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Dentro, ti vivo.

Reblog della mia pubblicazione sul blog “Caffè Letterario”, buona domenica a tutti.

Caffè Letterario

Sei nel mio sangue,
nel reticolo delle vene
che si intravedono,
sotto la mia pelle di carta di riso.
Sei nel ritmo del mio cuore
sincronizzato col tuo respiro,
addormentatomi accanto.
Sei nelle gocce di pianto,
stillate dai miei occhi d’alga,
sempre in cerca del tuo azzurro.
Sei nel l’umido desiderio,
che racconta segreti peccati;
nelle rime di antichi cantori,
che forse già sapevan di noi.
Sei il sentiero insperato,
che porta fuori dal fitto bosco,
sei il tepore delle notti più fredde.
Sei sempre. Laddove ti cerco.
Sei nel mio ora,
nel mio sconosciuto futuro,
nel mio dimenticato passato.
Unica voce che sempre riconoscerò
la conosco da dentro,
perché dentro ti vivo.

Lucia Lorenzon

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Immortale 

E ti bevo
Ti assaggio
Mi immergo nel tuo odore
Sei parte di ogni molecola
Sei il sangue
Che irrora il mio cuore
E l’ ossigeno per i miei polmoni
Sei fiaba
E carne
Miracolo
E terrena realtà
Sei la sconfitta dell’impossibile
Lo sberleffo allo spazio
La risata in faccia al tempo
Sei lì
_Indelebile_ nel mio DNA
Riconoscibile per l’eternità
Amore immortale
.

Ti avrei voluto mio

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Ti avrei voluto mio
Assoluta
Ingenerosa
Proprietà
Di sangue e anima.
Ti avrei voluto mio
Da sempre
Per sempre
Rivendicando un possesso
Senza origine
Senza fine
Eterno.
Ti avrei voluto mio
Oltre la ragione
Oltre la verità
Oltre l’impossibile

Ti avrei voluto mio.

UNA TESTIMONIANZA VERA SULL’ ORRORE DELLA VIOLENZA

L’unica causa di uno stupro é lo stupratore. Punto.
Grazie a Michela per il coraggio di questa testimonianza e per la sua forza; nonostante tutto ció che ha subito é diventata una donna per cui provo un’immensa stima e un grande affetto.
Hanno perso Michela.
Gli sconfitti sono loro.

MonDonna

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Era un’estate del 1988, una di quelle estati calde che ormai non ricordiamo più. Andrea aveva 11 anni, un corpo esile, due occhi profondi. Camminava per la strada di un paese invisibile, minuscolo. Portava pantaloncini sopra al ginocchio, una maglietta con un orsetto stampato. Una macchina si fermò e scesero in due, per prenderla e portala via, via dalla sua innocenza, via da quella vita che non ricorderà mai più.
Tutto troppo veloce, ma infinitamente lento tra quei campi di grano dove nemmeno più i grilli cantavano, paralizzati dai tonfi sordi di una violenza inaudita.
Lasciata lì, tra il sangue e l’inferno, con lacrime bollenti che soffocavano il respiro.
Non disse nulla, si vergognava, pensava d’esser sbagliata, d’aver provocato con quel corpicino che piaceva a tanti.
Lavò l’orrore, stringendo i denti, strisciando i piedi che non sostenevano più.
Quando le chiesero, cosa fosse tutto quel sangue, disse che era diventata…

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Non ti conosco partigiano

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Immagine da web

Non ti conosco Partigiano, ti ho letto sui libri di scuola, ho imparato la storia della mia Italia e l’ho velocemente disimparata tenendo a mente solo date, come il 25 aprile, canzoni, come “Bella ciao”, nomi di luoghi, immagini in bianco e nero, che ti vedevano arrampicato su qualche sentiero, nascosto in qualche anfratto, con armi o senza, spesso con accanto donne che tanto han fatto per e con te.

Non ti conosco Partigiano, se non nei racconti di nonni morti da tanto, depositari di una memoria che pian piano sbiadisce.

Non ti conosco Partigiano, so che sei stato eroico ed anche crudele, so che l’amore per la libertà e la Patria è stato pari all’odio di chi ha combattuto contro di te, sbagliando credo, ideale, ma forse con altrettanta fede e passione; e l’odio di allora tra voi, non dovrebbe oggi esister più tra chi è cresciuto libero.

Non ti conosco Partigiano, ma so che la mia libertà d’oggi, vissuta spesso come qualcosa di scontato, è passata attraverso i tuoi occhi, le tue mani, il tuo sangue, la tua vita.

Non ti conosco Partigiano, ma ti ringrazio.

Lucia

Le mestruazioni più dolorose sono quelle da nascondere

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Immagine da web

È quel giorno del mese. Ti senti debole, hai i crampi alla pancia, inizi a sanguinare, hai voglia di lavarti. Sai che per qualche giorno continuerà così, che succede più o meno ogni 28 giorni… e pazienza. O forse no. 

Chi sei? Dove ti trovi? 
Forse sei nata nella baraccopoli di Dacca, in Bangladesh, hai 14 anni o giù di lì e dove vivi non c’è neanche un bagno dove trovare un po’ di privacy per pulirti. Oppure, se c’è, non scorre mica l’acqua. Ti ci puoi al massimo intrufolare per arrotolare alla meno peggio un pezzo di una vecchia gonna che hai strappato, infilartelo in mezzo alle gambe e sperare che nessuno se ne accorga. E sperare (e questo sì sarebbe terribile) che non si inzuppi o si sposti tanto da macchiarti il vestito sul didietro. 

Al massimo tra qualche ora lo cambierai: dalla vecchia gonna di pezzi ne hai ricavati ben quattro. Cercherai dell’acqua per lavarlo e, se lo trovi, anche un po’ di sapone. 

Non che faccia la differenza, viste le condizioni dei tubi dell’acqua dalle tue parti, pieni di infiltrazioni e che si insinuano fin dentro il fango della fogna a cielo aperto dello slum. 

Che non verrà mai perfettamente pulito già lo sai, quindi tanto vale non perderci troppo tempo, strizzarlo ben benino e poi metterlo ad asciugare. Steso dietro un armadio, appiccicandolo al muro, oppure sotto al materasso, che nessuno lo veda. Anche se, certo, al Sole, col calore, le possibilità di igienizzarlo e impedire che vi si annidino i batteri o le muffe sarebbe un pochino meglio. 

Ma non si può. 

A scuola non ci vai: e come potresti? Neanche a scuola il bagno c’è. E comunque, anche se ci fosse, dove metteresti poi lo straccio insanguinato? E comunque certe volte stai troppo male per uscire di casa: forse avresti bisogno di un analgesico. Solo che in famiglia di certo se c’è qualche soldo in più si usa prima per cose più importanti. Senza contare che, in famiglia, non c’è nessuno che sappia di te e del tuo problema. 

E infatti nella baraccopoli di Dacca del problema non si parla. Quando una ragazzina ha le sue prime mestruazioni, nella quasi totalità dei casi non ha la più pallida idea di cosa significhi. Ne esce terrorizzata. 

È il segno che forse hai fatto qualcosa di sbagliato anche se tu no, davvero, non volevi, e nel dubbio è meglio che non lo dici a nessuno, neanche alla mamma o alle tue amiche: e se poi ti emarginassero? Già sei femmina, e in un paese musulmano. Ci manca solo che dalle tue parti intime esca del sangue. Che vergogna.

Chissà come funziona altrove
Purtroppo dove c’è povertà, funziona spesso così. In Bangladesh come in molti degli slum, dei campi profughi o semplicemente delle zone rurali dei paesi sottosviluppati. Per molte donne del Mondo una manciata di paglia, alcune foglie, qualche pagina di giornale, persino la segatura, la sabbia, la cenere o addirittura il fango possono diventare un assorbente. 

Per la stragrande maggioranza di loro, le infezioni si trasformano in un’inseparabile ombra. A lungo termine, non curandosi, sono in molte a diventare sterili. 

«Con tutte le tragiche conseguenze che il fatto di non essere fertile rappresenta in determinate realtà», ci racconta Manuela D’Andrea, responsabile di uno dei tanti progetti di supporto realizzati da Terre des hommes alle Ong dei paesi più bisognosi, e che ha vissuto per anni a contatto con le ragazze dello slum di Dacca. «Una donna che non può avere bambini è una donna che in alcune società non viene considerata, che non può avere attorno a sé una famiglia», racconta, «e in questi luoghi perdere la salute riproduttiva per colpa di una mancata igiene mestruale significa quindi anche amplificare lo stigma e la discriminazione che già caratterizzano la figura femminile». 

La stessa discriminazione che arriva, in quei giorni, a bandire le donne dai luoghi sacri, a vietare loro l’accesso alla cucina, all’intera casa, o che spinge addirittura a rinchiuderle nei recinti degli animali, come purtroppo avviene in alcune comunità rurali dell’Asia e dell’Africa. Perché sì, la donna mestruata in alcuni punti del Mondo è considerata sporca, impura, intoccabile. 

Parte tutto dalla testa 
Ma cosa pensa di sé una donna che appartiene a queste realtà? Soprattutto all’inizio, nei primi anni del ciclo, spesso non sa cosa stia succedendo al proprio corpo. Le mestruazioni sono un argomento tabù: vanno vissute in silenzio. 

Quel sangue, ed è idea diffusa in molte regioni (per esempio) dell’India, è qualcosa di sporco, forse il segno di una grave malattia. Soprattutto per le più giovani delle ragazze che vivono in comunità di questo tipo. E a volte, le più fragili arrivano persino a togliersi la vita davanti alla paura di aver contratto una malattia mortale. 

Mentre dall’altra parte del Mondo, nello stesso istante, una ragazzina sta magari festeggiando con la famiglia la prima mestruazione, il segno tangibile di un processo naturale, l’ingresso in un’età nuova, tutta da scoprire, quella anche dell’amore. 

Il peso delle conseguenze 
Oltre al disagio e ai lasciti sulla salute, le aree dove le mestruazioni vengono di fatto negate sono anche quelle dove è poi più duro anche il risvolto sociale. Nei paesi dove, per la mancanza di infrastrutture adeguate, sono costrette a saltare la scuola, o addirittura ad abbandonarla definitivamente, le ragazze perdono sin da giovanissime i contatti con le amiche e, in generale, con il mondo esterno alla famiglia. Rinunciando allo studio, finiscono per non avere altra scelta, un domani, se non quella dei lavori più umili. Lavori che però vengono spesso abbandonati con le stesse motivazioni della scuola. 

Finisce così l’idea di una possibile, almeno parziale, indipendenza, che si traduce in sottomissione alla famiglia o al compagno, estrema debolezza sociale, mancato controllo della propria vita. Un vero e proprio handicap che si estende pian piano a tutti gli aspetti della vita.

«Proprio per evitare questa catena di eventi», riprende D’Andrea, «si cerca di intervenire all’origine del problema, cioè sulla trascurata importanza di avere a disposizione i mezzi e un ambiente per rendere le mestruazioni più gestibili per le donne». Ci sono associazioni che distribuiscono assorbenti igienici, per esempio, altre che avviano attività per produrne a basso costo da materiali di riciclo, in modo da renderli più accessibili. Si cerca di spingere sulla costruzione di nuove infrastrutture, come le latrine, così come di sensibilizzare i governi locali a introdurre policy attente alla salute riproduttiva della donna. Anche se la verità è che nei regimi a stampo mafioso come le baraccopoli, iniziative di questo tipo faticano molto a penetrare. 

«In queste realtà il tabù delle mestruazioni è così integrato nella storia e nella cultura che è impossibile pensare di coprire il problema intervenendo solo dall’alto», spiega D’Andrea, «ed è per questo che portiamo avanti anche progetti di supporto socio-educativo che contengano una componente informativa sui temi dell’igiene, dei circuiti della salute riproduttiva e delle problematiche legate allo sviluppo adolescenziale». Progetti dove si ricerca il dialogo con le bambine, dove si cerca di trasmettere l’importanza della pulizia personale, ma anche del segnalare se a livello intimo ci siano eventualmente dei disturbi. Insomma: dove le si sprona a conoscere meglio se stesse e il proprio corpo. «Tanto che è possibile vedere segni di cambiamento anche nelle realtà più rigide come, appunto, gli slum del Bangladesh. E questo fa ben sperare». 

Al Nord del Mondo 
Se tutto sommato quel giorno del mese, quello in cui ti senti debole, hai i crampi alla pancia e inizi a sanguinare, puoi permetterti di pensare: “È solo il ciclo”, è molto probabile che tu appartenga al Nord del Mondo. In qualsiasi supermercato, sia tu a Roma, Londra o Los Angeles avrai una mezza corsia tutta per te, fatta di pacchettini colorati con dentro assorbenti e tamponi interni di ogni forma e dimensione. In più, a casa, la tua scorta di analgesici e tisane rilassanti. E no, molto probabilmente non dovrai neanche saltare la scuola o rinunciare ad andare al lavoro.

Certo, esistono anche qui i casi meno fortunati. Se sei una senzatetto, per esempio, i giorni del flusso potrebbero trasformarsi in un vero incubo, come raccontava in maniera molto intensa Vice  appena un paio di settimane fa. Ma in linea di massima, dal punto di vista pratico, i mezzi ci sono quasi per tutte. Così come, fortunatamente, qui nessuno isola né tratta una donna mestruata come un’untrice.

Ma ti senti del tutto libera dal tabù? O forse ti sei perlopiù adattata a escludere gli uomini da un discorso che in fondo, anche se ti trovi in un paese sviluppato, ancora ti imbarazza? 

Oggi parliamo tantissimo di sesso, e anche di controllo delle nascite e di temi delicati come l’aborto. Ma se ti macchiassi di sangue in ufficio, come la vivresti? Quando cammini verso un bagno pubblico per cambiarti l’assorbente, non lo nascondi forse bene in tasca? Quando all’aeroporto ti fanno aprire la valigia per i controlli, non speri forse che evitino di svuotarti la scatolina dei tamponi? Insomma: anche se parli liberamente di sesso, anticoncezionali e di interruzione di gravidanza, portare allo scoperto le mestruazioni continua a metterti a disagio. 

È discrezione, d’altronde, la parola più utilizzata quando c’è da pubblicizzare una nuova generazione di assorbenti. E non siamo certo propensi a parlare ad alta voce di sangue o sanguinamento descrivendo i giorni del ciclo (perché è così che li chiamiamo tutti, pur di non usare la parola mestruazioni). 

Perché, invece non ne parliamo liberamente, per quello che sono, per quello che è il corpo femminile, lanciando un segnale di apertura anche in nome delle realtà dove essere una donna significa doversi proteggere dalla vergogna con degli stracci mal lavati?

O, forse, pensi che quel goccetto di liquidino blu, fresco, limpido e forse anche profumato che ci propina il mondo della pubblicità, davvero ti rappresenti?

Articolo di Alice Pace

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