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E il diritto di Achille?

Antonella Penati – Elvira Reale – Serenella Pignotti

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Il caso Martina Levato e il doppio abuso verso un bambino ed una madre ancorché criminale.
In questi giorni si sono scritte pagine e pagine di articoli e numerosi sono stati i dibattiti televisivi sul caso di Martina Levato. L’opinione pubblica si è spaccata in due tra chi vuole lasciare Achille con la mamma e chi vuole dichiararlo, ab inizio, adottabile.
Nessuno si è posto dalla parte di Achille!.
Come sempre in Italia non si fa attenzione ai diritti ed all’interesse dei bambini, non si è visto in televisione l’intervento di neonatologi o pediatri che potessero porre l’accento sul vero interesse di un neonato come Achille.
Nessuno o pochi sono stati i contrari alla decisione di recidere il legame biologico del bambino instaurato con la mamma già durante la gestazione, e che ha diritto di proseguire almeno nei mesi successivi con la funzione basilare del primo contatto al seno e con l’allattamento.
Tutti si sono centrati sul problema se una madre presunta criminale (ci dimentichiamo che i gradi di giudizio sono ancora tre) possa o meno avere diritto alla maternità ( strano problema mai posto finora nelle alte sfere dei nostri sommi pensatori italiani), senza pensare alla centralità del problema, ovvero l’interesse “supremo del bambino “che deve essere tutelato come prevede la nostra stessa costituzione anche nel suo benessere fisico ed emotivo. Qualcuno si è posto la domanda se Achille avesse diritto di essere prima di tutto allattato e se sia stato giusto sottrarre violentemente il bambino alla madre con il rischio che perdesse il latte ? Meno che mai poi si capisce come mai in questo caso la famiglia allargata non possa provvedere ad un bambino, fin tanto che i suoi genitori non espiino la pena ( che deve essere confermata nei tre gradi di giudizio e che non è il carcere a vita!) Si è forse provveduto a verificare la situazione della famiglia sino al quarto grado di parentela? La famiglia di origine è stata pregiudizialmente considerata non idonea alla crescita del bambino, forse perché addirittura abbiamo introdotto un nuovo procedimento giudiziario che implica che via sia una colpa legale dei genitori per l’operato dei figli ultra maggiorenni? Sembra infatti che sia stato tramutato in ordinamento (senza che nessuno se ne sia accorto) il detto biblico ‘reverse’ ovvero che le colpe dei figli ricadono sui padri? Dimenticando però quanto detto in epoca più recente da Sant’Agostino. “Non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato”.
In tutta la questione assolutamente priva di fondamento giuridico e priva di senso scientifico, si concretizza e prende corpo un grave abuso contro un neonato che ha diritto a mantenere i legami con la famiglia di origine anche allargata, e la sua salute visto che è l’Organizzazione mondiale della sanità, e le associazioni mediche di tutto il mondo a raccomandare l’allattamento esclusivo al seno per i primi 6 mesi di vita.

L’altro abuso che si sta compiendo è quello verso una donna, madre, presunta criminale ( i gradi di giustizia sono tre e non uno) visto che il comportamento criminale non ha mai costituito prova della inadeguatezza genitoriale ed i tanti uomini e donne in carcere non si sono mai visti comminare come pena accessoria tout court quella della decadenza genitoriale, o addirittura quella della presunta inadeguatezza all’atto della nascita del figlio. Non dimentichiamoci che ciò non è accaduto neanche quando una madre ha commesso il reato di figlicidio (madre di Cogne, ad esempio) che poteva in quel caso far presumere un comportamento recidivante.
Partendo quindi dall’ osservazione del comportamento dei giudici esso sembra portatore di gravi posizioni pregiudiziali contro Martina. I diritti devono essere un fatto certo, come la certezza della pena a fronte di uno specifico reato, Non si possono modificare e traslare a proprio piacimento o secondo opinioni o peggio pregiudizi personali.
Martina si è resa colpevole di aver sfigurato l’ex-fidanzato , di contro uomini che tentano di ammazzare o sfigurano ce ne sono tanti ( e ciò’ ovviamente non la giustifica ) ma nessuno o pochi si sono accorti che nel caso degli uomini aggressori , non sono puntati su di loro i riflettori ma sulle loro vittime ( il caso della donna di Urbino sfigurata è lei che è in primo piano, testimonial politico dell’anti-violenza) ovvero serpeggia l’atteggiamento sociale di “pietas” verso la vittima ma non di accusa e denuncia mediatica verso chi ha perpetrato il reato ed anche in questo caso si parla pochissimo del compagno di Martina quasi fosse secondario alla vicenda mentre ha avuto un ruolo di primo piano o comunque di comprimario.

Perché Martina non può fare un figlio ? o peggio visto che lo ha fatto prima perché il bambino deve essere allontanato dopo il parto e perché non può allattarlo privando il bambino di un apporto fondamentale per la sua crescita?
Si dice che Martina ha un profilo di personalità tale che potrebbe ledere il bambino nella sua crescita. Da dove di desume ciò? Da qualche test psicologico/psichiatrico che è passibile di ogni tipo di interpretazione, come tutti i test di personalità?
Ma ci chiediamo: ogni madre/padre in carcere (che è quindi portatore di un profilo criminale) è stato/a sottoposto/a a perizie, test e quant’altro per definire il suo profilo genitoriale? Non sembra proprio che ciò accada o accada di norma. Sottrarre poi un bambino alla nascita, non accade neanche con le madri che hanno commesso un figlicidio e che sono risultate colpevoli in tre gradi di giudizio, non si capisce perché ciò debba valere per Martina. Martina avrebbe detto a qualcuno (giudice o psichiatra) che per lei fare un figlio era iniziare una nuova vita, era una purificazione, e ciò può bastare per considerarla pericolosa verso un neonato? (Ci siamo dimenticati come la madre di Cogne, all’indomani della morte del figlio programmava ‘la sua rinascita’ con il progetto di un altro figlio? )
Di quale pericolosità si parla e quale contiguità vi è tra aver compiuto un reato verso un uomo rispetto al rischio che da quel reato può derivare ad un minore che non era neanche nato all’epoca dei fatti e che non alcuna relazione con la vittima?
E poi nel nostro ordinamento si parla di decadenza della potestà genitoriale per reati che direttamente ed indirettamente colpiscono i figli ( il maltrattamento assistito ad esempio è un reato punibile con la decadenza della potestà genitoriale), non per reati che riguardano terzi: a nessun boss mafioso sono stati mai negati paternità o maternità. Ma il caso di Martina presenta un profilo giuridico di maggiore gravità: le si vuole comminare come pena accessoria la decadenza del diritto alla maternità. A Martina il figlio le è stato tolto dalla nascita ed oggi si discute di darlo in adozione per un presunto profilo criminale. E’ chiaro che si vuole punire Martina al di là del reato commesso, si vuole punire una donna che ha osato fare violenza ad un uomo con una ‘pena accessoria’ che non è prevista e che per di più non ha attinenza con il reato commesso. Siamo di fronte ad un grave abuso commesso nei riguardi di una donna ancorché presunta criminale. Rimane come unica spiegazione, per questo atteggiamento persecutorio della nostra giustizia e dell’opinione pubblica, il fatto che Martina è una donna che ha usato la violenza contro un uomo, emulando i comportamenti maschili verso i quali la stessa giustizia ed il giudizio sociale sono molto meno afflittivi .
Rimane il fatto che Martina dovrà scontare giustamente la pena, se essa sarà confermata, per il reato commesso ma non si comprendono i motivi per i quali dovrà essere reciso sul nascere il legame materno senza valutare soluzioni alternative che tutelino Achille e che non distruggano il suo legittimo legame con la madre, e/o con la sua famiglia di origine come previsto da norme costituzionali ed internazionali dei diritti umani.,
uesto allontanamento del neonato prima ancora dell’avvenuta notifica del provvedimento alla madre ha procurato un’incalcolabile sofferenza e grave pregiudizio al bambino che si è visto privare del gesto primario ed irreperibile di attaccarsi al seno materno all’atto della sua nascita; ed un trattamento inumano alla madre vietato dall’ art.3 CEDU.67 767.

Condivido in toto questo articolo.

Lucia

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UNA MADRE UCCIDE SUO FIGLIO: PERCHÉ?

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Io non so se davvero la madre ha ucciso Loris.
Spero di no, temo di sì, penso con dolore infinito a cosa deve aver provato quel cucciolo, se chi di più al mondo doveva proteggerlo invece lo ha ucciso.
Ma questa ragazza, divenuta madre poco più che bambina, sofferente di depressione, rifiutata dal padre, bollata come “sbaglio” dalla madre, che ha tentato il suicidio, quanto è stata aiutata? È stata curata? Perché era sola coi due bambini, se tanta instabilità aveva manifestato?
Se ha abbandonato le cure ( la depressione implica spesso anche la negazione di soffrirne ) perché nessuno ha capito che poteva essere pericolosa, messo al sicuro i figli?
Perché i mostri sono sempre gli altri, non capiamo che davvero gli altri siano noi? Che questa orrida società siamo noi?
Io provo pena, e credo che tutti siamo responsabili di fronte ad un bimbo ucciso da sua madre, tutti siamo un po’ colpevoli nei confronti di una creatura umana che uccide una parte di sé, suo figlio.
Sono madre, non giustifico un tale gesto, provo a spiegarmelo e certi giudizi feroci e spietati non li condivido.
Io tremo di fronte a tali vicende tremo di fronte all’abisso della mente umana, che in questo caso forse doveva, e poteva, essere visto e previsto, ma a volte la rottura del sé colpisce anche laddove nulla lo farebbe sospettare, laddove oscuri problemi restano sepolti nel fondo della mente fino ad esplodere incontrollati.
Davvero possiamo dirci immuni e sicuri?
Che venga processata, condannata, che giustamente la giustizia faccia il suo corso.
La sua condanna e la sua pena più grande sono in lei e nulla le cancellerà, se mai porterà a livello di coscienza ciò che ha fatto, nessun giudice potrà essere più severo di sé stessa.

Lucia