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Stupore per segreti scambi

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Immagine da web

Che singolari storie racconta la scienza, quando si inoltra a guardare in fondo al segreto del corpo umano. Secondo uno studio americano, molti figli portano con sè, per sempre, nel proprio sangue, un piccolo numero di cellule materne, ricevute durante la vita fetale. Parallelamente, ma questo è noto agli immunologi, anche se meraviglia noi profani, le donne che hanno avuto figli conservano nel sangue le loro tracce: 61 cellule fetali per ogni milione di cellule; pochissime, però come un timbro, un sigillo per sempre. Provoca uno stupore commosso questa idea che qualcosa delle madri possa restare nei figli e che dei figli qualcosa resti nelle madri. Nei nove mesi di cantiere alacre in cui si fabbrica un uomo, non solo dunque si costruisce una creatura, ma nel frattempo, silenzioso, uno scambio. Sicuramente c’è dal figlio alla madre, dice la ricerca, e ipotizzano ora che spesso ci sia anche dalla madre al figlio. Non sapendolo ancora, possiamo comunque fermarci allo stupore per questi segreti scambi. Che la madre resti nel figlio, dice la scienza, è “possibile”, ma che il figlio lasci una traccia nella madre è “certo”. E anche questo pare ricalcare un ordine delle cose che ci è già noto. “Lascerai tuo padre e tua madre”, ci è stato detto. Da grandi occorre andare. Di certo, però, lei non dimentica; lei rimane madre per sempre. Le madri del resto, lo hanno sempre saputo. Non c’era bisogno di trovare quelle 61 cellule di sangue fetale su un milione per dimostrarlo. Però, ecco, quel grappolo di cellule, uno per ogni figlio, specificano gli studiosi, anche per ogni figlio perso prima di nascere, sono lì come un marchio nel sangue. Memoria scritta nella carne di un’attesa, di un amore, di una lunga pazienza. Le vecchie madri dei soldati dell’ultima guerra, dispersi e mai tornati, le schiere di madri di ogni tempo orfane dei loro figli, forse un pò di consolazione l’avrebbero tratta, dal sapere di avere ancora nel loro sangue, una parte minuscola, ma pulsante, viva, del perduto bambino di un tempo “perchè siamo di carne e abbiamo bisogno di qualcosa da abbracciare”.

MARINA CORRADI
“L ‘AVVENIRE”

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Farsi male col cibo: LA BULIMIA

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“Tra le donne bulimiche che ho conosciuto non ve ne era una che non avesse sperimentato l’ambiguo, contraddittorio messaggio materno: «Sii come me, e diversa da me».”
(Renate Göckel)

Erano tra noi in questi giorni pieni di convivi, pranzi, cenoni, di sovrabbondante offerta di cibo.
Ragazzine, giovani donne, ma sempre più anche donne adulte, che ci sedevano accanto, di fronte, spesso con un bel fisico, comunque, generalmente, normopeso, eleganti, curate, simpatiche, di piacevole conversazione.
Erano tra noi e, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci siamo accorti del dramma che si portano dentro, non abbiamo fatto caso a quell’ eccessivo ricorso al bagno, non abbiamo colto la malinconica voragine nei loro occhi, il loro disagio nello stare sedute a tavola, o, magari, quella leggera callosita’ sulle dita dovuta ad un ripetuto improprio uso delle stesse, o i denti non più bianchissimi.
Un mondo di donne che cerca di celare un problema molto più diffuso di quanto si pensi, considerato vergognoso, socialmente inaccettabile, di cui si sentono profondamente colpevoli, che combattono spesso per anni prima di risolvere, se lo risolvono.
Schiave del cibo: bulimiche.
Non ho la preparazione per trattarne adeguatamente dal punto di vista medico e psicologico, ma sono stata anoressica, sono stata bulimica, e so cosa si provi e quali conseguenze si paghino.
Vi lascio pertanto un piccolo racconto, tra fantasia e realtà, per farvi avvicinare, e un po’ conoscere, l’anima e i pensieri di chi convive con questo devastante disturbo alimentare.
E, naturalmente, per esprimere tutta la mia vicinanza a chi ne soffre e la speranza che continuino la loro battaglia e si facciano aiutare.

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” Un viso dai tratti delicati, due occhi, verdi come l’erba che profuma di umidità e di muschio, sempre velati di malinconia, un’anima dolce nella quale c’era, celato al mondo, un buco nero, un vuoto d’amore che nessuno aveva saputo e poi voluto riempire.
Una bimba smarrita con una madre troppo fredda, troppo forte, troppo lontana; un padre troppo fragile, che avrebbe forse potuto amarla ma che aveva dovuto cercare di riempire il proprio vuoto con l’alcol.
Era cresciuta cosi’, con tanto calore innato e un freddo perenne intorno, un freddo che si sarebbe sentita addosso tutta la vita, mai sazia di sole, di calore, di estate. MAI SAZIA.
In due parole la sua vita: MAI SAZIA.
Chi ha fame d’amore non si ama e, difficilmente, troverà qualcuno che saprà amarlo tanto da tappare quella falla nell’anima.
E, allora, il cibo sembrava un surrogato facile. In qualsiasi momento, di qualunque tipo, ovunque si trovasse. Cibo, per quella voragine che mai si sarebbe riempita e vomito per cancellare colpa e lo schifo di se’.
Un perverso ciclo di autodistruzione che né la volontà né i professionisti della mente avevano guarito.
Ad un certo punto non sa più chi è.
L’anima l’ha lasciata in fondo al WC, ore di vomito,  per farla uscire tutta, spietatamente, che’ dentro non la vuole, non vuole coscienza, pietà per se stessa, spinte verso possibili resurrezioni.
Vuole il vuoto, il vuoto lo conosce meglio d’ogni altra cosa e ci si sa aggirare.
Uomini, pochi, abbagliati da quella pelle diafana, quegli occhi verdi, quel corpo da ballerina classica, quel cuore generoso, quella cascata inesauribile d’ amore che non si sa da quale sorgente potesse mai provenire… Incantati…promettevano, avvolgevano, appoggiavano…e poi si ritraevano.
Troppo amore. Troppo vuoto. Troppo rischioso.
Ancora ferite, ancora più freddo, sempre più dolore.
E il cibo sempre li’, amico, unico amore fedele.
Poteva farne il suo assassino…schiava, fino a farsi portare via.”

_Lucia Lorenzon

*Da Wikipedia:

La ‘bulimia (dal greco, boulimía, composto di (bôus) “bue” e (limós) “fame”; propr. ‘fame da bue’) è un disturbo del comportamento alimentare.
La bulimia nervosa è, insieme all’anoressia nervosa, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP). Ciò che contraddistingue la bulimia è un problema dell’alimentazione per cui una persona ingurgita una quantità di cibo eccessiva per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, non ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, purghe, digiuni e intenso esercizio fisico).

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ESSERE MADRI: “tra modelli di irraggiungibile perfezione e realtà”

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* ” Cosa sia una “buona madre” lo decidono gli altri. Il coro. Quelli che sanno sempre cosa si fa e cosa no. Cosa è giusto, saggio, utile. Quelli che dicono “è la natura, è così”: devi avere pazienza, assecondare i ritmi, provare tenerezza, dedicarti. Se ti senti affondare è perché sei inadeguata. Se i figli non vengono devi rassegnarti: non accanirti, non insistere. Si vede che non eri fatta per essere madre. Se non ne hai voluti devi avere in fondo qualcosa che non va. Se non hai nessuno vicino che voglia farne con te è perché non l’hai trovato, sei stata troppo esigente, forse troppo inquieta. Se preferisci il lavoro allora cosa pretendi. Se ti stanca sei depressa, se ti fa impazzire sei un mostro… Una cattiva madre. ”

     Io non so come si sentano davvero le tante figure di madri perfette che ci vengono proposte e raccontate dai media e dalle madri stesse.
Fatte di dedizione, abnegazione, pazienza, generosità.
Modelli impossibili cui solo l’idea di paragonarsi fa sprofondare nel senso di inadeguatezza e di colpa.
Modelli che poi fanno gridare al “mostro”, nei casi più gravi,  o al “che razza di madre” nei più lievi, a seconda che da questo modello ci si discosti solo un poco, o troppo.
E quelle che mai dovrebbero giudicare sono proprio le madri.
Perché nulla è imprevedibile come ciò che avviene dopo un concepimento.
A qualsiasi età, in qualsiasi condizione di vita.
Non si sa cosa si proverà, si pensa ad uno stato di inattaccabile felicità e invece ci si puó ritrovare a sentirti stranamente “occupate”, “invase” da qualcosa di estraneo, che non si riesce subito a sentire proprio, subito ad amare.
Orrore? No che non lo è, non si nasce madri, lo si diventa e non neccessariamente è un meccanismo automatico.
Quella nuova vita impiantata nel tuo corpo, nel tuo ventre, che di esso vive e si nutre, implica un processo di accettazione fisica e psicologica, che non sempre avviene subito. A volte avviene nel corso della gravidanza, a volte dopo la nascita,  a volte il rifiuto è talmente imprevisto, e devastante, da spingere all’aborto donne che hanno concepito i loro figli volendolo fare, all’interno di una relazione stabile, e non si sarebbero mai aspettate la sconosciuta, profonda, incoercibile, reazione di rifiuto.
Poi la gravidanza…e il sogno di nove mesi felici spesso rimane, appunto, un sogno.
Fulgide e bellissime mamme che girano per giornali e tv sono esempi falsati, edulcorati, “costruiti”.
La realtà può essere terribilmente diversa.
Mesi di nausee incoercibili, aumenti smisurati di peso, smagliature, diabete, pressione alta, problemi circolatori, stitichezza, emorroidi, dolori alla schiena …per citare ciò che può essere considerato piu’ ” lieve”, e senza parlare di madri che passano nove mesi a letto, delle tante che perdono i figli nelle più varie età gestazionali, delle gestosi gravidiche, dei mille gravissimi problemi cui si puo’ incorrere, durante e dopo la gestazione, e in cui può incorrere la vita che si porta in grembo.
La magia di una creatura umana che si muove dentro di sé non ha nemmeno parole per essere raccontata, ma a volte la magia si intercala a momenti d’incubo, a inconfessabili “chi me l’ha fatto fare?” a vortici di paure che si tengono nascoste dentro, seppellite, perché si può e si deve solo manifestare gioia, solo ciò che è “accettabile”.
E si partorisce.
Si possono fare tutti i corsi pre-parto del mondo, leggere tutto il leggibile, ma nulla ci dirà davvero come andrà il parto, che sia naturale o cesareo, solo vivendolo sì capirà  il dolore, la paura, lo smarrimento, l’onnipotenza, la felicità.
Ci si potrà sentire sole, anche assistite da mille attenzioni, o fortissim,e anche se, invece, si è  realmente sole in una sala operatoria, un attimo prima che ti taglino il ventre.
Un’incognita con un unica certezza: si diventa madri, e lo si sará per sempre.
Come si riuscirá ad esserlo? Anche qui interverranno mille fattori che non si potevano prevedere.
Dalla propria reazione, a quella che è la ciclopica impresa di gestire un neonato, alla reazione di chi si ha accanto, o al fatto che accanto non si ha proprio nessuno.
Ogni giorno è un camminare in equilibrio su di un filo, e ci si prova a far quadrare tutto, a far fronte a ciò che non si sapeva sarebbe avvenuto, alla malinconia che può diventare depressione, alle critiche costanti, alla nuova immagine di sé con cui si deve fare i conti.
E a volte i conti non quadrano, non tornano.
I soldi non bastano, il sonno non basta, il tempo non basta.
Ci si prova, ognuna come può, scendendo a patti con i limiti che si conoscevano e con limiti nuovi, ma anche con risorse e forze inattese
Si prova e si sbaglia, sperando di fare nel miglior modo possibile, cercando di perdonarsi, di essere tolleranti anche, e soprattutto, con sé stesse, puntando sull’amore, se altri punti di riferimento vacillano.
Sperando che, quel nuovo essere umano che si è messo al mondo lo senta che lo ami, lo senta anche se si è stravolte da mille problemi e sembra di non farcela mai.
Si prova, tra successi e cadute, tra fiumi di lacrime e impagabili felicità, e senza sapere assolutamente come andrà.

* ” Una madre lo sa di quanti siano i modi di essere madre, o di non esserlo affatto. Di quante ombre sia pieno l’amore perfetto, quello tra madri e figli, e di quante risorse inattese.
Tanti modi così diversi e tutti senza colpa.
Dalle donne passa la vita, sempre. Dalla pancia, dalla testa, dalle mani e dai ricordi.
E una madre questo lo sa. ”

Lucia Lorenzon

* citazioni da “UNA MADRE LO SA” di Concita De Gregorio

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NON DOVEVO ESSERE MADRE

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” Non sarò mai una madre.Resterò per sempre una ragazza.Invecchiero’ così,asciutta e sola. Il mio corpo non si sformerà, non si moltiplicherá.Non ci sarà Dio. Non ci sarà raccolto. Non ci sarà Natale. Bisogna cercare nel mondo, nella sua aridità, nelle sue strettoie il senso della vita…in questi negozi, in questo traffico…Invecchiero’ così.” Avevo 40 anni, una diagnosi di infertilità, una relazione con un uomo sbagliatissimo, e questa descrizione di sé stessa dalla protagonista di “Venuto al mondo” di M. Mazzantini, sembrava la mia descrizione perfetta. Io che, cresciuta da sola, figlia unica, avevo sognato di avere due, tre figli, non sarei mai stata chiamata “mamma”, sarei continuata a sembrare una ragazza, al di fuori, stranamente risparmiata tanto a lungo dai segni del tempo e il mio ventre inospitale sarebbe rimasto sempre vuoto. Quindi che significavano quelle due lineette sul test di gravidanza? Fatto con la leggerezza di chi deve solo confermare che l’impossibile resta impossibile, anche dopo una settimana di ritardo? Significavano che la frase “nulla è impossibile” si rivela a volte non essere un luogo comune,significavano che a due mesi dai miei 41 anni,una vita stava cercando di crescere in me. “Non desiderare troppo qualcosa, potresti essere accontentato”; questa frase mi si formulò in mente, non gioia, non la sensazione del miracolo, ma terrore, voglia di fuga,consapevolezza che la fuga l’avrebbe senz’altro fatta il padre, che già aveva figli grandi, che con me non si sentiva affatto impegnato, figuriamoci con un figlio. È stato un lungo travaglio interiore accettare questo miracolo e pensarlo un dono. È stata dura essere abbandonata incinta. È stata dura non interrompere questo cammino nuovo e impervio e tornare sulla strada non facile, ma conosciuta, percorsa per metà della mia vita. È stata dura scegliere di far correre dei rischi al mio fragile corpo provato da anni di disturbi alimentari, di lasciar riempire il conosciuto vuoto da una creatura. Una creatura mia. Ma la mia scelta più solitaria, più drammatica,l’ho fatta, sfuggendo all’ultimo momento ad un aborto già fissato e pagandola in termini di salute più di quanto pensassi, mi verrebbe da dire più di quanto meritassi. Nulla è andato come speravo andasse nei sogni che accompagnano una gravidanza. Dicono che la vita comincia a quarant’anni e questo sì è un illusorio luogo comune, ma una vita l’ho fatta iniziare comunque, ed e’ una meravigliosa vita, è bionda, ha gli occhi azzurri, ha un sorriso che irradia luce, e mi chiama “mamma”.

Lucia

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QUANDO IL GENITORE È UNO SOLO -Lettera aperta al “padre” di mia figlia

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I capelli ricci un po’ troppo lunghi, magro, la bellezza appannata, oggi i tuoi anni li dimostri tutti.Mi saluti con la mano da lontano; quattro anni di relazione e siamo due sconosciuti, in fondo lo siamo sempre stati, so poco di quell’anima che da qualche parte hai sotterrato col feroce disincanto verso il mondo e le persone.Tutto, per te, è sempre smitizzabile dall’ironia, a volte feroce.Lo hai fatto anche con me, con me che ti amavo ma non so dire più cosa amavo, se non l’idea che mi ero fatta di te.Ti guardo e so che non ti amo piu’ ma nemmeno ti odio, non provo rancore. Forse la tua brutale sincerità ,a posteriori, l’apprezzo di più delle false speranze, dei racconti senza basi, delle illusioni che a volte gli uomini creano per legare a sé qualcuno, più o meno consapevolmente, ma sempre con superficialità, senza pensare al peso che hanno le parole, al male che possono fare alle persone. Nelle vita di una creatura umana si deve cercare di entrare solo e sempre se si è certi di migliorarla, sennò si deve starne fuori.Ti guardo e penso che sei l’uomo con cui ho il legame più forte che si possa avere, quella figlia capitata per caso, che non hai voluto, che guardi con simpatia ma da cui mantieni le distanze.Padre per caso a vent’anni, padre per caso a cinquanta. Figli che hanno trent’anni di differenza e tu non sei cambiato.Ma la vita non è mai un caso.Mia figlia non è in questo mondo per caso.Ci dovrai per forza fare i conti, tu e il tuo disincanto di fronte alla forza di una vita che hai creato con me.L’uomo più sbagliato con cui concepire un figlio, col più bello dei risultati possibili, la mia bambina.Un giorno ci sarà un faccia a faccia, so già che lo perderai, spero per cedere alla tua paternità,per prenderne atto, sennò sarà solo un perdere tutto, senza speranza, senza redenzione.

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UNA MADRE UCCIDE SUO FIGLIO: PERCHÉ?

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Io non so se davvero la madre ha ucciso Loris.
Spero di no, temo di sì, penso con dolore infinito a cosa deve aver provato quel cucciolo, se chi di più al mondo doveva proteggerlo invece lo ha ucciso.
Ma questa ragazza, divenuta madre poco più che bambina, sofferente di depressione, rifiutata dal padre, bollata come “sbaglio” dalla madre, che ha tentato il suicidio, quanto è stata aiutata? È stata curata? Perché era sola coi due bambini, se tanta instabilità aveva manifestato?
Se ha abbandonato le cure ( la depressione implica spesso anche la negazione di soffrirne ) perché nessuno ha capito che poteva essere pericolosa, messo al sicuro i figli?
Perché i mostri sono sempre gli altri, non capiamo che davvero gli altri siano noi? Che questa orrida società siamo noi?
Io provo pena, e credo che tutti siamo responsabili di fronte ad un bimbo ucciso da sua madre, tutti siamo un po’ colpevoli nei confronti di una creatura umana che uccide una parte di sé, suo figlio.
Sono madre, non giustifico un tale gesto, provo a spiegarmelo e certi giudizi feroci e spietati non li condivido.
Io tremo di fronte a tali vicende tremo di fronte all’abisso della mente umana, che in questo caso forse doveva, e poteva, essere visto e previsto, ma a volte la rottura del sé colpisce anche laddove nulla lo farebbe sospettare, laddove oscuri problemi restano sepolti nel fondo della mente fino ad esplodere incontrollati.
Davvero possiamo dirci immuni e sicuri?
Che venga processata, condannata, che giustamente la giustizia faccia il suo corso.
La sua condanna e la sua pena più grande sono in lei e nulla le cancellerà, se mai porterà a livello di coscienza ciò che ha fatto, nessun giudice potrà essere più severo di sé stessa.

Lucia