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Come un figlio

Lo amava. Più di quanto potesse lei stessa immaginare.

Lo amava come un figlio, anche se non le era figlio.
Un uomo tanto amato quanto un figlio; con lo stesso desiderio che fosse felice, che fosse sereno, con la stessa consapevolezza che pensava potesse appartenere solo ad una madre: “farei qualunque cosa per proteggerti, perché tu non soffra, perché tu non abbia a patire, persino soffrire al posto tuo”.

Cose che non si possono fare, ma si possono provare.

Non lo diceva.

Sapeva che un amore così sarebbe stato criticato, considerato eresia, follia, ossessione.

Sapeva che una donna, che diceva di amare un uomo in questo modo, sarebbe stata criticata, perché la maternità non è considerata paragonabile a nulla. No, non lo era, per molte cose; ma l’ amore sì.

L’incanto dell’ incontro con qualcuno cui sai di appartenere, il riconoscimento di una parte di sè, la certezza di un amore che non può avere fine.

Lei riteneva che gli amori veri fossero così.
La prima volta che vedi quegli occhi, sai che sono l’ unico specchio che vorrai, che siano venuti dal tuo grembo o da quello del destino.

Lei li amava così: il suo uomo e la sua creatura. Così incredibilmente simili: col cielo negli occhi e l’ ottimismo nel sangue, per volare ovunque i sogni li portassero.

Due orsi famelici di cibo, tanto quanto lei si cibava distrattamente e per dovere.

Due anime sognatrici e curiose. Due artisti della vita capaci di pennellate rivoluzionarie.

Due amanti della natura in ogni suo aspetto.

I suoi amori.

I miracoli della sua vita.

Per cui fare qualunque cosa.
Per cui imparare anche a sopportare di non non poter far niente, se non continuare ad amarli.

Sempre.

Lucia Lorenzon, 5 aprile 2018

Mi rendi Dea

Si adagiano
I miei seni
Nell’incavo delle tue mani
Raccogli in essi
L’essenza
Della donna che sono
E quando la tua bocca
Innamorata ed avida
Li sugge
Ti fai Amante e Figlio
Rendendomi Dea _e Madre_
Del nostro Amore.

Non giudicate una madre

8 maggio 2016 Festa della mamma

Auguri a tutte, tutte le mamme!

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Lucia e Stella Lorenzon

Non giudicate
Una madre
Non giudicate
Le mancanze
Che voi vedete
I sorrisi
Che nascondono fatiche
Le lacrime
Di un’emozione
Che solo lei sa.
Non giudicate
Carezze e baci
Grida e parole lievi
Sensi di colpa
Senza assoluzione
Amore senza paragone.
Non giudicate una madre.
Non giudicatela,
Provate a conoscerla
_Un poco almeno_
Guardando in fondo
Agli occhi dei suoi figli.

Lucia

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Disegno di Stella: la mamma con l'aquilone

“Alla fine hai un bambino sano” di Angelica Nucera (ostetrica)

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Siamo davvero sicuri che l’unica cosa che conti è che il Bambino sia vivo e sano nell’immediato? 
Che peso ha la Nascita sulla salute a lungo termine di Madre e Figlio? 
Quanto conta l’integrità fisica ed emotiva di una Donna che partorisce?
Non siamo vittime da immolare e sacrificare sull’altare in nome dell’amore per i figli.
Non è vero che è giusto subire durante il parto perché “tanto poi dimentichi tutto”.
Non si dimentica tutto.
Non si dimenticano le spinte sulla pancia quando a distanza di settimane abbiamo ancora le costole crinate.
Non si dimentica quel “taglietto” quando perdiamo feci, pipì e non riusciamo più ad avere rapporti sessuali appaganti, perché non basta riuscire ad averne (anche se a volte già questo è impossibile) ma è fondamentale provare piacere: una Madre è anche Amante e come tale ha diritto a godere pienamente del piacere del proprio corpo, ad avere orgasmi pieni e soddisfacenti. Una Donna che rivendica il suo diritto al piacere sessuale non è una Madre cattiva, egoista o puttana ma consapevole del proprio corpo e dell’importanza di una vita sessuale completa.
Non si dimenticano gli insulti, le parolacce, la mancanza di tatto e delicatezza, la fretta, le mani fredde, le luci accecanti, le urla.
Non si dimenticano le gambe divaricate davanti ad una folla di persone con gli occhi puntati sui propri genitali, né le dita in vagina di più e più operatori, più e più volte: la vagina ha una memoria e qualsiasi intrusione non necessaria e non voluta lascia un ricordo che può far male anche a distanza di anni.
Non si dimentica il dolore di vedere il proprio figlio allontanato, mentre qualcuno ci strizza la pancia.
Non si dimentica il gelo della sala operatoria, quando tutti i giorni allo specchio c’è la cicatrice di quell’intervento che brucia, brucia dentro, che sia stato necessario o, come spesso accade, no.
Guarire è possibile. 
Ma ancor più importante della guarigione è la prevenzione, la protezione da tutto questo e da tanto altro.
La Nascita non deve per forza essere violenta e brutale e noi Donne non dobbiamo accettare questo martirio non necessario che per la società sembra invece quasi un passaggio inevitabile per essere considerate Buone Madri.
“Non è l’aver sofferto e sopportato ogni genere di violenza che ti darà diritto a sentirti una Buona Madre. Non credere a chi ti dice che una Buona Madre è pronta a sopportare di tutto per suo figlio e che facendo leva su questo compie ogni genere di scempio sul tuo corpo. Hai diritto alla tua integrità fisica ed emotiva, alla tua vita sessuale, alla salute, all’amore per il tuo corpo. Ne hai diritto tu… E ne ha diritto anche il tuo Bambino.”

©Angelica Nucera

*Angelica Nucera é ostetrica libera domiciliare della provincia di Ancona, assiste nelle Marche e in Umbria, la sua pagina fb è:https://www.facebook.com/lalunaeilsoleostetrica, il suo sito web è: http://www.ostetricanucera.it)

AMORE PIÙ GRANDE NON C’É

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Lucia e Stella 2011/2014 varie

Una donna che diventa madre avrà un grande, raro, privilegio: essere amata dai propri figli per quel che è.
Qualsiasi pregio e qualsiasi difetto essa abbia, persino se è violenta, persino se lei non quei figli non li ama.
Un amore infinito, senza se e senza ma, che durerà il tempo della loro infanzia.
Il momento più prezioso della loro, e della nosta vita, di cui mai dovremmo dimenticare l’immensa importanza, il grandioso, imparagonabile, assolutamente irripetibile, dono che ci è fatto.

_Lucia

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Stupore per segreti scambi

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Immagine da web

Che singolari storie racconta la scienza, quando si inoltra a guardare in fondo al segreto del corpo umano. Secondo uno studio americano, molti figli portano con sè, per sempre, nel proprio sangue, un piccolo numero di cellule materne, ricevute durante la vita fetale. Parallelamente, ma questo è noto agli immunologi, anche se meraviglia noi profani, le donne che hanno avuto figli conservano nel sangue le loro tracce: 61 cellule fetali per ogni milione di cellule; pochissime, però come un timbro, un sigillo per sempre. Provoca uno stupore commosso questa idea che qualcosa delle madri possa restare nei figli e che dei figli qualcosa resti nelle madri. Nei nove mesi di cantiere alacre in cui si fabbrica un uomo, non solo dunque si costruisce una creatura, ma nel frattempo, silenzioso, uno scambio. Sicuramente c’è dal figlio alla madre, dice la ricerca, e ipotizzano ora che spesso ci sia anche dalla madre al figlio. Non sapendolo ancora, possiamo comunque fermarci allo stupore per questi segreti scambi. Che la madre resti nel figlio, dice la scienza, è “possibile”, ma che il figlio lasci una traccia nella madre è “certo”. E anche questo pare ricalcare un ordine delle cose che ci è già noto. “Lascerai tuo padre e tua madre”, ci è stato detto. Da grandi occorre andare. Di certo, però, lei non dimentica; lei rimane madre per sempre. Le madri del resto, lo hanno sempre saputo. Non c’era bisogno di trovare quelle 61 cellule di sangue fetale su un milione per dimostrarlo. Però, ecco, quel grappolo di cellule, uno per ogni figlio, specificano gli studiosi, anche per ogni figlio perso prima di nascere, sono lì come un marchio nel sangue. Memoria scritta nella carne di un’attesa, di un amore, di una lunga pazienza. Le vecchie madri dei soldati dell’ultima guerra, dispersi e mai tornati, le schiere di madri di ogni tempo orfane dei loro figli, forse un pò di consolazione l’avrebbero tratta, dal sapere di avere ancora nel loro sangue, una parte minuscola, ma pulsante, viva, del perduto bambino di un tempo “perchè siamo di carne e abbiamo bisogno di qualcosa da abbracciare”.

MARINA CORRADI
“L ‘AVVENIRE”

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Farsi male col cibo: LA BULIMIA

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“Tra le donne bulimiche che ho conosciuto non ve ne era una che non avesse sperimentato l’ambiguo, contraddittorio messaggio materno: «Sii come me, e diversa da me».”
(Renate Göckel)

Erano tra noi in questi giorni pieni di convivi, pranzi, cenoni, di sovrabbondante offerta di cibo.
Ragazzine, giovani donne, ma sempre più anche donne adulte, che ci sedevano accanto, di fronte, spesso con un bel fisico, comunque, generalmente, normopeso, eleganti, curate, simpatiche, di piacevole conversazione.
Erano tra noi e, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci siamo accorti del dramma che si portano dentro, non abbiamo fatto caso a quell’ eccessivo ricorso al bagno, non abbiamo colto la malinconica voragine nei loro occhi, il loro disagio nello stare sedute a tavola, o, magari, quella leggera callosita’ sulle dita dovuta ad un ripetuto improprio uso delle stesse, o i denti non più bianchissimi.
Un mondo di donne che cerca di celare un problema molto più diffuso di quanto si pensi, considerato vergognoso, socialmente inaccettabile, di cui si sentono profondamente colpevoli, che combattono spesso per anni prima di risolvere, se lo risolvono.
Schiave del cibo: bulimiche.
Non ho la preparazione per trattarne adeguatamente dal punto di vista medico e psicologico, ma sono stata anoressica, sono stata bulimica, e so cosa si provi e quali conseguenze si paghino.
Vi lascio pertanto un piccolo racconto, tra fantasia e realtà, per farvi avvicinare, e un po’ conoscere, l’anima e i pensieri di chi convive con questo devastante disturbo alimentare.
E, naturalmente, per esprimere tutta la mia vicinanza a chi ne soffre e la speranza che continuino la loro battaglia e si facciano aiutare.

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” Un viso dai tratti delicati, due occhi, verdi come l’erba che profuma di umidità e di muschio, sempre velati di malinconia, un’anima dolce nella quale c’era, celato al mondo, un buco nero, un vuoto d’amore che nessuno aveva saputo e poi voluto riempire.
Una bimba smarrita con una madre troppo fredda, troppo forte, troppo lontana; un padre troppo fragile, che avrebbe forse potuto amarla ma che aveva dovuto cercare di riempire il proprio vuoto con l’alcol.
Era cresciuta cosi’, con tanto calore innato e un freddo perenne intorno, un freddo che si sarebbe sentita addosso tutta la vita, mai sazia di sole, di calore, di estate. MAI SAZIA.
In due parole la sua vita: MAI SAZIA.
Chi ha fame d’amore non si ama e, difficilmente, troverà qualcuno che saprà amarlo tanto da tappare quella falla nell’anima.
E, allora, il cibo sembrava un surrogato facile. In qualsiasi momento, di qualunque tipo, ovunque si trovasse. Cibo, per quella voragine che mai si sarebbe riempita e vomito per cancellare colpa e lo schifo di se’.
Un perverso ciclo di autodistruzione che né la volontà né i professionisti della mente avevano guarito.
Ad un certo punto non sa più chi è.
L’anima l’ha lasciata in fondo al WC, ore di vomito,  per farla uscire tutta, spietatamente, che’ dentro non la vuole, non vuole coscienza, pietà per se stessa, spinte verso possibili resurrezioni.
Vuole il vuoto, il vuoto lo conosce meglio d’ogni altra cosa e ci si sa aggirare.
Uomini, pochi, abbagliati da quella pelle diafana, quegli occhi verdi, quel corpo da ballerina classica, quel cuore generoso, quella cascata inesauribile d’ amore che non si sa da quale sorgente potesse mai provenire… Incantati…promettevano, avvolgevano, appoggiavano…e poi si ritraevano.
Troppo amore. Troppo vuoto. Troppo rischioso.
Ancora ferite, ancora più freddo, sempre più dolore.
E il cibo sempre li’, amico, unico amore fedele.
Poteva farne il suo assassino…schiava, fino a farsi portare via.”

_Lucia Lorenzon

*Da Wikipedia:

La ‘bulimia (dal greco, boulimía, composto di (bôus) “bue” e (limós) “fame”; propr. ‘fame da bue’) è un disturbo del comportamento alimentare.
La bulimia nervosa è, insieme all’anoressia nervosa, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP). Ciò che contraddistingue la bulimia è un problema dell’alimentazione per cui una persona ingurgita una quantità di cibo eccessiva per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, non ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, purghe, digiuni e intenso esercizio fisico).

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ESSERE MADRI: “tra modelli di irraggiungibile perfezione e realtà”

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* ” Cosa sia una “buona madre” lo decidono gli altri. Il coro. Quelli che sanno sempre cosa si fa e cosa no. Cosa è giusto, saggio, utile. Quelli che dicono “è la natura, è così”: devi avere pazienza, assecondare i ritmi, provare tenerezza, dedicarti. Se ti senti affondare è perché sei inadeguata. Se i figli non vengono devi rassegnarti: non accanirti, non insistere. Si vede che non eri fatta per essere madre. Se non ne hai voluti devi avere in fondo qualcosa che non va. Se non hai nessuno vicino che voglia farne con te è perché non l’hai trovato, sei stata troppo esigente, forse troppo inquieta. Se preferisci il lavoro allora cosa pretendi. Se ti stanca sei depressa, se ti fa impazzire sei un mostro… Una cattiva madre. ”

     Io non so come si sentano davvero le tante figure di madri perfette che ci vengono proposte e raccontate dai media e dalle madri stesse.
Fatte di dedizione, abnegazione, pazienza, generosità.
Modelli impossibili cui solo l’idea di paragonarsi fa sprofondare nel senso di inadeguatezza e di colpa.
Modelli che poi fanno gridare al “mostro”, nei casi più gravi,  o al “che razza di madre” nei più lievi, a seconda che da questo modello ci si discosti solo un poco, o troppo.
E quelle che mai dovrebbero giudicare sono proprio le madri.
Perché nulla è imprevedibile come ciò che avviene dopo un concepimento.
A qualsiasi età, in qualsiasi condizione di vita.
Non si sa cosa si proverà, si pensa ad uno stato di inattaccabile felicità e invece ci si puó ritrovare a sentirti stranamente “occupate”, “invase” da qualcosa di estraneo, che non si riesce subito a sentire proprio, subito ad amare.
Orrore? No che non lo è, non si nasce madri, lo si diventa e non neccessariamente è un meccanismo automatico.
Quella nuova vita impiantata nel tuo corpo, nel tuo ventre, che di esso vive e si nutre, implica un processo di accettazione fisica e psicologica, che non sempre avviene subito. A volte avviene nel corso della gravidanza, a volte dopo la nascita,  a volte il rifiuto è talmente imprevisto, e devastante, da spingere all’aborto donne che hanno concepito i loro figli volendolo fare, all’interno di una relazione stabile, e non si sarebbero mai aspettate la sconosciuta, profonda, incoercibile, reazione di rifiuto.
Poi la gravidanza…e il sogno di nove mesi felici spesso rimane, appunto, un sogno.
Fulgide e bellissime mamme che girano per giornali e tv sono esempi falsati, edulcorati, “costruiti”.
La realtà può essere terribilmente diversa.
Mesi di nausee incoercibili, aumenti smisurati di peso, smagliature, diabete, pressione alta, problemi circolatori, stitichezza, emorroidi, dolori alla schiena …per citare ciò che può essere considerato piu’ ” lieve”, e senza parlare di madri che passano nove mesi a letto, delle tante che perdono i figli nelle più varie età gestazionali, delle gestosi gravidiche, dei mille gravissimi problemi cui si puo’ incorrere, durante e dopo la gestazione, e in cui può incorrere la vita che si porta in grembo.
La magia di una creatura umana che si muove dentro di sé non ha nemmeno parole per essere raccontata, ma a volte la magia si intercala a momenti d’incubo, a inconfessabili “chi me l’ha fatto fare?” a vortici di paure che si tengono nascoste dentro, seppellite, perché si può e si deve solo manifestare gioia, solo ciò che è “accettabile”.
E si partorisce.
Si possono fare tutti i corsi pre-parto del mondo, leggere tutto il leggibile, ma nulla ci dirà davvero come andrà il parto, che sia naturale o cesareo, solo vivendolo sì capirà  il dolore, la paura, lo smarrimento, l’onnipotenza, la felicità.
Ci si potrà sentire sole, anche assistite da mille attenzioni, o fortissim,e anche se, invece, si è  realmente sole in una sala operatoria, un attimo prima che ti taglino il ventre.
Un’incognita con un unica certezza: si diventa madri, e lo si sará per sempre.
Come si riuscirá ad esserlo? Anche qui interverranno mille fattori che non si potevano prevedere.
Dalla propria reazione, a quella che è la ciclopica impresa di gestire un neonato, alla reazione di chi si ha accanto, o al fatto che accanto non si ha proprio nessuno.
Ogni giorno è un camminare in equilibrio su di un filo, e ci si prova a far quadrare tutto, a far fronte a ciò che non si sapeva sarebbe avvenuto, alla malinconia che può diventare depressione, alle critiche costanti, alla nuova immagine di sé con cui si deve fare i conti.
E a volte i conti non quadrano, non tornano.
I soldi non bastano, il sonno non basta, il tempo non basta.
Ci si prova, ognuna come può, scendendo a patti con i limiti che si conoscevano e con limiti nuovi, ma anche con risorse e forze inattese
Si prova e si sbaglia, sperando di fare nel miglior modo possibile, cercando di perdonarsi, di essere tolleranti anche, e soprattutto, con sé stesse, puntando sull’amore, se altri punti di riferimento vacillano.
Sperando che, quel nuovo essere umano che si è messo al mondo lo senta che lo ami, lo senta anche se si è stravolte da mille problemi e sembra di non farcela mai.
Si prova, tra successi e cadute, tra fiumi di lacrime e impagabili felicità, e senza sapere assolutamente come andrà.

* ” Una madre lo sa di quanti siano i modi di essere madre, o di non esserlo affatto. Di quante ombre sia pieno l’amore perfetto, quello tra madri e figli, e di quante risorse inattese.
Tanti modi così diversi e tutti senza colpa.
Dalle donne passa la vita, sempre. Dalla pancia, dalla testa, dalle mani e dai ricordi.
E una madre questo lo sa. ”

Lucia Lorenzon

* citazioni da “UNA MADRE LO SA” di Concita De Gregorio

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