorni in un piccolo albergo in Toscana per festeggiare i vent’anni dal loro riuscitissimo matrimonio.
Anna aveva proposto di stare a casa da sola, ma i genitori lo consideravano troppo prematuro e avevano chiesto ospitalità per lei a casa della zii. La sorella di mamma e il marito avevano accettato di buon grado, soprattutto la zia, di dieci anni più giovane di sua madre, che la amava molto ed era diventata una confidente, una sorella maggiore.
Passarono il sabato sera sul divano, come due amiche, mangiando pizza e bevendo coca cola, in tv un film comico che faceva da sottofondo alle loro risate.
Lo zio era uscito…“Vi lascio sole a raccontarvela“, la serata l’avrebbe passata tra partita e amici.
All’una Anna si avviò verso la cameretta preparata per lei, e che un giorno sarebbe stata di quel bambino, o bambina, che gli zii speravano di avere.
Mise il pigiama e sciolse i capelli spazzolandoli con cura, come era sua abitudine.
Si accoccolò sotto le coperte, dopo aver risposto al messaggio di buonanotte dei genitori, e scivolò nel sonno rapidamente.
Fu svegliata da una improvvisa sensazione di freddo…le coperte erano cadute a terra, cercò di raccoglierle ma una mano la bloccò schiacciandola sul cuscino e chiudendole la bocca.
Non le riuscì di urlare e terrorizzata riconobbe a un centimetro dal suo viso quello dello zio che le intimava di tacere e di non muoversi.
Tacque. Paralizzata dall’orrore e dalla paura.
Mani di cui si era sempre fidata, fin da bambina, le stavano rovistando il corpo ovunque, bramose e spietate.
Le scendevano lacrime silenziose, mentre fissava un punto nel buio cercando di fuggire da se stessa e dal suo corpo, sperando tutto finisse rapidamente.
Quell’uomo, cui voleva bene da sempre, non ebbe pena, non ebbe freni, non ebbe ripensamenti.
La profanò ripetutamente  inondandola di un dolore straziante e della sua vischiosa bestialità ritraendosi dopo essersi preso tutto, la sua anima insieme al suo corpo straziato.
Anna continuava a tacere.
Lo zio se ne andò dopo una sequela di minacce.
Albeggiava ormai.
Trafitta dal dolore si alzò, e come un automa tolse le lenzuola sporche dello scempio compiuto.
Le spinse nel suo borsone e aspettò, immobile, di poter fare la doccia.
Alle sette fu sotto l’acqua. Era domenica e in casa nessuno ancora si muoveva.
Si accovacciò per un ora sotto quello scroscio che lavava il sangue ma non puliva nulla.
Sporca. Si sarebbe sentita sporca per sempre.
Alla fine si vestì, si pettinò e uscì nel salone salutando gli zii che facevano colazione. Alla zia che le chiese, in cucina, notando il suo turbamento, cosa avesse, raccontò che le erano arrivate le prime mestruazioni suscitando un gridolino di entusiasmo:
“Sei diventata donna!“.
Spiegò delle lenzuola sporche che avrebbe portato a lavare a casa e disse che se ne andava, voleva passare la domenica ad esercitarsi al violino.
Non la trattenero le proteste della zia che la voleva, almeno, a pranzo.
Prese la sua borsa ci infilò gli assorbenti che la zia le aveva dato e uscì sussurrando un flebile “ciao“.
Il vento freddo di gennaio la investì senza farla tremare.
Camminò verso casa decisa al silenzio.
Non sentiva più nulla; solo il rumore assordante dell’ anima infranta di una bambina cui un animale aveva rubato per sempre la vita.
Una smorfia le deturpò il viso pensando a quel “Sei diventata donna!

“Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere piegato, sterile e domato.” (Eve Ensler)