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Il miracolo di Lory

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Sì era innamorata Lory, innamorata perdutamente in quel suo modo che tutti avrebbero definito immaturo, tipico di chi è cresciuto con le falle nel cuore, deluso nell’amore da chi, per ruolo, avrebbe dovuto amarla più d’ogni altra cosa al mondo.
E non aveva imparato ad amare sé stessa, no, quindi aveva dovuto sentirsi dire tutta la vita che chi non sa amare sé stesso non sa amare nessuno. E lei si sentiva sempre ferita da questa considerazione.
Sí, era un modo d’amare eccessivo, totalizzante, in cui l’oggetto d’amore diventa il fulcro dei pensieri, e spesso insicuro, perché, in questo avevano ragione, se non ti ami a sufficienza ritieni impossibile che qualcuno ti ami davvero.
I suoi rapporti sentimentali erano stati intensi. Agli uomini che aveva avuto si era dedicata in ogni modo. Accudente, accogliente, gratificante, fiduciosa, dolcissima.
Difficilmente era stata ricambiata in modo altrettanto intenso, ma, soprattutto, difficilmente era stata capita nella sua oscurità, nella sua sensibilità estrema, nel suo desiderio di costante confronto al primo attrito, incapace di reggere l’arrabbiatura di chi amava, nella sua ricerca di contatto, il più alto possibile, a tutti i livelli.
Una donna bella, sola, corrosa dalla mancanza d’amore nell’infanzia, dai tanti dolori patiti, bisognosa d’amore, sì, ma anche straripante di esso e desiderosa di darlo a piene mani, ma alla fine tutto era finito male.
Non sapevano stare con lei. Anche se poi si riscoprivano incapaci di starne senza e la tornavano a cercare. Ma Lory, che soffriva di un dolore insopportabile e lacerante, se veniva  lasciata, non riusciva più a riaprire il cuore a chi avrebbe voluto rientrarci.
Poi lui…una vertigine.
Lui non era un sogno. Lui era di più.
Lei non sarebbe mai riuscita nemmeno ad  immaginare che potesse esistere un essere umano così.
E si era persa.
Persa in quegli occhi azzurri, in quella voce piena di dolcezza.
In quella serenità, in quell’ottimismo, in quella gioia di vivere cosí vivida che non le appartenevano, ma che l’avevano accolta e avvolta come mai prima.
Lui capiva il buio pur vivendo nella luce.
Lui era sereno e forte ma si prendeva cura delle sue insicurezze senza stancarsene mai.
Lui anticipava i suoi sentimenti, sapeva prima ciò che lei stava provando e cercava d’esserci in ogni modo possibile.
Lui l’amava con tenerezza e delicatezza, come si ama una bimba, ma riconosceva la donna, che pur era, e la travolgeva di voglie e di passione in un vortice che lei non aveva mai provato. Nemmeno a livello fisico.
Lui le sapeva chiedere scusa se la sentiva piangere, anche per motivi cui un’altra non avrebbe nemmeno fatto caso.
Lory lo guardava come una bimba che vede per la prima volta una cosa bellissima: il mare, la neve, un treno che passa, un cucciolo appena nato, l’arcobaleno…
Lo sentiva come una bimba che per la prima “sentiva” certe sensazioni: le gocce di pioggia sul viso, il profumo forte di un fiore, il sapore della cioccolata.
Stupita. Incredula. Felice.
Ma quanta paura aveva il suo cuore intriso di abbandoni.
Paura di essere poco per quest’uomo pieno di meraviglie. Con mille cose da raccontare, mille conoscenze che le regalava senza mai pensare di “insegnare”.  Paura che la sua stessa paura divenisse un peso, un ostacolo.
Non sapeva capacitarsi  che la vita le avesse fatto un tale dono.
Viveva costantemente piena di emozione. Con gli occhi pieni di lacrime commosse di fronte alla sorpresa di essere amata così . A quella confidenza raggiunta in pochissimo tempo, a quel sentire di potersi fidare davvero, a quella intimità che in quel modo non aveva mai vissuto.
Lo sentiva parte di sé. Lo aveva dentro, era in ogni gesto, in ogni pensiero. La sua luce calda e sempre accesa.
E quel suo modo d’amare aveva trovato un porto. Un uomo che amava di lei ogni cosa, anche quel suo amore cosí totalizzante. E non ne aprofittava mai, ma la ricambiava con un amore altrettanto intenso seppur saldo e sicuro.
Forse un giorno la paura le sarebbe passata. Forse solo lui poteva davvero fargliela passare.
La vita è strana, pensava.A volte così crudele, poi improvvisamente, quasi a risarciti, ti sorprende con un miracolo.
Lui, Lui era il suo miracolo.

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UNA TESTIMONIANZA VERA SULL’ ORRORE DELLA VIOLENZA

L’unica causa di uno stupro é lo stupratore. Punto.
Grazie a Michela per il coraggio di questa testimonianza e per la sua forza; nonostante tutto ció che ha subito é diventata una donna per cui provo un’immensa stima e un grande affetto.
Hanno perso Michela.
Gli sconfitti sono loro.

MonDonna

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Era un’estate del 1988, una di quelle estati calde che ormai non ricordiamo più. Andrea aveva 11 anni, un corpo esile, due occhi profondi. Camminava per la strada di un paese invisibile, minuscolo. Portava pantaloncini sopra al ginocchio, una maglietta con un orsetto stampato. Una macchina si fermò e scesero in due, per prenderla e portala via, via dalla sua innocenza, via da quella vita che non ricorderà mai più.
Tutto troppo veloce, ma infinitamente lento tra quei campi di grano dove nemmeno più i grilli cantavano, paralizzati dai tonfi sordi di una violenza inaudita.
Lasciata lì, tra il sangue e l’inferno, con lacrime bollenti che soffocavano il respiro.
Non disse nulla, si vergognava, pensava d’esser sbagliata, d’aver provocato con quel corpicino che piaceva a tanti.
Lavò l’orrore, stringendo i denti, strisciando i piedi che non sostenevano più.
Quando le chiesero, cosa fosse tutto quel sangue, disse che era diventata…

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STORIA DI CINZIA, CHE NON SARÀ MAI SPOSA

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Cinzia non aveva mai guardato con aria trasognata abiti da sposa.

Sposa non si vedeva, ché quel “per sempre finché morte non ci separi” lo prendeva con tale serietà da non crederla promessa possibile ad una creatura umana e come tale ne rimaneva rispettosamente lontana.

O, forse, nessuno l’aveva portata a crederlo possibile.

Era invecchiata da sola, partecipando a decine di matrimoni che aveva visto fallire, uno alla volta, falciati da stanchezze, tradimenti, incomprensioni, bugie, o forse dalla mancanza di fiducia nella possibilità di farcela, di andare oltre, di provarci ancora.

Era stata anche amante di un paio di uomini sposati, stanchi, arenati, che cercavano “parziali” vie di fuga, mantenendosi aperte tutte le possibilità, senza soffrire, impegnando il corpo e tenendosi il cuore.

Gli uomini  che aveva avuto li aveva amati tanto ma, forse non altrettanto intensamente amata o, forse era troppo esigente, troppo problematica, complicata…
O chissà.

Poi lui…l’incarnazione di ciò che esteticamente non le piaceva, decisamente più grande, un lavoro come tanti, libero.

Tenero, affettuoso, generoso comprensivo, fantasioso.

Alfine perfetto per lei.

Era andata oltre quell’aspetto, quegli sguardi interrogativi per una coppia tanto esteticamente improbabile e lo aveva amato, tanto, con forza, con concretezza, col desiderio di costruzione di una vita, finalmente, a due.

Lui l’aveva sostenuta, aveva supportato le sue speranze, colorato i suoi sogni.

E si vedeva, ora sì, non più giovane, sposa, sposa che attraversa le navate di una chiesa, per dire, incredibilmente, all’uomo che l’avrebbe attesa all’altare: “per sempre, finché morte non ci separi”.

Poi…Come una bolla di sapone tutto era svanito.

Svegliata da un sogno che le aveva invaso il cuore, svegliata da un’improvvisa fragilità che aveva solo colto ma non capito, o confuso con sensibilità estrema.

Nulla più possibile, nulla più realizzabile, l’amore che non scende a patti con la realta’.

Umano, troppo umano.

Resterà il ritratto di una sposa, sulla soglia di quel “per sempre” a cui non crederà  più.

E li chiamano “uomini”?


Prostituta col pancione, i clienti fanno la fila. Slaves No more: «Basta schiave del sesso»
di Roberta Beghini
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TORINO – C’era una volta la fumosa Londra di Dickens, con i vicoli bui e i sordidi bordelli, mattatoio di carne e di anime. Secoli dopo, ci sono storie che sembrano strappate alle pagine di quei romanzi e trasferite nelle squallide periferie delle città contemporanee. Storie di degrado e abiezione, di ordinaria miseria umana. Come quella di Diana (il nome è di fantasia per motivi di sicurezza ndr), vent’anni, rumena, costretta a prostituirsi sotto la luce fioca dei lampioni, tra capannoni dismessi e vecchie officine, in una zona alle porte di Torino, di quelle ormai dimenticate dal mondo. Sì, perché Diana è incinta, al settimo mese, parla pochissimo l’italiano e fatica a chiedere aiuto.

UN’ATTRAZIONE DA SFRUTTARE

Nonostante il pancione ormai evidente, è lì sul marciapiedi tutte le sere, fino quasi all’alba, a vendere scampoli di amore surrogato. Costretta, a suon di lividi e minacce, dai suoi “protettori”.

« Per loro è una miniera d’oro, visto che, proprio grazie al suo stato interessante, li fa guadagnare due o tre volte la tariffa ordinaria. Un’attrazione da sfruttare finché dura, fino a che – spiega suor Eugenia Bonetti, presidente dell’associazione Slaves no more – non sarà in grado di soddisfare le aberranti fantasie: una mamma, poco più che bambina, senza preservativo. Prestazioni non protette che rischiano di infettare con lei e il bimbo che porta in grembo».

IN FILA COME AL SUPERMARKET


Nelle lunghe notti urbane, i clienti fanno la fila, come alla cassa di un supermercato. Un fugace amplesso e via, inghiottiti dall’oscurità, che pare cancellare ogni residua traccia di coscienza. «Di storie come questa ce ne sono tante –  commenta suor Eugenia  – Le prostitute schiave a volte lavorano fino a pochi giorni prima del parto, con turni massacranti per soddisfare le numerose richieste. Per alcune di loro, però, la maternità segna un cambiamento: trovano il coraggio di scappare e anche di denunciare. In molti casi sono proprio i bambini a salvare le loro mamme». Chissà se anche per Diana, intrappolata in un inferno senza angeli né dei, sarà così
.

http://sociale.corriere.it/prostituta-col-pancione-i-clienti-fanno-la-fila-slaves-no-more-basta-schiave-del-sesso/

E poi posti l’articolo su fb e una donna commenta, sì,  negativamente su di loro, ma aggiunge: “però anche lei…”, ” perché a Torino trovi sostegno, ci sono strutture, case d’accoglienza, garantiscono l’anonimato, se accetti a 17 anni di far la prostituta hai la forza anche di uscirne.”
Ecco…le donne che fanno commenti di questo tipo mi fanno cadere le braccia.
Una ragazza, straniera, incinta, minacciata nemmeno sappiamo di cosa, spesso le minacciano non solo personalmente, ma di far del male ai loro cari, madri, fratelli, figli.
Le picchiano, le tengono recluse, le annullano. Meri involucri.
Ci sono donne adulte italiane picchiate quotidianamente dai loro compagni/mariti, che restano anni, a volte fino a rimetterci la vita, in certe condizioni, perche’ sono ormai psicologicamente, emotivamente, soggiogate, terrorizzate, e vogliamo muovere un solo pensiero di critica a questa ragazzina?
L’unica salvezza secondo me è che qualcuno, associazioni, preti, polizia, che so io, vada per strada, la rassicuri, la convinca ad andar via.
Ma ci credo poco.
Povera creatura, lei, e quella che porta in grembo.
E non trovo le parole per esprimere lo schifo, la rabbia, verso coloro che ne usano per i loro laidi piaceri il grembo gravido.
E li chiamano uomini?

Lucia

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