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Una figlia solo mia

Stella, 12 settembre 2016, primo giorno della prima elementare.

Il tuo negozio vende i buoni mensa per la scuola.  Entro a comperarne col mio bel foglietto dove serve il timbro del commerciante, e la cui compilazione a fine anno da diritto alla detrazione fiscale del 19% sulle spese mensa.
Mi chiedi: “i buoni per l’asilo?” 

Ti è sfuggito il particolare, che sa chiunque, in questo microscopico paese, che Stella fa la prima elementare. Solo che tu sei suo padre. 

E questo è un “dettaglio” che oramai sfugge non solo al tuo ma anche al mio pensiero.

Non penso più che tu manchi nei momenti importanti. Non ti mando più messaggi come il giorno che é nata o foto in qualche momento significativo, perché caduti sempre in un silenzio assordante. Ha smesso di importarmi. Forse si può pensare che scriverlo significhi qualcosa di diverso invece no, é così. Ha smesso di dispiacermi. Di farmi rabbia.  Stella di te non ha nulla. Nemmeno nei tratti fisici. Nulla. 

Come me la fossi fatta da sola. Una partogenesi. 

L’errore non sarà mai lei, così capitata per caso, ma l’averle dato te come padre. Un giorno glielo dovrò spiegare e dovrò dirle che ti amavo, anche se non so assolutamente piú il perché. Quanto si può essere vuoti d’amore per cercarlo dove c’è il vuoto assoluto.

Stella resta un legame indissolubile, ma se non fosse per lei, che un giorno avrà bisogno di sapere chi sei, tu saresti nel più totale oblio.

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La mia Stella iscritta alle elementari

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"Voglio sciogliere i capelli e mettere il cappello di mamma!"

Altro passo avanti, cucciola, da oggi sei iscritta alle elementari.
Se qualcuno mi avesse detto che a 47 anni avrei iscritto una figlia alle elementari lo avrei preso per un visionario.
Se mi avesse detto che lo avrei fatto da sola, senza condividere nulla con un padre, ancor di più.
Il modulo online, oggi, me li chiedeva continuamente i dati del secondo genitore, ma alla fine ho avuto la meglio io, l’hanno capito che non ci sono dati.
Siam qui. Io e te.
Come quando ti ho partorita e vista la prima volta.
Io e te.
Ce le condividiamo noi queste tappe, queste prime volte, queste emozioni.
Io e la mia bambolina, bionda e bellissima, che ora sembra cosí grande da far tremare il cuore.
Non è stato un tempo facile, anzi, eppure é passato in un attimo.
E molte cose non le ho vissute appieno perché ho avuto, ed ho, tanti problemi di salute e spessissimo nonna c’è stata al posto mio.
É andata cosí…ma noi andiamo avanti, e tu mi vuoi bene per quel che sono.
Sono fierissima di te, di ciò che sei diventata fin qui, e non ho dubbi che tu sia già una gran bella persona.
Un emozione che ho comunque condiviso  con chi ti ha vista crescere, da vicino e da lontano, e ti ha amata e ti ama.
E sono tanti. Perché é impossibile conoscerti e non innamorarsi di te.

Un bacio Amore

Mamma

Se apro il mio libro di poesia
O le valvole del mio cuore
Quale poesia può contenere la tua manina che saluta
Sulla soglia della scuola?”

Fawziyya Abu Khalid

L’Uomo Che Si Gioca Il Cielo A Dadi (1973)” di Roberto Vecchioni

Ad un figlio e a suo padre, padre che non conosco, ma un po’ m’ immagino cosí.
Vi penso…

“…E quando verrà l’ora

di partire, vecchio mio

scommetto che ti giochi

il cielo a dadi anche con Dio

e accetterà lo giuro

perché in cielo, dove sta,

se non ti rassomiglia che ci fa?

Caro papà,

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Lucia e papà Carlo. Stella e nonno Carlo.

“Per ritrovare la dolcezza di un padre devo andare molto indietro nel tempo, a quando non ancora in età scolare stavo sdraiata nelle sere d’estate a giocare con te sopra un plaid steso sull’erba, o a quando, io e te soli, ci arrampicavamo sui rifugi più semplici da raggiungere del Cadore.
Una bimba di 5 anni, il suo papà, un succo di frutta e un panino col salame.
E quando c’era un torrentello o un rigagnolo di acqua fresca mi facevi mettere a bagno i piedini stanchi. Quella è rimasta la montagna che amo, la bellezza impareggiabile delle Dolomiti, le lunghe camminate verso i rifiugi, i cieli tersi. Non tanto i boschi, i funghi, la neve, ma il fulgore delle rocce baciate dal sole o anche avvolte dalle nuvole e dalla nebbia, ma sempre essenziali e magnifiche. Mozzafiato. Forse l’unica cosa che hai fatto in tempo a farmi amare prima che il buio ti avvolgesse e trascinasse con sé la tua piccola famiglia.
Eri un uomo mite e fragile con cui la cui vita è stata dura fin da bimbo, in un tempo in cui con otto tra fratelli e sorelle, e una vita in campagna era difficile anche trovare da mangiare e si cominciava a lavorare nemmeno a dieci anni. Per compagna ti sei scelto, a trentadue anni, una ventitreenne forte come una roccia cui ti sei appoggiato per l’intera vita, abdicando a ruoli anche tipicamente maschili perché, tanto, faceva mamma.
Ti sei lasciato andare.
Anni di depressione prima, anni di alcolismo, di urla, anni in cui tra noi si è creato un abisso fatto della mia paura di te, della solitudine di una bambina, una ragazza, una giovane donna, che non aveva un padre al quale appoggiarsi e chiedere aiuto o da cui farsi semplicemente abbracciare, ma solo da cui proteggersi, per quanto possibile. Un padre dal quale fuggire, cercando altrove e ripetutamente sbagliando, una figura maschile di riferimento. Hai smesso di bere, ma io nel frattempo sono cresciuta in una famiglia malata che mi ha segnata per sempre, che ha annullato in me ogni idea positiva di famiglia e, infatti, una di mia non sono riuscita a costruirmela.
Poi, inattesa, quando avevi già settantasette anni è arrivata mia figlia.
Una figlia che il padre non ha riconosciuto, alla quale sono stata appunto incapace di dare una figura paterna prima e una famiglia poi, in un percorso fatto di errori provenienti da un passato mai risolto e tu, tu hai avuto il tuo grande riscatto.
Un nonno magnifico seppur anziano, paziente, finalmente capace d’essere una figura di riferimento, per la mia bimba fondamentale. Sei stato e sei tanto d’aiuto con lei, papà, e lei è stata un dono, seppur tardivo, che ti ha ringiovanito, ridato motivazione, fatto sentire infinitamente amato. Ho rivisto quel papà che dopo i miei sei anni non sei stato più nel tuo essere nonno con lei.
Noi due no, non ci siamo recuperati più, per te sono una figlia incomprensibile che ha fatto scelte e percorsi che non hai condiviso e continui a non condividere e io, forse, ti ho amato, a modo mio, ti sono di certo grata, ma non ti ho stimato papà, proprio no. L’altro giorno per una serie sfortunata di concause hai quasi rischiato di morire. Ho visto tutta la tua fragilità di ottantadueenne, ho visto anche mamma che, pur di dieci anni più giovane, per un attimo è entrata in crisi, avere paura e ne ho avuta anch’io. Quei momenti senza lucidità, con gli occhi sbarrati, sembravano la fine di un padre. E ho sentito con forza che, per quanto siamo stati lontani, per quanto tu non sia stato una radice forte, un sostegno, un solido appoggio, sei pur sempre una delle basi sulle quali la mia vita si è fondata.
E nessun rancore, nessun conflitto, nessun passato, cambierà questo.
Resti e resterai per sempre il mio papà.”

Tua figlia

“E un giorno” di Francesco Guccini

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Figlia

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"Figlia" foto di Lucia Lorenzon

Figlia senza padre e senza fratelli.
Genesi di un amore solo mio.
Parto di un ventre detto sterile.
Erede di una vita crudele.
Riscatto di luce
Sorriso indomito
Azzurro sguardo
Che riflette
La parte migliore di me.
Ho scelto la tua vita
Accettando
Che il dolore
Si impadronisse della mia.
A volte, con vergogna,
Mi chiedo
Se il dolore mi starebbe lontano
Senza te.
Ma senza te
Ben più duro sarebbe.
E mille e mille volte
La tua vita
Risceglierei.
E che tu possa capire
Che tu possa sentire
Nonostante tutto
L’Amore.

_Lucia Lorenzon

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Farsi male col cibo: LA BULIMIA

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“Tra le donne bulimiche che ho conosciuto non ve ne era una che non avesse sperimentato l’ambiguo, contraddittorio messaggio materno: «Sii come me, e diversa da me».”
(Renate Göckel)

Erano tra noi in questi giorni pieni di convivi, pranzi, cenoni, di sovrabbondante offerta di cibo.
Ragazzine, giovani donne, ma sempre più anche donne adulte, che ci sedevano accanto, di fronte, spesso con un bel fisico, comunque, generalmente, normopeso, eleganti, curate, simpatiche, di piacevole conversazione.
Erano tra noi e, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci siamo accorti del dramma che si portano dentro, non abbiamo fatto caso a quell’ eccessivo ricorso al bagno, non abbiamo colto la malinconica voragine nei loro occhi, il loro disagio nello stare sedute a tavola, o, magari, quella leggera callosita’ sulle dita dovuta ad un ripetuto improprio uso delle stesse, o i denti non più bianchissimi.
Un mondo di donne che cerca di celare un problema molto più diffuso di quanto si pensi, considerato vergognoso, socialmente inaccettabile, di cui si sentono profondamente colpevoli, che combattono spesso per anni prima di risolvere, se lo risolvono.
Schiave del cibo: bulimiche.
Non ho la preparazione per trattarne adeguatamente dal punto di vista medico e psicologico, ma sono stata anoressica, sono stata bulimica, e so cosa si provi e quali conseguenze si paghino.
Vi lascio pertanto un piccolo racconto, tra fantasia e realtà, per farvi avvicinare, e un po’ conoscere, l’anima e i pensieri di chi convive con questo devastante disturbo alimentare.
E, naturalmente, per esprimere tutta la mia vicinanza a chi ne soffre e la speranza che continuino la loro battaglia e si facciano aiutare.

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” Un viso dai tratti delicati, due occhi, verdi come l’erba che profuma di umidità e di muschio, sempre velati di malinconia, un’anima dolce nella quale c’era, celato al mondo, un buco nero, un vuoto d’amore che nessuno aveva saputo e poi voluto riempire.
Una bimba smarrita con una madre troppo fredda, troppo forte, troppo lontana; un padre troppo fragile, che avrebbe forse potuto amarla ma che aveva dovuto cercare di riempire il proprio vuoto con l’alcol.
Era cresciuta cosi’, con tanto calore innato e un freddo perenne intorno, un freddo che si sarebbe sentita addosso tutta la vita, mai sazia di sole, di calore, di estate. MAI SAZIA.
In due parole la sua vita: MAI SAZIA.
Chi ha fame d’amore non si ama e, difficilmente, troverà qualcuno che saprà amarlo tanto da tappare quella falla nell’anima.
E, allora, il cibo sembrava un surrogato facile. In qualsiasi momento, di qualunque tipo, ovunque si trovasse. Cibo, per quella voragine che mai si sarebbe riempita e vomito per cancellare colpa e lo schifo di se’.
Un perverso ciclo di autodistruzione che né la volontà né i professionisti della mente avevano guarito.
Ad un certo punto non sa più chi è.
L’anima l’ha lasciata in fondo al WC, ore di vomito,  per farla uscire tutta, spietatamente, che’ dentro non la vuole, non vuole coscienza, pietà per se stessa, spinte verso possibili resurrezioni.
Vuole il vuoto, il vuoto lo conosce meglio d’ogni altra cosa e ci si sa aggirare.
Uomini, pochi, abbagliati da quella pelle diafana, quegli occhi verdi, quel corpo da ballerina classica, quel cuore generoso, quella cascata inesauribile d’ amore che non si sa da quale sorgente potesse mai provenire… Incantati…promettevano, avvolgevano, appoggiavano…e poi si ritraevano.
Troppo amore. Troppo vuoto. Troppo rischioso.
Ancora ferite, ancora più freddo, sempre più dolore.
E il cibo sempre li’, amico, unico amore fedele.
Poteva farne il suo assassino…schiava, fino a farsi portare via.”

_Lucia Lorenzon

*Da Wikipedia:

La ‘bulimia (dal greco, boulimía, composto di (bôus) “bue” e (limós) “fame”; propr. ‘fame da bue’) è un disturbo del comportamento alimentare.
La bulimia nervosa è, insieme all’anoressia nervosa, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP). Ciò che contraddistingue la bulimia è un problema dell’alimentazione per cui una persona ingurgita una quantità di cibo eccessiva per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, non ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, purghe, digiuni e intenso esercizio fisico).

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QUANDO IL GENITORE È UNO SOLO -Lettera aperta al “padre” di mia figlia

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I capelli ricci un po’ troppo lunghi, magro, la bellezza appannata, oggi i tuoi anni li dimostri tutti.Mi saluti con la mano da lontano; quattro anni di relazione e siamo due sconosciuti, in fondo lo siamo sempre stati, so poco di quell’anima che da qualche parte hai sotterrato col feroce disincanto verso il mondo e le persone.Tutto, per te, è sempre smitizzabile dall’ironia, a volte feroce.Lo hai fatto anche con me, con me che ti amavo ma non so dire più cosa amavo, se non l’idea che mi ero fatta di te.Ti guardo e so che non ti amo piu’ ma nemmeno ti odio, non provo rancore. Forse la tua brutale sincerità ,a posteriori, l’apprezzo di più delle false speranze, dei racconti senza basi, delle illusioni che a volte gli uomini creano per legare a sé qualcuno, più o meno consapevolmente, ma sempre con superficialità, senza pensare al peso che hanno le parole, al male che possono fare alle persone. Nelle vita di una creatura umana si deve cercare di entrare solo e sempre se si è certi di migliorarla, sennò si deve starne fuori.Ti guardo e penso che sei l’uomo con cui ho il legame più forte che si possa avere, quella figlia capitata per caso, che non hai voluto, che guardi con simpatia ma da cui mantieni le distanze.Padre per caso a vent’anni, padre per caso a cinquanta. Figli che hanno trent’anni di differenza e tu non sei cambiato.Ma la vita non è mai un caso.Mia figlia non è in questo mondo per caso.Ci dovrai per forza fare i conti, tu e il tuo disincanto di fronte alla forza di una vita che hai creato con me.L’uomo più sbagliato con cui concepire un figlio, col più bello dei risultati possibili, la mia bambina.Un giorno ci sarà un faccia a faccia, so già che lo perderai, spero per cedere alla tua paternità,per prenderne atto, sennò sarà solo un perdere tutto, senza speranza, senza redenzione.

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