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Come un figlio

Lo amava. Più di quanto potesse lei stessa immaginare.

Lo amava come un figlio, anche se non le era figlio.
Un uomo tanto amato quanto un figlio; con lo stesso desiderio che fosse felice, che fosse sereno, con la stessa consapevolezza che pensava potesse appartenere solo ad una madre: “farei qualunque cosa per proteggerti, perché tu non soffra, perché tu non abbia a patire, persino soffrire al posto tuo”.

Cose che non si possono fare, ma si possono provare.

Non lo diceva.

Sapeva che un amore così sarebbe stato criticato, considerato eresia, follia, ossessione.

Sapeva che una donna, che diceva di amare un uomo in questo modo, sarebbe stata criticata, perché la maternità non è considerata paragonabile a nulla. No, non lo era, per molte cose; ma l’ amore sì.

L’incanto dell’ incontro con qualcuno cui sai di appartenere, il riconoscimento di una parte di sè, la certezza di un amore che non può avere fine.

Lei riteneva che gli amori veri fossero così.
La prima volta che vedi quegli occhi, sai che sono l’ unico specchio che vorrai, che siano venuti dal tuo grembo o da quello del destino.

Lei li amava così: il suo uomo e la sua creatura. Così incredibilmente simili: col cielo negli occhi e l’ ottimismo nel sangue, per volare ovunque i sogni li portassero.

Due orsi famelici di cibo, tanto quanto lei si cibava distrattamente e per dovere.

Due anime sognatrici e curiose. Due artisti della vita capaci di pennellate rivoluzionarie.

Due amanti della natura in ogni suo aspetto.

I suoi amori.

I miracoli della sua vita.

Per cui fare qualunque cosa.
Per cui imparare anche a sopportare di non non poter far niente, se non continuare ad amarli.

Sempre.

Lucia Lorenzon, 5 aprile 2018

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“Novembre”.

Grandissima Mariella…da MonDonna.

MonDonna

Come s’io aderissi
E tu
Uomo
Sprofondassi
Nel calco delle mie cavità
E la tua ala destra
Divenisse piuma in solfeggio
Sugli echi dei gemiti
Tutti’intorno
Sui muri
Nella pelle
Al buio
Così
Mi farei ramo
E ancor più
Edera
Diventandoti intricata e fitta
T’innesteresti
Nella possibilità degli spiragli
Col tuo seme
A farmi seme

Su un novembre fragile
Guardarci nudi
Rampicanti di carne
Sulle voglie delle foglie caduche

© Mariella Buscemi.

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“Io sono un uomo e tu non sei un cazzo di niente” (video)

Una canzone di Vecchioni che amo molto:

“Ho conosciuto il dolore” di Roberto Vecchioni

Ho conosciuto il dolore

(di persona, s’intende)

e lui mi ha conosciuto:

siamo amici da sempre,

io non l’ho mai perduto;

lui tanto meno,

che anzi si sente come finito

se, per un giorno solo,

non mi vede o non mi sente.

Ho conosciuto il dolore

e mi è sembrato ridicolo,

quando gli dò di gomito,

quando gli dico in faccia:

“Ma a chi vuoi far paura?”

Ho conosciuto il dolore:

ed era il figlio malato,

la ragazza perduta all’orizzonte,

il sogno strozzato,

l’indifferenza del mondo alla fame,

alla povertà, alla vita…

il brigante nell’angolo

nascosto vigliacco battuto tumore

Dio, che non c’era

e giurava di esserci, ah se giurava, di esserci….e non c’era

ho conosciuto il dolore

e l’ho preso a colpi di canzoni e parole

per farlo tremare,

per farlo impallidire,

per farlo tornare all’angolo,

cosi pieno di botte,

cosi massacrato stordito imballato…

cosi sputtanato che al segnale del gong

saltò fuori dal ring e non si fece mai più

mai più vedere

Poi l’ho fermato in un bar,

che neanche lo conosceva la gente;

l’ho fermato per dirgli:

“Con me non puoi niente!”

Ho conosciuto il dolore

e ho avuto pietà di lui,

della sua solitudine,

delle sue dita da ragno

di essere condannato al suo mestiere

condannato al suo dolore;

l’ho guardato negli occhi,

che sono voragini e strappi

di sogni infranti: respiri interrotti

ultime stelle di disperati amanti

-Ti vuoi fermare un momento?- gli ho chiesto –

insomma vuoi smetterla di nasconderti? Ti vuoi sedere?

Per una volta ascoltami!! Ascoltami

…. e non fiatare!

Hai fatto di tutto

per disarmarmi la vita

e non sai, non puoi sapere

che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,

appena-appena toccante,

e non hai vie d’uscita

perché, nel cuore appreso,

in questo attendere

anche in un solo attimo,

l’emozione di amici che partono,

figli che nascono,

sogni che corrono nel mio presente,

io sono vivo

e tu, mio dolore,

non conti un cazzo di niente

 

Ti ho conosciuto dolore in una notte di inverno

una di quelle notti che assomigliano a un giorno

Ma in mezzo alle stelle invisibili e spente

io sono un uomo….e tu non sei un cazzo di niente

QUANDO UN UOMO TRADISCE

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Immagine da web

Ti sei dimenticato di tutto…dei ventidue anni insieme, tra fidanzamento e matrimonio, delle vostre tante prime volte, dei grandi dolori, affrontati con lei che ti stringeva la mano, e le grandi gioie che hanno riempito di sorrisi i vostri volti.
Ti sei dimenticato i sacrifici per la vostra casa, per crearti un lavoro più redditizio, delle notti insonni a contare i soldi che non bastavano mai e a quelle per vegliare i vostri bambini malati.
Ti sei dimenticato le corse al pronto soccorso con tua figlia che era caduta per le scale o tuo figlio con la febbre che proprio non scendeva…il primo goal di tuo figlio, il primo saggio di danza di tua figlia, i loro primi passi, la prima volta che ti han chiamato “papà”, l’emozione che ti faceva battere forte il cuore quando hai visto la tua donna vestita da sposa o le lacrime che ti han rigato il volto in sala parto mentre dava alla luce i vostri figli.
Hai considerato tutto questo noioso, abitudinario, scontato…e hai cercato novità.
Giocarsi tutto in un tiro a dadi, in un azzardo; perché non hai provato a parlarle, a dirle: ” Sono stanco, così non va”?
Davvero non ne valeva la pena?
Non ti cercava piu? Anche il sesso era scontato? Come i vostri cibi, i vostri vestiti, i vostri buongiorno e buonanotte?
Le abitudini possono essere schiavitù e sicurezza, dolcezza e giogo…ma si possono cambiare, se si vuole, se si prova insieme. Forse lei ci avrebbe provato, perché ti ama, ancora, anche se si dimentica di dirtelo.
E forse l’ami anche tu.
Forse sì, ma non te lo sei chiesto, hai superato i 50 anni e hai bisogno di conferme, di rassicurazioni, perche la pancia e’ un po’ cresciuta, gli acciacchi si fanno sentire, e i brividi non li provi più per nulla.
E hai tacitato coscienza e cuore, ti sei preso in prestito la giovinezza di una pelle che si è lasciata toccare.
Vent’anni in meno e una vita da vivere; un volto e un corpo dove il tempo non ha ancora lasciato tracce.
Ma non lo sai che sono proprio quelle tracce la tua vita, la tua pace?
La mappa della tua storia?
Cosa aggiungono alla tua vita due ore di sesso in un albergo?
Un weekend lontano dalla tua casa per mano ad una donna che ti potrebbe esser figlia?
Tutte quelle bugie, il doppio cellulare, il suono di whatsapp disattivato, perché “non si sa mai”?
Non ti senti ridicolo?
E perché se quella tua compagna da una vita non la vuoi più, non te ne vai? 
No eh?
Questo è solo gioco, svago, diversivo “solo sesso”.
A chi fai male non te lo chiedi? A cosa proverebbe chi ti è accanto da una vita, lo strazio, la delusione, non te lo chiedi?
L’amore finisce, sí, e allora si sceglie: o si va o si resta.
Perché la dignità di un essere umano si misura anche dal rispetto che ha verso chi ha voluto come famiglia e la forza, da quanto per essa si combatte.
La fuga tra braccia morbide, alla ricerca di orgasmi che resettano ogni volta la coscienza, non ti conferma di essere ancora un uomo che vale, che piace, ma solo che un uomo ti sei dimenticato d’esserlo.

Lucia

La storia di Ana Paula e della sua ambiguità, la storia di una donna imprigionata in un uomo ma pur sempre donna. Di Andrea Lagrein

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L’AUTUNNO DEL PATRIARCA
(storie di parole e anime oscure)

Il viale indaffarato mummificava il suo giovane corpo all’ombra di desideri da tariffa fissa, su di un marciapiede trasudante storie di sconfitte e d incomprensioni fisiche e mentali, cazzo! Chi sono io, venute da lontano, deserti di oceani attraversati con la speranza nel cuore, lidi di terraferma luccicanti di falsi idoli, ascoltami! Non te ne pentirai, asfalti di agglomerati urbani intrisi di mani bavose, dai dai! Sì così! Dai che sto per venire, durante notti infinite di poche ore, giorni e mesi monotoni e ripetitivi, la noia suddivisa fra un letto e un sedile, la saliva di calzoni sempre differenti, madre de Dios nove o dieci in una sola serata, trenta de boca sinquenta all’amorre siento a cassa mea, uomo o donna a seconda dei loro gusti, gusti di perversioni inconfessate, dal giovincello al vecchio avvizzito passando per il buon padre di famiglia all’insospettabile ingegnere della porta accanto.
Nel suo giovane corpo fasciato dal nulla risiedeva un’anima, una persona con i suoi desideri pensieri sentimenti aspettative dolori gioie tristezze, ignorati dai pellegrini di queste strade, guarda quella! sulle loro alcove a quattro ruote, finestrino abbassato, quanto vuoi amore? e via con la cantilena del listino prezzi, si mercanteggia un po’, e se te lo prendo in bocca io? lo steso tessoro, d’accordo! Sali, la portiera si spalanca, lei sale, il calesse del piacere si rimette in movimento lungo vie muri strade differenti eppure identiche nel gioco di ombre e luci, trasformismo da grande illusionista, come ti chiami piccola? Ana Paula e tu? Lorenzo, sei de Milano? no no vengo da fuori e tu da dove vieni? Sau Paulo Brasill, cazzo che bei posti! Ci dovrò andare prima o poi, che ani tu tieni? trentatre e tu?, venti e uno, sei giovane, già! Tu es sposado? sì! con un figlio, sempre uguali gli stessi dialoghi, doverosa conversazione per ingannare il tempo prima di raggiungere la destinazione dove il suo giovane corpo verrà asperso da una lussuria estranea che non le appartiene, situazione partorita dalla necessità, che cazzo m’importa chi sia questo Lorenzo, è solo lavoro, soldi, per tenere accesa la speranza, la speranza poi di cosa? per poter vivere la propria femminilità interiore senza dover ascoltare ogni notte queste frasi idiote, gera dietro chela machina cossì bravo, una stradina chiusa poco illuminata, lunga teoria di automobili parcheggiate appartenenti a chi di questi problemi non ne ha o forse sì ma non ha importanza, la vettura ferma i fanali spenti, le sue dita ingorde sulla sua coscia annoiata, prema i soldi tessoro, fruscìo di banconote che rapide vengono inabissate nello stivale, scricchiolio del sedile mentre viene reclinato, lei che si stende si sfila gli slip e divarica le gambe, lui che si china ed afferra ciò che impedisce a lei di essere veramente donna, qualche movimento verticale per erigere ancora una volta la sua consapevolezza di essere fisicamente uomo, quindi le labbra e la lingua a inumidire il tormento della sua femminilità nascosta dai lampioni del mestiere ma ben desta sotto quei vestiti da mignotta sudamericana, indifferente al libidinoso con il quale ora si trova, qualche frase per lusingare la lascivia di questo succhiatore di impossibili gocce di latte al silicone, Dio tessoro che boca calda che tu tieni ah Dio cossì cossì gustosso sì, e lui che aumenta il ritmo come spronato da queste parole mentre lei aiuta il movimento con le mani fra i suoi capelli, e la sua destata mascolinità che sta per esplodere, adeso basta tessoro si no vengo, vieni vieni! Mugugna con la voce rotta dal perverso piacere, no puede devo lavorar, lui che si stacca, cazzo! Mi piaceva così tanto, la prosima vuelta me dai de più e andiamo a cassa mea sta bien? cliente dopo cliente le medesime azioni le medesime parole i medesimi olezzi disciolti su volti sempre differenti già scordati alla chiusura della portiera, nudità accettate con indifferenza sotto lune dal sapore aspro.
Seduta su uno sgabello fissava la sua immagine allo specchio, faro inesorabile di dualismi incompresi, facili prede dei cacciatori di spicciole morali assetati del sangue del diverso forti di sentenze decretate da chissà chi e chissà dove, all’ombra di una croce o in un salotto per bene, perseguitati per equivoci genetici e scelte obbligate, ma lei ormai non vi badava più, che cazzo! Di giorno mi sputano addosso di notte cercano i miei baci, che cazzo! Di giorno tracciano svastiche sui miei muri di notte pagano per il mio culo, che cazzo! Di giorno parlano di ghetti per nascondermi di notte visitano i marciapiedi del peccato, il segreto è non farci più caso, seduta su uno sgabello si accarezzava il seno gonfio di chirurgia plastica, illusione di una vagina che non c’è e non ci sarà mai, ma è davvero così importante un buco per determinare la psicologia d’una persona?, sì no, graffiti confusi su membra venute da lontano da baracche da povertà da emarginazione, finocchio finocchio mi gridavano i miei amici nella calura di immondezzai mai sopportati, seduta su uno sgabello lasciava scivolare su di sé il profumo pungente aroma di carezze e baci ricevuti con la stessa indifferenza di quelli dati alle fanciulle delle mie baracche per dimostrare che anch’io cazzo sono uguale a voi, non sono diverso, ma quando poi Isabella prese in mano il mio sesso e lo trovò moscio, quando poi Maria lo prese in bocca e sempre moscio rimase, quando poi Ramona aprì le gambe senza sortire alcun effetto, capì allora che ero immune dall’eccitazione dei miei amichetti e cominciai a cercare altrove la mia identità, seduta su uno sgabello fissava allo specchio la sua trovata personalità, un reggiseno più nero della notte che fascia a stento queste mie tette più tette delle tette della più formosa femmina desiderio di sospiranti mani maschili, velate autoreggenti cingenti queste mie gambe da lamette monouso che fanno invidia a fotomodelle da passerelle copertine cartelloni pubblicitari, rossetti trucchi acconciature da professionista di tacchi a spillo e borsetta ondeggiante, Anna Paula guardava ciò che appariva agli avventori di strade e carezze a pagamento, ma vi era altro oltre all’immagine di mercenaria che contemplava, altro di cui solo io conosco l’esistenza, Cristo! Nessuno s’è mai fermato a parlarmi, nessuno se n’era mai interessato, vogliono solo insalivare o essere insalivati indifferenti a chi sta dietro a questa mia impalcatura, attratti solo dalle pubblicità su due gambe di questi marciapiedi, seduta su uno sgabello si rimirava rimirando la donna che era nonostante la voce tenorile e il grosso uccello, non aveva importanza perché lei si sentiva donna, sì! Sono donna, sì! Era donna perché se lo sentiva dentro, e questo era più che sufficiente.
Cerca di smorzare il tuo livido rancore Garcia, vecchio padre dai dettami radicati nell’alba dei tempi insensibili a cervelli differenti dal così fu così è sempre stato così dev’essere ora, dimenticami se ciò ti fa sentir meglio, vecchio padre frutto di incroci fra i corazzati conquistadores e i nudi indios partorito dalla giusta civiltà sanguinaria giunta all’insegna d’una croce e l’incolta barbarie di genti la cui unica colpa era essere altro, ma dimenticarmi non cambierà la mia natura che così faticosamente sono giunta a comprendere, vecchio padre sempre in cerca d’un lavoro in quell’angolo fatto di catapecchie di lamiera al riparo delle quali sfondavi nostra madre pace all’anima sua per sentirti un vero uomo e farci imparare come si comporta un vero uomo, non entrare che ci sono mamma e papà, sbuffi sbuffi colpi da percussionista volenteroso, ma devo far pipì, vai a pisciare dietro al muro, vecchio padre io andavo a pisciare dietro al muro in strade polverose ricoperte dalla più povera delle povertà, ma quel rumore tambureggiava così forte nei miei timpani che dovevo coprirmeli con le mani del tanto la tua mascolinità sradicava la mia ingenuità infantile.
Stava immobile su quel ritaglio di asfalto che ormai le apparteneva per diritto grazie alle innumerevoli ore notturne trascorse sotto qualsiasi cielo, madido di nuvole e piogge o lindo e stellato, sotto acquazzoni nevicate venti nebbie calure e afosità d’ogni tipo, in una vetrina senza vetro ad attendere il prossimo portafogli, con rossetti al gusto di fragola mela amarena vaniglia per meglio insaporire gli olezzi della cupidigia a buon mercato, il sapore di vecchi rugosi e i liquami di giovani virgulti in cerca del brivido di facile sesso ottenuto senza regali di compleanni anniversari Natali, stronzo! Trovati una ragazza da amare ed essere amato da poter stringere come io vorrei un uomo tutto mio per essere vezzeggiata e coccolata e potergli dare un figlio dal mio grembo e allattarlo al mio capezzolo ma non posso perché Garcia vecchio padre vedendomi appena nata giustamente mi diede il nome di Pablo guarda quanto è maschio questo mio nuovo figlio diceva a tutti mostrandomi nudo non sapendo dello scherzo che il destino gli avrebbe tirato, stronzo! Trovati una ragazza perché lei era troppo maschio per essere una donna, ti posso baciare ti posso leccare ti posso succhiare ma non potrò mai essere la ragazza da amare ed essere amato nonostante tu mi dica ti amo amore mio sotto l’effetto dell’attualità dell’orgasmo compreso nel prezzo, altro giro altra corsa inserisci il gettone e la giostra si rimette in movimento eseguendo ogni tuo desiderio portandoti in quell’inferno mascherato da paradiso preteso dalle banconote che mi hai allungato, rantoli sudori sussulti cosce braccia profumi sovrapposti frasi lusinghiere bugie ormonali liquidi al dettaglio passioni all’ingrosso amori ammortizzati da ammortizzatori dei più svariati modelli di automobili, stronzo! Guardo il tuo giovane volto e provo invidia per quel che tu potresti avere ed io non ho per ciò che non cerchi ed io vorrei ma se vuoi la mia lingua sul tuo cazzo di matricola universitaria va bene dammi i soldi che il mio lavoro è questo, ora ti invidio e provo rabbia ma appena scesa dal tuo carrozzone ti avrò già dimenticato come tutti gli altri, che il suo lavoro era questo.
Si svegliava alle due del pomeriggio stiracchiando le gambe nel lenzuolo azzurro, si guardava nello specchio a muro e contemplava la perfezione del suo giovane corpo femminile i suoi lineamenti delicati e allo stesso tempo provocanti, Dio! Farei impazzire qualsiasi uomo, salvo poi indugiare su quei ventidue centimetri in eccedenza e maledire il giorno in cui Garcia vecchio padre mi mostrasti nudo a tutti esultando per quel maschio che più maschio non si può l’ho fatto io cazzo! È mio, maledetti i tuoi spermatozoi Garcia vecchio padre spermatozoi di vero uomo, uomo che vorrei stringere e fare mio e amare alla luce del sole solo che non puoi Anna Paula al secolo Pablo, ti devi nascondere vai contro natura sei uno schifoso vergognati finocchio finocchio mi gridavano i miei amici anche quando decisi di andarmene e me ne stavo andando, neanche un saluto un sorriso mentre lasciavo alle mie spalle la calura di quel letamaio che non mi capì e non mi accettò, neanche una mano amica o una frase gentile addio Pablo buona fortuna, no! Solo cori di scherno di gente che si faceva forza nel numero e cacciava il diverso in quanto tale perché il diverso fa sempre paura in quanto tale e tu Garcia vecchio padre acconsentisti a tutto ciò, anzi fosti il primo a salire sulle barricate dell’ottusità e a urlare più forte di tutti, vattene schifoso che non ti conosco più sei la mia vergogna madre de Dios uno lavora tutta una vita si spezza la schiena cresce i propri figli come è giusto che debbano crescere perché è sempre stato così e poi si ritrova un finocchio in casa vattene che mi hai spezzato il cuore, e lei abbandonava abbandonata quell’immondezzaio che era l’unica cosa che aveva per andare non si sa dove ma con la speranza di poter essere finalmente ciò che era, ma cara Anna nemmeno all’ombra dell’angolo più scuro del paese più sconosciuto potrai evitare i millenari pregiudizi di menti coltivate con le sementi della piccolezza, cara Anna te ne accorgesti ben presto ancor prima di giungere fra questi asfalti uguali a tutti gli altri che ti desiderano per l’eccitazione del momento fregandosene della tua storia di principessa imprigionata tra i bastioni di una roccaforte maschile.
Baciata dal sole passeggiava solitaria fra queste vie straniere recandosi a fare spese utili ed inutili corazzata di mascara cipria rimmel incurante degli sguardi altrui e dei ghigni di ragazzini allattati alla tetta dell’ovvio, visitando negozi e sfidando la cattiveria di bottegai troppo simili a te Garcia vecchio padre che la gente anche se divisa da migliaia di miglia e secoli di tempi su certe cose è fin troppo unita, Garcia vecchio padre non ti rividi più non so nemmeno se il verme sta indugiando sulle tue fredde carni o se stai ancora ribadendo la tua virilità con giovani fiche visto che nostra madre pace all’anima sua la sfondasti fino all’ultimo e nostro Signore per pietà la richiamò al suo fianco, Garcia vecchio padre andai a San Paolo ed anche lì trovai le stesse difficoltà, solo che trovai anche più indifferenza ed imparai a nascondermi come è giusto che si debba nascondere il reietto, solo che lei non aveva nessuna colpa, che colpa ho se il destino ha fatto in modo che potessi amare gli uomini visto che mi sento donna nonostante la tua fierezza Garcia vecchio padre nell’aver messo al mondo un nuovo maschio che più maschio non si può, colpe non ne hai cara Anna sono colpe altrui che ti vengono riversate addosso in nome di una natura innaturale che non tiene conto dei sentimenti ma solo di ataviche apparenze, e per queste colpe dovrai scontare la tua pena di asfalti brulicanti di indifferenza e piaceri comprati con qualche banconota.
Cara Anna, grida forte il tuo diritto la tua libertà ad essere ciò che sei ciò che vuoi che in fondo non hai mai fatto nulla di male, non ho mai nuociuto a nessuno, esatto dolce Anna ma sei andata contro una tradizione che il maschio è maschio perché fotte la donna con tutta la sua mascolinità e la donna è donna perché viene fottuta da tutta la mascolinità del maschio perché un maschio non può essere fottuto altrimenti che maschio è? E non conta ciò che provi ciò che senti, madre de Dios tutto si divide in fottere o essere fottuti, è così che vanno le cose cara Anna e il tuo seno non ha alcun valore perché quando nascesti Garcia vecchio padre mi mostrò nudo e pianse ringraziando Dio per avergli concesso ancora un altro figlio maschio, che cazzo! Perché il mondo è degli uomini è di chi porta i pantaloni, capisci Anna Paula e Garcia vecchio padre non è il solo a pensarla così e chi ha di queste idee non potrà mai accettarti per quello che sei realmente perché ha orecchie solamente per la tua voce tenorile e occhi solamente per quei ventidue centimetri di virilità, sicché sono costretta a salire in auto con Riccardo e a spalmare di libidine Antonio dai gusti nascosti che questo è il mio lavoro, giusto Anna Paula perché se si continuerà a pensare in questo modo quello sarà il tuo unico solo lavoro.
Cara Anna, dal sapore di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, narrami la tua diversità perché in tutta questa diversità siamo uguali tu io il casellante la barista il lettore di queste pagine perché è la persona con i suoi sentimenti e i suoi pensieri che conta e non le lenzuola frequentate, e allora non ci resta che fuggire scomparire nascondersi dietro un muro una lattina di birra un rossetto una palma una penna con cui annotare le proprie sconfitte e delusioni, cazzo! Garcia vecchio padre si affanna tra la sua normalità e le sue vagine perché madre de Dios sono un vero uomo io e mi ha scacciata, i miei amichetti d’un tempo fra i primi seni e le prime cosce non erano pronti a concepire altri cieli che non fosse il loro e mi derisero, e ora sono qui in auto per l’ultimo mio viaggio su questi viali con l’ultimo cliente di cui già non ricordo più il nome ma non importa perché questo è il tuo lavoro, niente nomi niente volti niente passati solo sesso di pochi minuti scivolato fra una banconota e una sigaretta ritmato da autoradio sempre differenti dalle più svariate colonne sonore mentre mi sfilo gli slip sotto la pressante richiesta di questo mio ultimo cliente sotto un manto di stelle che non conosco e che presto abbandonerò, fuggiamo cara Anna che non ci resta altro, fuggire da tutto e da tutti, dove non si sa, ma è sempre meglio di questo lampione di solitudini ataviche e mentre lui si affanna attorno al mio corpo io penso al biglietto d’aereo che ho in borsa al cielo azzurro infinito, sola e sconfitta ritorno da dove sono venuta, solo e sconfitto rimango in questo mio freddo inverno a cantare la storia di Anna Paula e della sua ambiguità, la storia di una donna imprigionata in un uomo ma pur sempre donna, sì! Sono donna, sì! Era donna perché se lo sentiva dentro e questo era più che sufficiente.

Andrea Lagrein

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Al mio primo amore

Carissimo,
Sono stata con te più di 12 anni.
Mi hai lasciata per sposare un’altra, da cui hai poi divorziato.
Eppure ti voglio bene.
Difficilmente ci sono giorni in cui tu non passi nei miei pensieri, poi ci sono giorni come questo, in cui, chissà perché, tra la paura del dentista di domani e il mal di schiena, gli ormoni fluttuanti per il ciclo in arrivo, Stella che canta…il pensiero diventa più forte e prende come una nostalgia, dei ragazzi che eravamo, dei tanti anni insieme, delle tante prime volte,in tante cose, di quello che avremmo potuto essere e non siamo stati.
Ti vorrò bene sempre, e sei diventato un uomo per cui ho una profonda stima, che ha affrontato un destino, ad un certo punto pesantemente avverso con una forza incredibile.
Ciao.

Ligabue – L’amore conta : http://youtu.be/u2LdEdpYg-M

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