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8 Marzo, Festa della Donna: “NON DIMENTICATEVI…’

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8 marzo, Festa della Donna. Foto di Lucia Lorenzon.

Non dimenticatevi che non ci trasformiamo in un essere di non chiara natura quando ci aggiriamo precedute da un enorme pancione. Diventeremo mamme, ma resteremo Donne.
Non dimenticatevi che se non dormiamo da giorni, per allattare, accudire, consolare e abbiamo le occhiaie che arrivano al pavimento, e la voglia di scappare  e metterci a piangere, ci spetta in quanto dovere di madri, ma a voi spetta aiutarci perché non siamo solo le madri dei vostri figli ma anche le vostre compagne. Non dimenticatevi che siamo, appunto, le vostre compagne, non proprieta’, non serve, non “vostre”.
Restiamo, resteremo sempre, libere, altro da voi.
Non dimenticatevi che i kg in più, gli anni in più,  le rughe in più, non ci piacciono, ma nemmeno voi ne siete indenni e fuggire da una compagna che sta invecchiando con voi per una chimera bionda, bruna, italiana o straniera, di vent’anni di meno, significa solo che non siete cresciuti con noi, ma rimasti bambini alla ricerca del “giocattolo” nuovo.
Non dimenticatevi che, spesso, non lavoriamo perché non ci sono opportunità, occasioni, perché non abbiamo a chi affidare i figli, o i genitori anziani, non perché non ameremo essere indipendenti, essere pagate quanto voi, stare in posti di responsabilita’ che sosterremmo benissimo e voi non potete farci pesare i soldi che guadagnate come un’elemosina.
Non dimenticatevi che siamo state designate dalla natura a dare la vita, custodi, scrigni preziosi, e che non esiste alcuna giustificabile motivazione per strapparci la nostra vita, facendo diventare il termine “femminicidio” una odiosa parola di uso comune.
Non dimenticatevi che lo stupro è una delle peggiori infamie di cui può macchiarsi un uomo,
assolutamente non inferiore a un omicidio, perché uccidere un’anima non è assolutamente meno grave che uccidere un corpo.
Non dimenticatevi che oggi ve lo ricordiamo perché c’è questa festa che, purtroppo, sta prendendo sempre più una deriva commerciale e allontanandosi dal suo simbolico significato, ma che tutto questo deve valere non solo l’8 marzo, ma tutti i giorni dell’anno, tutta la vita, dacché siamo bimbe, finché saremo vecchie.
Vi ringraziamo per le mimose e i pensieri “in giallo” che riempiranno ovunque la giornata, ma non dimenticatevi che ciò che più ci fa sentire “festeggiate” è il rispetto, il poter guardarci negli occhi le une con gli altri, sapendo che nella nostra diversità sta la ricchezza e la forza che può sperare di migliorare il mondo.
Siamo Donne: non siamo migliori, non siamo peggiori di voi, solo diverse, col diritto di esserlo.
Lo sappiamo, a molti di voi non serve ricordare tutto ciò, ma, ancora a troppi, davvero troppi, sì.

RICORDATEVELO.

Lei (She) – Charles Aznavour:

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Jennifer. Bangkok.

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Ti chiamavi Jennifer, ma avevi occhi a mandorla e pelle ambrata, lisci capelli scuri e l’aria smarrita di chi, nonostante la vita non glielo permetta più, è ancora innocente dentro.
Jennifer e’ il nome che tua madre ti diede sperando ti portasse fortuna, un nome occidentale, nell’estremo oriente thailandese, quasi in pegno per una vita di riscatto.
Ma non c’era stato riscatto; tuo padre se ne andò, lasciando tua madre e i tuoi quattro fratelli e portandosi via ogni speranza.
Ci ha provato, tua madre, a lottare, a lavorare, a cercare in ogni modo di lasciarvi crescere dignitosamente, ma eravate troppi, troppo poveri, troppo soli.
Quel giorno eri andata in città, dovevi comprare qualcosa da mangiare, avevi un abitino liscio, chiaro, che lasciava intravedere  le tue gambe magre e nessuna forma di donna.
Tredici anni e ne dimostravi dieci.
Ma questo, tu ancora non lo sapevi, era un punto a tuo favore per i predatori che si aggiravano aspettando le loro vittime tra le vie di Bangkok, predatori di carne, sanguisughe di vita, invasori da ogni parte del mondo che volevano comprare, e occupare, coi loro membri adulti, e le loro anime marce, corpi di bambine.
Tu ancora non lo sapevi cosa voleva quel signore alto e biondo, che ti avvicinò con fare gentile, parlava in inglese e un poco lo capivi, tua madre in qualche modo era riuscita a farti vedere qualche DVD americano, cartoni animati, film, trovati chissà dove, perché la sua Jennifer imparasse l’inglese…e tu lo avevi imparato, dotata e veloce.
Ti stava chiedendo se volevi mangiare, forse non avresti dovuto, ti dicevi, ma avevi fame, tanta fame.
Mangiavi, mentre lui ti riempiva di complimenti e passava la sua mano ruvida sul tuo braccio nudo.
Tirò fuori un sacchetto e te lo mise in mano: “Guarda!”
A malapena capisti che erano rossetti, ne prendesti alcuni e li apristi, colori vivaci, vistosi, come quelli che vedevi sulle bocche di tante ragazze di Bangkok.
Lo guardasti, interrogativa.
– “Te li regalo tutti se nei prossimi giorni vieni in città e passi un po’ di tempo con me, ogni giorno ne metti uno diverso, ti comporti in modo carino con me e io ti do dei soldi per la tua famiglia “.
-” Va bene? ”
Confusa rispondesti di sì e accettasti di tornare l’indomani, in quello stesso locale dove ti aveva portata a mangiare.
Volasti a casa, quasi felice, col tuo sacchetto pieno di rossetti coloratissimi dentro un involucro argento e appena arrivata li mostrasti a tua madre.
Lei capì.
Capì e avrebbe voluto urlare:
-” Noooo! Jennifer, noooooo!!! “.
Avrebbe voluto spiegarti tutto, ma non lo fece, tacque, disperata e sconfitta, consapevole che, forse, immolando la sua bambina avrebbe salvato i suoi figli più piccoli.
Uscisti il giorno dopo, un rossetto color fuoco sulle labbra, la gonnellina corta, la maglietta aderente a mostrare il tuo torso di bambina, coi soli capezzoli accennati, e quelle scarpe col tacco troppo alto che tua madre t’aveva dato e ti facevano male ai piedi.
Era buio quando tornasti a casa e tutto era diventato chiaro e terribile.
Il tuo esile corpo impregnato di umori e secrezioni di un uomo che ti aveva adoperata come aveva voluto.
Un dolore acuto ti trafiggeva, stuprata, da chi ti ha voluto credere bambola consenziente per il suo lordo piacere.
In mano avevi alcuni dollari e sulla bocca, sul collo, tracce sbavate del tuo rossetto.
Lacrime scendevano silenziose, rassegnate.
Avevi capito.
Tua madre ti abbraccio’ e pianse con te.
Col dorso della mano asciugasti le lacrime:
“Domani…domani metterò un altro colore”.

©Lucia Lorenzon

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