Archivio | dicembre 2014

Auguri.

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Auguri a chi non festeggia.
Auguri a chi andrà a letto alle dieci e magari a mezzanotte guarderà i fuochi dalla finestra.
Auguri ha chi è costretto a festeggiare separato dai propri figli.
Ai figli che avranno accanto solo mamma o solo papà, perché loro amano entrambi, ma mamma e papà non si amano più.
Auguri a chi questa notte penserà ad una persona cara che ha perso, e a cui non basta pensare che “è vicina lo stesso”, per ricacciare indietro le lacrime.
Auguri a chi è in ospedale, a combattere la battaglia per la vita.
A chi è anziano e solo.
A chi ha mille perché, per una vita ingiusta e dolorosa, e nessuna risposta.
A chi dovrà tenere il riscaldamento spento, nonostante neve e  gelo, perché non ci sono più i soldi per pagarlo.
Auguri a chi al gelo ci deve dormire, perché una casa non ce l’ha più e la strada è la sua casa.
Auguri a chi piange, con gli occhi o nel cuore, qualsiasi sia il motivo.
Il mio pensiero va a voi, a voi i miei auguri più inutili e sentiti, che qui quasi nessuno leggerà, ma senza nessun buonismo, seppur sembreró invece retorica e scontata.
Auguri che almeno per qualcuno qualcosa cambi.
In qualche modo.
Davvero.

Lucia

Immagine dalla pagina Facebook “Colors for you”

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Jennifer. Bangkok.

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Ti chiamavi Jennifer, ma avevi occhi a mandorla e pelle ambrata, lisci capelli scuri e l’aria smarrita di chi, nonostante la vita non glielo permetta più, è ancora innocente dentro.
Jennifer e’ il nome che tua madre ti diede sperando ti portasse fortuna, un nome occidentale, nell’estremo oriente thailandese, quasi in pegno per una vita di riscatto.
Ma non c’era stato riscatto; tuo padre se ne andò, lasciando tua madre e i tuoi quattro fratelli e portandosi via ogni speranza.
Ci ha provato, tua madre, a lottare, a lavorare, a cercare in ogni modo di lasciarvi crescere dignitosamente, ma eravate troppi, troppo poveri, troppo soli.
Quel giorno eri andata in città, dovevi comprare qualcosa da mangiare, avevi un abitino liscio, chiaro, che lasciava intravedere  le tue gambe magre e nessuna forma di donna.
Tredici anni e ne dimostravi dieci.
Ma questo, tu ancora non lo sapevi, era un punto a tuo favore per i predatori che si aggiravano aspettando le loro vittime tra le vie di Bangkok, predatori di carne, sanguisughe di vita, invasori da ogni parte del mondo che volevano comprare, e occupare, coi loro membri adulti, e le loro anime marce, corpi di bambine.
Tu ancora non lo sapevi cosa voleva quel signore alto e biondo, che ti avvicinò con fare gentile, parlava in inglese e un poco lo capivi, tua madre in qualche modo era riuscita a farti vedere qualche DVD americano, cartoni animati, film, trovati chissà dove, perché la sua Jennifer imparasse l’inglese…e tu lo avevi imparato, dotata e veloce.
Ti stava chiedendo se volevi mangiare, forse non avresti dovuto, ti dicevi, ma avevi fame, tanta fame.
Mangiavi, mentre lui ti riempiva di complimenti e passava la sua mano ruvida sul tuo braccio nudo.
Tirò fuori un sacchetto e te lo mise in mano: “Guarda!”
A malapena capisti che erano rossetti, ne prendesti alcuni e li apristi, colori vivaci, vistosi, come quelli che vedevi sulle bocche di tante ragazze di Bangkok.
Lo guardasti, interrogativa.
– “Te li regalo tutti se nei prossimi giorni vieni in città e passi un po’ di tempo con me, ogni giorno ne metti uno diverso, ti comporti in modo carino con me e io ti do dei soldi per la tua famiglia “.
-” Va bene? ”
Confusa rispondesti di sì e accettasti di tornare l’indomani, in quello stesso locale dove ti aveva portata a mangiare.
Volasti a casa, quasi felice, col tuo sacchetto pieno di rossetti coloratissimi dentro un involucro argento e appena arrivata li mostrasti a tua madre.
Lei capì.
Capì e avrebbe voluto urlare:
-” Noooo! Jennifer, noooooo!!! “.
Avrebbe voluto spiegarti tutto, ma non lo fece, tacque, disperata e sconfitta, consapevole che, forse, immolando la sua bambina avrebbe salvato i suoi figli più piccoli.
Uscisti il giorno dopo, un rossetto color fuoco sulle labbra, la gonnellina corta, la maglietta aderente a mostrare il tuo torso di bambina, coi soli capezzoli accennati, e quelle scarpe col tacco troppo alto che tua madre t’aveva dato e ti facevano male ai piedi.
Era buio quando tornasti a casa e tutto era diventato chiaro e terribile.
Il tuo esile corpo impregnato di umori e secrezioni di un uomo che ti aveva adoperata come aveva voluto.
Un dolore acuto ti trafiggeva, stuprata, da chi ti ha voluto credere bambola consenziente per il suo lordo piacere.
In mano avevi alcuni dollari e sulla bocca, sul collo, tracce sbavate del tuo rossetto.
Lacrime scendevano silenziose, rassegnate.
Avevi capito.
Tua madre ti abbraccio’ e pianse con te.
Col dorso della mano asciugasti le lacrime:
“Domani…domani metterò un altro colore”.

©Lucia Lorenzon

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ESSERE MADRI: “tra modelli di irraggiungibile perfezione e realtà”

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* ” Cosa sia una “buona madre” lo decidono gli altri. Il coro. Quelli che sanno sempre cosa si fa e cosa no. Cosa è giusto, saggio, utile. Quelli che dicono “è la natura, è così”: devi avere pazienza, assecondare i ritmi, provare tenerezza, dedicarti. Se ti senti affondare è perché sei inadeguata. Se i figli non vengono devi rassegnarti: non accanirti, non insistere. Si vede che non eri fatta per essere madre. Se non ne hai voluti devi avere in fondo qualcosa che non va. Se non hai nessuno vicino che voglia farne con te è perché non l’hai trovato, sei stata troppo esigente, forse troppo inquieta. Se preferisci il lavoro allora cosa pretendi. Se ti stanca sei depressa, se ti fa impazzire sei un mostro… Una cattiva madre. ”

     Io non so come si sentano davvero le tante figure di madri perfette che ci vengono proposte e raccontate dai media e dalle madri stesse.
Fatte di dedizione, abnegazione, pazienza, generosità.
Modelli impossibili cui solo l’idea di paragonarsi fa sprofondare nel senso di inadeguatezza e di colpa.
Modelli che poi fanno gridare al “mostro”, nei casi più gravi,  o al “che razza di madre” nei più lievi, a seconda che da questo modello ci si discosti solo un poco, o troppo.
E quelle che mai dovrebbero giudicare sono proprio le madri.
Perché nulla è imprevedibile come ciò che avviene dopo un concepimento.
A qualsiasi età, in qualsiasi condizione di vita.
Non si sa cosa si proverà, si pensa ad uno stato di inattaccabile felicità e invece ci si puó ritrovare a sentirti stranamente “occupate”, “invase” da qualcosa di estraneo, che non si riesce subito a sentire proprio, subito ad amare.
Orrore? No che non lo è, non si nasce madri, lo si diventa e non neccessariamente è un meccanismo automatico.
Quella nuova vita impiantata nel tuo corpo, nel tuo ventre, che di esso vive e si nutre, implica un processo di accettazione fisica e psicologica, che non sempre avviene subito. A volte avviene nel corso della gravidanza, a volte dopo la nascita,  a volte il rifiuto è talmente imprevisto, e devastante, da spingere all’aborto donne che hanno concepito i loro figli volendolo fare, all’interno di una relazione stabile, e non si sarebbero mai aspettate la sconosciuta, profonda, incoercibile, reazione di rifiuto.
Poi la gravidanza…e il sogno di nove mesi felici spesso rimane, appunto, un sogno.
Fulgide e bellissime mamme che girano per giornali e tv sono esempi falsati, edulcorati, “costruiti”.
La realtà può essere terribilmente diversa.
Mesi di nausee incoercibili, aumenti smisurati di peso, smagliature, diabete, pressione alta, problemi circolatori, stitichezza, emorroidi, dolori alla schiena …per citare ciò che può essere considerato piu’ ” lieve”, e senza parlare di madri che passano nove mesi a letto, delle tante che perdono i figli nelle più varie età gestazionali, delle gestosi gravidiche, dei mille gravissimi problemi cui si puo’ incorrere, durante e dopo la gestazione, e in cui può incorrere la vita che si porta in grembo.
La magia di una creatura umana che si muove dentro di sé non ha nemmeno parole per essere raccontata, ma a volte la magia si intercala a momenti d’incubo, a inconfessabili “chi me l’ha fatto fare?” a vortici di paure che si tengono nascoste dentro, seppellite, perché si può e si deve solo manifestare gioia, solo ciò che è “accettabile”.
E si partorisce.
Si possono fare tutti i corsi pre-parto del mondo, leggere tutto il leggibile, ma nulla ci dirà davvero come andrà il parto, che sia naturale o cesareo, solo vivendolo sì capirà  il dolore, la paura, lo smarrimento, l’onnipotenza, la felicità.
Ci si potrà sentire sole, anche assistite da mille attenzioni, o fortissim,e anche se, invece, si è  realmente sole in una sala operatoria, un attimo prima che ti taglino il ventre.
Un’incognita con un unica certezza: si diventa madri, e lo si sará per sempre.
Come si riuscirá ad esserlo? Anche qui interverranno mille fattori che non si potevano prevedere.
Dalla propria reazione, a quella che è la ciclopica impresa di gestire un neonato, alla reazione di chi si ha accanto, o al fatto che accanto non si ha proprio nessuno.
Ogni giorno è un camminare in equilibrio su di un filo, e ci si prova a far quadrare tutto, a far fronte a ciò che non si sapeva sarebbe avvenuto, alla malinconia che può diventare depressione, alle critiche costanti, alla nuova immagine di sé con cui si deve fare i conti.
E a volte i conti non quadrano, non tornano.
I soldi non bastano, il sonno non basta, il tempo non basta.
Ci si prova, ognuna come può, scendendo a patti con i limiti che si conoscevano e con limiti nuovi, ma anche con risorse e forze inattese
Si prova e si sbaglia, sperando di fare nel miglior modo possibile, cercando di perdonarsi, di essere tolleranti anche, e soprattutto, con sé stesse, puntando sull’amore, se altri punti di riferimento vacillano.
Sperando che, quel nuovo essere umano che si è messo al mondo lo senta che lo ami, lo senta anche se si è stravolte da mille problemi e sembra di non farcela mai.
Si prova, tra successi e cadute, tra fiumi di lacrime e impagabili felicità, e senza sapere assolutamente come andrà.

* ” Una madre lo sa di quanti siano i modi di essere madre, o di non esserlo affatto. Di quante ombre sia pieno l’amore perfetto, quello tra madri e figli, e di quante risorse inattese.
Tanti modi così diversi e tutti senza colpa.
Dalle donne passa la vita, sempre. Dalla pancia, dalla testa, dalle mani e dai ricordi.
E una madre questo lo sa. ”

Lucia Lorenzon

* citazioni da “UNA MADRE LO SA” di Concita De Gregorio

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Buon Natale, da me…

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Che sia un Natale lieve il più possibile per tutti, che anche chi soffre, per i piu vari motivi, possa avere almeno un attimo di magia, nel poggiare lo sguardo su un presepe, sulle lucine particolari di un albero, su un Babbo Natale, che, per quanto finto, ci dice che qualcuno è ancora disposto a travestirsi per far felici i bambini, che il cuore abbia qualche battito felice, nel sentire una canzone natalizia.
Per chi crede, che la Messa di Natale  illumini un attimo il buio che può avere dentro. Chi ha accanto un bambino si perda nei suoi occhi ché lì il Natale lo troverà in tutta la sua meraviglia.
Che un piccolo regalo avvolto in una carta dorata, pensato proprio per voi, vi illumini il volto, che quel biglietto d’auguri, inatteso, vi regali la gioia dell’essere sorpresi.
Che tutti abbiate comunque almeno una mano da stringere, un volto da accarezzare, un abbraccio in cui stringervi. E se non lo avete fatelo voi a qualcuno, ché di un abbraccio e una carezza abbiamo bisogno tutti.
Che chi sta piangendo possa sorridere, almeno un attimo, è il mio augurio più sentito, profondo e vero.
E che qualche speranza che avete nel cuore possa divenire realtà.

Buon Natale allora, a tutti voi!

Lucia

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IMMIGRAZIONE: QUANDO GLI “ALTRI” ERAVAMO NOI

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Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi. “Loro” sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: a milioni, tanto che i consolati ci raccomandavano di pattugliare meglio i valichi alpini e le coste non per gli arrivi ma per le partenze. “Loro” si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L’abbiamo fatto anche noi, al punto che a New York il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che “gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi”. “Loro” vendono le donne? Ce le siamo vendute anche noi, perfino ai bordelli di Porto Said e del Maghreb. Sfruttano i bambini? Noi abbiamo trafficato per decenni coi nostri, cedendoli agli sfruttatori più infami o mettendoli all’asta nei mercati d’oltralpe. Rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Noi siamo stati massacrati, con l’accusa di rubare il lavoro agli altri. Importano criminalità? Noi ne abbiamo esportata dappertutto.

Fanno troppi figli rispetto alla media italiana mettendo a rischio i nostri equilibri demografici? Noi spaventavamo allo stesso modo gli altri.” 

Da “L’Orda” di Gian Antonio Stella

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Vivo in un’ Italia che non mi ha aiutato in nulla nonostante le difficoltà.

Vivo da madre single, malata, e mi è spettata solo elemosina, un iniziale assegno di maternità, la social card per 3 anni, riduzioni misere su luce e gas e l’ esenzione dal ticket per i farmaci mutuabuli per me e mia figlia (ma quasi tutti quelli che usiamo non lo sono).

Mi muovo mantenendo un basso profilo perché qualsiasi richiesta faccia temo che l’accendersi dei riflettori su di me rischi di far sì che mi portino via mia figlia per darla magari, insieme ad un bell’assegno, a una casa famiglia o a una famiglia affidataria.

Questo quanto.

Me la devo prendere con gli immigrati se godono di aiuti che io non ho?

Tirare su muri?

Dichiarare odio?

Pure io ne approfitterei se me li dessero.

La responsabilità è dello stato, non di chi in esso arriva e prende ciò che gli viene offerto.

Questo odio verso gli extracomunitari mi spaventa mi mette a disagio, non mi piace.

E quando al suonare del campanello trovandosi di fronte a un ragazzo straniero, mia figlia gli prepara una mela e un succo, non mi chiedo se lui ha magari più di me.

Sto meglio così e sono felice che mia figlia sia così.

Chi sta in alto fomenta una guerra tra poveri, un odio di cui è l’unico responsabile.

E in alto vivono con soldi rubati agli italiani, e che ben altrimenti andrebbero distribuiti.

Diamo le responsabilità a chi ce le ha davvero.

Ed io continuo ad aprire la porta…

Lucia

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LA MIA SCELTA PIÙ DIFFICILE

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*6 novembre 2009 / 6 novembre 2014*

6 e 30 del mattino, una mattina di novembre piovosa e piena di foschia.
Lascio l’appartamento con la nausea che mi contorce lo stomaco e salgo sulla mia panda, sola.
Mi aspettano quasi 60 km per raggiungere l’ospedale dove devo fare le visite pre- intervento.
Non è possibile farlo in nessun ospedale più vicino.
Ho sonno, sono stanca, ma la strada è facile, guido in modo automatico, con la mente vuota.
Si accende una spia sul cruscotto, sono in riserva, ma non ho tempo di fermarmi, sono in ritardo.
Mi chiedo come sarà la sequenza degli esami.
Stringo la boccetta di amuchina che ho in tasca,è l’anno dell’ “influenza suina”, trovi ovunque disinfettanti per le mani.

Piove, piove, piove…solo grigio, dentro e fuori.

Arrivo nel parcheggio dell’ ospedale e mi avvio all’ingresso.
All’ufficio informazioni mi danno una piantina per raggiungere il padiglione dove ho l’appuntamento.
Vengo accolta gentilmente, un infermiera mi fa accomodare per segnare il mio nome sull’agenda dove vengono fissate le date degli interventi: 13 novembre, se tutti gli esami sono ok.
Dopo di me entra in ufficio una ragazza con una lunga treccia bionda e la faccia triste e dolce.
Le danno la stessa data.
Ci sediamo ad aspettare che ci chiamino per il prelievo del sangue.
Entro…mi fanno alcune domande, mi dicono di venire accompagnata e ciò che dovrò portare con me, ciabatte, camicia da notte: “E’ più comoda”.
Mi spiegano l’intervento, nonostante l’anestesia generale potrò far tutto in giornata e tornare la sera.
Ora l’elettrocardiogramma, altro padiglione, seguo la cartina.
C’e’ tantissima gente in attesa, una voce chiama i nomi da un altoparlante.

Ritrovo la ragazza triste con la treccia.

Mi siedo e aspetto.
Improvvisamente, inaspettatamente, suona il cellulare…
È il mio dentista, un giovane uomo molto sensibile che mi è un poco diventato amico, che sa dell’intervento e mi chiede come va.
Mi commuovo, una persona splendida, come spesso si riconfermerà in seguito.
L’altoparlante gracchia il mio nome e il numero dell’ambulatorio, mi piazzano addosso gli elettrodi: “Sì rilassi, si rilassi!”.

Ma io sono triste, stanca, ho paura.

Fatto l’elettrocardiogramma, rifaccio il percorso all’indietro, mi aspetta la visita, l’esito degli esami, la conferma della possibilità di fare l’intervento.
Il medico è molto gentile, mi spalma il gel gelido per l’ecografia e guarda il monitor, che io non vedo, volutamente non è girato verso di me,volutamente non emette suoni.
Esce un attimo, mentre mi rivesto, e l’istinto mi porta a guardare il monitor, fermo su un’immagine.
Il fermo immagine del progetto di 10 settimane di un essere umano: mio figlio/a.
L’intervento del 13 novembre si chiama tecnicamente IVG, più chiaramente e semplicemente: aborto.
Il medico rientra, mi prescrive dei farmaci da assumere dopo l’”intervento” ( mai, nessuno, usa il termine aborto ), mi stringe la mano: “ci vediamo la settimana prossima”.
Esco…ancora la ragazza dalla lunga treccia,faticosamente mi sorride, alcune donne alla 40 settimana di gravidanza che aspettano il monitoraggio, è tutto così surreale.
Raggiungo la macchina e riparto.
Cerco di non pensare, mi fermo a far benzina, ma i pensieri non si fermano.
Che scelta sto facendo? Perché la sto facendo?
Perché il padre del mio bambino/a mi ha abbandonata, perché ho un lavoro incerto e problemi economici, perché ho problemi di salute che potrebbero peggiorare con la gravidanza e il parto, perché assumevo farmaci al momento del concepimento e, nonostante le rassicurazioni dei rischi di malformazioni ci sono.

Perché…perché…perché?

Il 13 novembre non mi sono presentata.
Ho capito che non avrei mai potuto farlo, che non sarei sopravvissuta mentalmente, che non mi sarei perdonata.
Da allora, da quella soffertissima esperienza capisco molto di più chi non fa la mia scelta.
Capisco profondamente, visceralmente, conosco lo sconvolgimento interiore che si attraversa, trovo ingiusti e a volte crudeli giudizi e condanne.

Capisco, pur tifando per la vita.

Capisco.

Cinque anni da quel giorno e ho una figlia.

Cinque anni dalla scelta più difficile della mia vita.

E oggi ripenso anche a quella ragazza dalla lunga treccia bionda, che, qualunque scelta abbia fatto, sento come sconosciuta sorella.

Lucia

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Le  “Fedi” che ti cambiano la vita.

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La Fede è una grande risorsa, la più potente.
Non necessariamente in un Dio, di qualsivoglia religione, nella Madonna, nei Santi.
Può essere fede in una persona, in una disciplina, in una pratica orientale, in un predicatore, motivatore, in una medicina, una filosofia alimentare, persino in un bicchiere d’acqua, volendo essere paradossali.
Si può risolvere la vita credendo profondamente in qualcosa e percorrendo la via che essa suggerisce, con riflessioni che a te paiono ovvie o francamente assurde, e che mescolano troppe cose, dai tarocchi agli angeli, dalla meditazione alla numerologia, da Osho al Vangelo.
A volte tali illuminazioni diventano quasi inquietanti, improvvisamente, una persona che avevi conosciuto in un modo, diventa un altra, ” folgorata sulla via di Damasco ” da una luce sulla quale tu vedi mille macchie e muoveresti mille appunti, incapace di abdicare ad uno spirito critico feroce e ad un’indole che porta a mettere in dubbio tutto.
Il rispetto è dovuto, alla persona che ami continui a voler bene, ma ci trovi un estremismo nuovo, un ossessione, quasi, nel proporre insistentemente  il nuovo “credo” che te la rende un poco più estranea, lontana.
Nemmeno provi a discutere, certa che questa nuova indiscutibile fede non potrà essere messa in discussione e se tu non te ne rendi conto è “perché non vuoi davvero il cambiamento, la felicità, la vera pace del cuore e della mente”
Ma tu sei felice della sua serenità ‘, da ovunque provenga, del suo star meglio, le auguri che duri, consapevole che, forse, il tuo modo d’essere ti sbarrera’ sempre la strada per quello stesso stato d’animo, per un percorso di vita più “lieve”.
E quasi speri che un giorno accada anche a te.

Lucia

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