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Reinnamorandosi

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Ti scelgo ogni giorno
Come anche farei
Se ogni sera
Un arcigno Dio
Cancellasse di te
La memoria.
In quest’oblio
_Cieca_
Solo il cuore mi guiderebbe
Ma quando
Il mio sguardo smarrito
Incontrerà il tuo
Un’ aritmia nel petto
Mi riporterà da te…

Reinnamorandomi.

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Ogni giorno

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E ogni giorno
Cammino
Lungo la navata
Della nostra vita
Tenendo fisso lo sguardo
Sui tuoi occhi in attesa
E ogni giorno
Allungo
La mia mano verso la tua
E ti ridico Sì
Ripetendo
L’ inossidabile scelta
Che riecheggera’
_Al di là d’ogni perché_
Nei meandri dell’eternità

PER UN RICORDO IN PIÚ, di Pietro Carena

Questa, per chi crede, è la settimana della passione, crocifissione, resurrezione di Cristo.
Non ho il dono della fede, ma c’è chi ce l’ha, indefessa, e sceglie di vivere la “Passione” della propria vita, portare la propria croce, per quanto pesante, nonostante tutto, giorno dopo giorno, sostenuto da chi gli è accanto e ne condivide il peso.
Vi lascio questo racconto di vita reale pubblicato da un caro amico virtuale: Pietro Carena.
E Buona Pasqua a voi tutti da parte mia
.

Lucia

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Immagine da pixabay

Di questa storia non sono stato attore, neanche “non protagonista”.
Invece ne sono stato solo spettatore, sia pure abbastanza da vicino.
Una storia lunga un quarto di secolo.
Una storia che ha colpito la stessa casa. E che ha avuto come protagonisti due persone di quella stessa casa.
Una storia di crudele immobilità progressiva.
Un’immobilità che ha preservato la mente e l’anima, ma ha bloccato via via le gambe (e braccia), in modo sempre più radicale, sempre più progressivo.
E quando si bloccano le gambe, via via si blocca tutto il corpo. Si mangia a fatica; a fatica si deglutisce. Si perde ogni possibilità di vivere quella libertà fondamentale che è quella di andare in bagno da soli, di lavarsi da soli.
L’immobilità allora si contagia come l’ebola. I tempi si bloccano. Saltano i tempi di lavoro normale di qualcuno. Salta ogni diritto a rifugiarsi sia pure fugacemente in una vacanza.
Diventano problemi gli spostamenti quotidiani, anche per chi le gambe e le braccia le ha ancora sane, ma le regala a chi non può muoversi.
L’immobilità porta solitudine, ed anche la solitudine diventa contagiosa. Non si possono invitare gli amici al capezzale di un genitore paralizzato.
La vita perde ogni sollievo.
Non è più un riposto neppure andare a letto, perché certi movimenti sono crudeli, in certe condizioni.
Non si è tranquilli nella notte, perché si dipende da altri anche per un’incombenza che per tutti sarebbe di pochi minuti.
Eppure.
Eppure si vive. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Mese dopo mese e anno dopo anno. Alla fine, sommando tutto, un quarto di secolo,
Una vita vera, fatta di incontri, di telefonate, di sorrisi, di ironia. Di battute e di litigi.
Una vita di famiglia.
Una vita che è degna di essere vissuta, perché gli occhi possono incontrarsi, le voci possono intrecciarsi.
Una vita dove i nipotini sono bambini, e poi ragazzi, e poi giovani uomini e giovani donne.
Una vita dove non si guadagna nulla ma si merita molto.
Una vita che quando è tutto finito, la si ricorda con nostalgia.
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se in questa storia, così lunga e così lenta, si fosse insinuato il dubbio che oltre certe fatiche la vita non meriti più.
In quella storia, nessuno ne ha mai parlato.
Non è stata una storia serena. Ha avuto momenti davvero di stanchezza, di senso di ingiustizia, di devastante solitudine di fronte a prove obiettivamente troppo grandi per sopportarle.
Una vita così, non è una favola. Non si va sempre d’accordo, fra protagonisti, attori, spettatori.
Ma nessuno ha mai considerato altra libertà che quella di vivere.
Tenere duro per una telefonata in più. Per un sorriso in più.
Giorno per giorno, per anni. Per un ricordo in più.

Pietro Carena

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