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Caro papà,

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Lucia e papà Carlo. Stella e nonno Carlo.

“Per ritrovare la dolcezza di un padre devo andare molto indietro nel tempo, a quando non ancora in età scolare stavo sdraiata nelle sere d’estate a giocare con te sopra un plaid steso sull’erba, o a quando, io e te soli, ci arrampicavamo sui rifugi più semplici da raggiungere del Cadore.
Una bimba di 5 anni, il suo papà, un succo di frutta e un panino col salame.
E quando c’era un torrentello o un rigagnolo di acqua fresca mi facevi mettere a bagno i piedini stanchi. Quella è rimasta la montagna che amo, la bellezza impareggiabile delle Dolomiti, le lunghe camminate verso i rifiugi, i cieli tersi. Non tanto i boschi, i funghi, la neve, ma il fulgore delle rocce baciate dal sole o anche avvolte dalle nuvole e dalla nebbia, ma sempre essenziali e magnifiche. Mozzafiato. Forse l’unica cosa che hai fatto in tempo a farmi amare prima che il buio ti avvolgesse e trascinasse con sé la tua piccola famiglia.
Eri un uomo mite e fragile con cui la cui vita è stata dura fin da bimbo, in un tempo in cui con otto tra fratelli e sorelle, e una vita in campagna era difficile anche trovare da mangiare e si cominciava a lavorare nemmeno a dieci anni. Per compagna ti sei scelto, a trentadue anni, una ventitreenne forte come una roccia cui ti sei appoggiato per l’intera vita, abdicando a ruoli anche tipicamente maschili perché, tanto, faceva mamma.
Ti sei lasciato andare.
Anni di depressione prima, anni di alcolismo, di urla, anni in cui tra noi si è creato un abisso fatto della mia paura di te, della solitudine di una bambina, una ragazza, una giovane donna, che non aveva un padre al quale appoggiarsi e chiedere aiuto o da cui farsi semplicemente abbracciare, ma solo da cui proteggersi, per quanto possibile. Un padre dal quale fuggire, cercando altrove e ripetutamente sbagliando, una figura maschile di riferimento. Hai smesso di bere, ma io nel frattempo sono cresciuta in una famiglia malata che mi ha segnata per sempre, che ha annullato in me ogni idea positiva di famiglia e, infatti, una di mia non sono riuscita a costruirmela.
Poi, inattesa, quando avevi già settantasette anni è arrivata mia figlia.
Una figlia che il padre non ha riconosciuto, alla quale sono stata appunto incapace di dare una figura paterna prima e una famiglia poi, in un percorso fatto di errori provenienti da un passato mai risolto e tu, tu hai avuto il tuo grande riscatto.
Un nonno magnifico seppur anziano, paziente, finalmente capace d’essere una figura di riferimento, per la mia bimba fondamentale. Sei stato e sei tanto d’aiuto con lei, papà, e lei è stata un dono, seppur tardivo, che ti ha ringiovanito, ridato motivazione, fatto sentire infinitamente amato. Ho rivisto quel papà che dopo i miei sei anni non sei stato più nel tuo essere nonno con lei.
Noi due no, non ci siamo recuperati più, per te sono una figlia incomprensibile che ha fatto scelte e percorsi che non hai condiviso e continui a non condividere e io, forse, ti ho amato, a modo mio, ti sono di certo grata, ma non ti ho stimato papà, proprio no. L’altro giorno per una serie sfortunata di concause hai quasi rischiato di morire. Ho visto tutta la tua fragilità di ottantadueenne, ho visto anche mamma che, pur di dieci anni più giovane, per un attimo è entrata in crisi, avere paura e ne ho avuta anch’io. Quei momenti senza lucidità, con gli occhi sbarrati, sembravano la fine di un padre. E ho sentito con forza che, per quanto siamo stati lontani, per quanto tu non sia stato una radice forte, un sostegno, un solido appoggio, sei pur sempre una delle basi sulle quali la mia vita si è fondata.
E nessun rancore, nessun conflitto, nessun passato, cambierà questo.
Resti e resterai per sempre il mio papà.”

Tua figlia

“E un giorno” di Francesco Guccini

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Credimi figlia mia

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"Sirenetta in acqua rosa" foto di Lucia Lorenzon

“Credimi figlia mia, la grande avventura della vita è quella di essere te stessa, senza lasciarti condizionare da quello che gli altri vogliono tu sia, per la loro pace mentale, per la loro utilità, per ciò che ritengono essere adeguato.
Probabilmente la tua Libertà di Essere, scatenerà isolamento, solitudine, tentativi di manipolazione, gelosie e incomprensioni.
Ricorda che tutto questo è parte del seme, fa parte del processo di apertura del guscio, è il rumore della schiusa, è il seme che fiorendo lascia andare tutto ciò che era prima. Osare fiorire oggi, in questi tempi di deserto, presuppone un grande coraggio, un grande potere, è la più Alta Rivoluzione. E sai perché figlia? perché quando tu fiorisci, fiorisce anche la speranza”.

Ada Luz Márquez, Hermana Águila

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Figlia

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"Figlia" foto di Lucia Lorenzon

Figlia senza padre e senza fratelli.
Genesi di un amore solo mio.
Parto di un ventre detto sterile.
Erede di una vita crudele.
Riscatto di luce
Sorriso indomito
Azzurro sguardo
Che riflette
La parte migliore di me.
Ho scelto la tua vita
Accettando
Che il dolore
Si impadronisse della mia.
A volte, con vergogna,
Mi chiedo
Se il dolore mi starebbe lontano
Senza te.
Ma senza te
Ben più duro sarebbe.
E mille e mille volte
La tua vita
Risceglierei.
E che tu possa capire
Che tu possa sentire
Nonostante tutto
L’Amore.

_Lucia Lorenzon

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NON DOVEVO ESSERE MADRE

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” Non sarò mai una madre.Resterò per sempre una ragazza.Invecchiero’ così,asciutta e sola. Il mio corpo non si sformerà, non si moltiplicherá.Non ci sarà Dio. Non ci sarà raccolto. Non ci sarà Natale. Bisogna cercare nel mondo, nella sua aridità, nelle sue strettoie il senso della vita…in questi negozi, in questo traffico…Invecchiero’ così.” Avevo 40 anni, una diagnosi di infertilità, una relazione con un uomo sbagliatissimo, e questa descrizione di sé stessa dalla protagonista di “Venuto al mondo” di M. Mazzantini, sembrava la mia descrizione perfetta. Io che, cresciuta da sola, figlia unica, avevo sognato di avere due, tre figli, non sarei mai stata chiamata “mamma”, sarei continuata a sembrare una ragazza, al di fuori, stranamente risparmiata tanto a lungo dai segni del tempo e il mio ventre inospitale sarebbe rimasto sempre vuoto. Quindi che significavano quelle due lineette sul test di gravidanza? Fatto con la leggerezza di chi deve solo confermare che l’impossibile resta impossibile, anche dopo una settimana di ritardo? Significavano che la frase “nulla è impossibile” si rivela a volte non essere un luogo comune,significavano che a due mesi dai miei 41 anni,una vita stava cercando di crescere in me. “Non desiderare troppo qualcosa, potresti essere accontentato”; questa frase mi si formulò in mente, non gioia, non la sensazione del miracolo, ma terrore, voglia di fuga,consapevolezza che la fuga l’avrebbe senz’altro fatta il padre, che già aveva figli grandi, che con me non si sentiva affatto impegnato, figuriamoci con un figlio. È stato un lungo travaglio interiore accettare questo miracolo e pensarlo un dono. È stata dura essere abbandonata incinta. È stata dura non interrompere questo cammino nuovo e impervio e tornare sulla strada non facile, ma conosciuta, percorsa per metà della mia vita. È stata dura scegliere di far correre dei rischi al mio fragile corpo provato da anni di disturbi alimentari, di lasciar riempire il conosciuto vuoto da una creatura. Una creatura mia. Ma la mia scelta più solitaria, più drammatica,l’ho fatta, sfuggendo all’ultimo momento ad un aborto già fissato e pagandola in termini di salute più di quanto pensassi, mi verrebbe da dire più di quanto meritassi. Nulla è andato come speravo andasse nei sogni che accompagnano una gravidanza. Dicono che la vita comincia a quarant’anni e questo sì è un illusorio luogo comune, ma una vita l’ho fatta iniziare comunque, ed e’ una meravigliosa vita, è bionda, ha gli occhi azzurri, ha un sorriso che irradia luce, e mi chiama “mamma”.

Lucia

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QUANDO IL GENITORE È UNO SOLO -Lettera aperta al “padre” di mia figlia

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I capelli ricci un po’ troppo lunghi, magro, la bellezza appannata, oggi i tuoi anni li dimostri tutti.Mi saluti con la mano da lontano; quattro anni di relazione e siamo due sconosciuti, in fondo lo siamo sempre stati, so poco di quell’anima che da qualche parte hai sotterrato col feroce disincanto verso il mondo e le persone.Tutto, per te, è sempre smitizzabile dall’ironia, a volte feroce.Lo hai fatto anche con me, con me che ti amavo ma non so dire più cosa amavo, se non l’idea che mi ero fatta di te.Ti guardo e so che non ti amo piu’ ma nemmeno ti odio, non provo rancore. Forse la tua brutale sincerità ,a posteriori, l’apprezzo di più delle false speranze, dei racconti senza basi, delle illusioni che a volte gli uomini creano per legare a sé qualcuno, più o meno consapevolmente, ma sempre con superficialità, senza pensare al peso che hanno le parole, al male che possono fare alle persone. Nelle vita di una creatura umana si deve cercare di entrare solo e sempre se si è certi di migliorarla, sennò si deve starne fuori.Ti guardo e penso che sei l’uomo con cui ho il legame più forte che si possa avere, quella figlia capitata per caso, che non hai voluto, che guardi con simpatia ma da cui mantieni le distanze.Padre per caso a vent’anni, padre per caso a cinquanta. Figli che hanno trent’anni di differenza e tu non sei cambiato.Ma la vita non è mai un caso.Mia figlia non è in questo mondo per caso.Ci dovrai per forza fare i conti, tu e il tuo disincanto di fronte alla forza di una vita che hai creato con me.L’uomo più sbagliato con cui concepire un figlio, col più bello dei risultati possibili, la mia bambina.Un giorno ci sarà un faccia a faccia, so già che lo perderai, spero per cedere alla tua paternità,per prenderne atto, sennò sarà solo un perdere tutto, senza speranza, senza redenzione.

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