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Due grandi amori: Stella e il mare

“C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita.
Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa.
Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa ed indaffarata solitudine della città.
Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico.
Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto.”

Josephine Hart “IL DANNO

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Lucia, 8° mese di gravidanza 2010 e Lucia e Stella agosto 2014 a Lignano Sabbiadoro

Il mare è sempre stato un grande amore, nata in una campagna collinosa, pur splendida, dove il verde impera e prevale su ogni altro colore, con all’orizzonte i monti; ma il mio cuore e i miei occhi hanno sempre cercato quiete e riposo negli azzurri grigi del mare, nelle sfumature delle coste sabbiose del nord Adriatico, non certo le più belle d’Italia, ma le più vicine a me, le più “mie”.
In qualsiasi stagione, i suoi colori e i suoi rumori mi accarezzano l’anima, arrivando a commuovermi nella solitudine delle giornate d’autunno, quando l’estate se n’e’ andata, un po’ di sole ancora c’e’, ma le spiagge sono vuote di ombrelloni e turisti.
Per anni ci sono andata a passare 10 giorni da sola d’estate, in un appartamento messo a disposizione da una zia, lasciando sempre perplessi tutti: “Ma non ti annoi da sola”? “Ma non hai paura a star sola?”
Non sono mai stata sola, avevo lui, avevo il mare, il mio amore più grande.
È il luogo in cui mi sono sempre sentita più a mio agio, anche nei periodi più duri è stato un conforto impagabile.
Poi sei arrivata TU, la gravidanza mi ha demolito la salute a tal punto da non permettermi nemmeno quegli 80/100 km per raggiungerlo, né da sola, ne’ con te. Al mare sono riuscita a tornarci, con te, solo con l’aiuto della tua nonna, ma  era diverso.
Non più un’amore esclusivo, ma due amori che si incontravano. Lo ami anche tu il mare, Stella adori l’elemento “acqua” e ne sono felice.
Lo scorso anno ho “tradito” qualche giorno te, per lui.
Siamo stati alcuni giorni soli, io e lui, a ricercare me, a  regalarmi quella solitudine che, costretta a vivere in una casa piccola con te e nonni, per impossibilità economica di stare da sola in un posto solo nostro, mi manca da fare male.
Tu so che capiresti. Molti mi hanno criticata.
Tu sei l’amore più grande, mia figlia, lui quello che mi accogliera’, madre e padre insieme, per sempre.

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Lignano Sabbiadoro, ottobre 2014, autoscatto.

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"Fiducioso abbandono" Lignano Sabbiadoro agosto 2013 foto di Lucia Lorenzon

Marco Masini  “Ci vorrebbe il mare”

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A te, papà, che non conosco…

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“Immaginando una lettera di mia figlia al padre, nel giorno della Festa del papà”

Caro papà,
io non so chi tu sia seppure qualche volta ti incontro, ma per me sei solo un tipo simpatico che mi regala caramelle o dolcetti.
Ho il cognome di mamma, tu non mi hai riconosciuta.
Non chiedo quasi mai di te, l’ho fatto solo un paio di volte, mi dicono che sei lontano, che un giorno ti conoscerò. Credo mi basti sapere questo, per ora, sono ancora piccola e di più non so chiedere.
Dico sempre a mamma che nonno è anche un papà, vedo che sorride, quindi è d’accordo e ne sono felice. Nonno c’è sempre per me, anche se lo prendo in giro e lo chiamo “vecchietto”.
Poi c’è Ao, come chiamo io Leo, il migliore amico di mamma da una vita, la cui voce sento da quando ero nel pancione e ho sempre continuato a sentire, quando ero neonata e via via crescendo.
Ora lo vedo spesso, gioca tanto con me, mi fa il teatrino con gli animali, fingiamo di preparare la cena, mi racconta tante storie, della sua famiglia, di tante esperienze che ha vissuto, dei suoi viaggi, mi parla come fossi una bambina “grande” e io lo ascolto incantata, mentre imparo tante parole nuove, conosco il nome di tanti luoghi, città, paesi.
Facciamo ogni tanto delle passeggiate io e lui, nel mio paese, poi usciamo anche con mamma, il fine settimana spesso andiamo tutti e tre insieme da qualche parte, al parco, a mangiare un gelato, una pizza, un toast, è bello, mi piace.
I nonni mi amano tanto e anche tutti i parenti di mamma.
Insomma, papà caro, ho tante persone che mi vogliono bene, per fortuna, e ancora non mi accorgo che manchi tu, anche se oggi il lavoretto all’asilo lo porto a casa per nonno e non per il papà, come tutti gli altri bambini.
Sono certa che mamma e nonni non mi parleranno mai male di te e io non crescerò odiandoti, per cui, papà, hai tutto il tempo di cambiare, di avvicinarti, di provare a volermi bene.
Lo vedo come mi guardi, con gli occhi che ti ridono, anche se mi incontri poco e per caso, mi chiedi di darti un bacino e mi segui con lo sguardo quando mi allontano.
Sono divertentissima io, intelligente, saresti sorpreso della bimba che sono.
Coraggio papà, hai fatto un enorme sbaglio, ma hai ancora la fortuna di poter rimediare.
Provaci.
Tanto lo sai dentro di te che, inevitabilmente, un giorno ci conosceremo, ma sarebbe bello lo volessi per primo tu.
Ciao papà! Auguri!

Tua figlia,
Stella

Antonello Venditti“Stella”

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Nella “terra di mezzo” tra maternità e menopausa.

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Autoscatto, Lignano Sabbiadoro, ottobre 2014

Ho partorito a quarantun’anni e mezzo la mia prima e unica figlia, dopo una vita passata con una diagnosi di infertilità e nessuna cura per provare a risolverla. È arrivata lo stesso, il “personaggio” voleva esserci, nonostante tutto ciò che aveva contro, e mi ha resa madre. Una madre ultraquarantenne, non certo una rarità oggigiorno, ma le differenze con le madri più giovani ci sono, pochi i pro rispetto ai contro. E i vissuti, come le prospettive, di chi anni non ne ha più né 20, né 30, sono ben diverse.

Ti trovi immersa in realtà sociali (asilo e varie) dove quasi tutte sono più giovani (o, altrimenti, sono al terzo figlio) e però hai per amiche donne della tua età, con figli che vanno dai dieci ai venti e più anni, matrimoni ultra decennali, più o meno sopiti o claudicanti, tranne qualche luminosa eccezione, o già divorzi alle spalle, nuove famiglie allargate; ma, udite udite, se sono di qualche anno più vecchie (ma non sono così rare le coetanee) senti parlare di problemi di premenopausa, menopausa, cicli che saltano o che non finiscono mai, ansia, vampate, insonnia, kg in aumento, calo a picco della libido, e ti viene un senso di smarrimento schizofrenico.
Hai appena finito le tappe canoniche: svezzamento, ciuccio, pannolino, inserimento all’asilo e qualcuno ti parla di ormoni per contenere disturbi che, la tua testa di madre recente considera, chissà perché, lontanissimi.
E allora, tu, che sei lì col tuo ciclo regolare come un orologio svizzero e tutti i dolori che lo accompagnano, cominci a rigirarti per la mente la parola ME-NO-PA-U-SA e mica ti piace: “Ma come? Ma se sono diventata madre “ieri”, come possono esserci tante che veleggiano verso la fine della produzione ovulatoria? Come è possibile?” e ti sembra che non ti debba proprio riguardare.
Eh, ma mica è così! Forse non ti riguarderà ancora per un po’, qualche anno magari, ma lì sei diretta e ben che vada ti troverai ad affrontare la predolescenza e l’adolescenza di tua figlia con gli ormoni in via di fuga e l’organismo in cerca di riassestamento e nuovo equilibrio.
Prospettiva non facile.
Diciamocelo, ben vengano le madri di ogni età, ma se fosse possibile fare i figli in età più giovane, certe faccende sarebbero più semplici. Affrontare travolte da vampate (e non sto ad elencare altro) la vostra tredicenne neo-mestruata che torna coi capelli verdi e vuole il piercing in luoghi innominabili, mica è una passeggiata tanto meno se, peraltro, come nel mio caso, nemmeno ci sarà un padre a far in qualche modo da filtro o punching ball.
Vabbè, avanti tutta!
Che Dio me la mandi buona e la figlia abbia pietà.

– Lucia

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Caro papà,

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Lucia e papà Carlo. Stella e nonno Carlo.

“Per ritrovare la dolcezza di un padre devo andare molto indietro nel tempo, a quando non ancora in età scolare stavo sdraiata nelle sere d’estate a giocare con te sopra un plaid steso sull’erba, o a quando, io e te soli, ci arrampicavamo sui rifugi più semplici da raggiungere del Cadore.
Una bimba di 5 anni, il suo papà, un succo di frutta e un panino col salame.
E quando c’era un torrentello o un rigagnolo di acqua fresca mi facevi mettere a bagno i piedini stanchi. Quella è rimasta la montagna che amo, la bellezza impareggiabile delle Dolomiti, le lunghe camminate verso i rifiugi, i cieli tersi. Non tanto i boschi, i funghi, la neve, ma il fulgore delle rocce baciate dal sole o anche avvolte dalle nuvole e dalla nebbia, ma sempre essenziali e magnifiche. Mozzafiato. Forse l’unica cosa che hai fatto in tempo a farmi amare prima che il buio ti avvolgesse e trascinasse con sé la tua piccola famiglia.
Eri un uomo mite e fragile con cui la cui vita è stata dura fin da bimbo, in un tempo in cui con otto tra fratelli e sorelle, e una vita in campagna era difficile anche trovare da mangiare e si cominciava a lavorare nemmeno a dieci anni. Per compagna ti sei scelto, a trentadue anni, una ventitreenne forte come una roccia cui ti sei appoggiato per l’intera vita, abdicando a ruoli anche tipicamente maschili perché, tanto, faceva mamma.
Ti sei lasciato andare.
Anni di depressione prima, anni di alcolismo, di urla, anni in cui tra noi si è creato un abisso fatto della mia paura di te, della solitudine di una bambina, una ragazza, una giovane donna, che non aveva un padre al quale appoggiarsi e chiedere aiuto o da cui farsi semplicemente abbracciare, ma solo da cui proteggersi, per quanto possibile. Un padre dal quale fuggire, cercando altrove e ripetutamente sbagliando, una figura maschile di riferimento. Hai smesso di bere, ma io nel frattempo sono cresciuta in una famiglia malata che mi ha segnata per sempre, che ha annullato in me ogni idea positiva di famiglia e, infatti, una di mia non sono riuscita a costruirmela.
Poi, inattesa, quando avevi già settantasette anni è arrivata mia figlia.
Una figlia che il padre non ha riconosciuto, alla quale sono stata appunto incapace di dare una figura paterna prima e una famiglia poi, in un percorso fatto di errori provenienti da un passato mai risolto e tu, tu hai avuto il tuo grande riscatto.
Un nonno magnifico seppur anziano, paziente, finalmente capace d’essere una figura di riferimento, per la mia bimba fondamentale. Sei stato e sei tanto d’aiuto con lei, papà, e lei è stata un dono, seppur tardivo, che ti ha ringiovanito, ridato motivazione, fatto sentire infinitamente amato. Ho rivisto quel papà che dopo i miei sei anni non sei stato più nel tuo essere nonno con lei.
Noi due no, non ci siamo recuperati più, per te sono una figlia incomprensibile che ha fatto scelte e percorsi che non hai condiviso e continui a non condividere e io, forse, ti ho amato, a modo mio, ti sono di certo grata, ma non ti ho stimato papà, proprio no. L’altro giorno per una serie sfortunata di concause hai quasi rischiato di morire. Ho visto tutta la tua fragilità di ottantadueenne, ho visto anche mamma che, pur di dieci anni più giovane, per un attimo è entrata in crisi, avere paura e ne ho avuta anch’io. Quei momenti senza lucidità, con gli occhi sbarrati, sembravano la fine di un padre. E ho sentito con forza che, per quanto siamo stati lontani, per quanto tu non sia stato una radice forte, un sostegno, un solido appoggio, sei pur sempre una delle basi sulle quali la mia vita si è fondata.
E nessun rancore, nessun conflitto, nessun passato, cambierà questo.
Resti e resterai per sempre il mio papà.”

Tua figlia

“E un giorno” di Francesco Guccini

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Credimi figlia mia

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"Sirenetta in acqua rosa" foto di Lucia Lorenzon

“Credimi figlia mia, la grande avventura della vita è quella di essere te stessa, senza lasciarti condizionare da quello che gli altri vogliono tu sia, per la loro pace mentale, per la loro utilità, per ciò che ritengono essere adeguato.
Probabilmente la tua Libertà di Essere, scatenerà isolamento, solitudine, tentativi di manipolazione, gelosie e incomprensioni.
Ricorda che tutto questo è parte del seme, fa parte del processo di apertura del guscio, è il rumore della schiusa, è il seme che fiorendo lascia andare tutto ciò che era prima. Osare fiorire oggi, in questi tempi di deserto, presuppone un grande coraggio, un grande potere, è la più Alta Rivoluzione. E sai perché figlia? perché quando tu fiorisci, fiorisce anche la speranza”.

Ada Luz Márquez, Hermana Águila

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Figlia

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"Figlia" foto di Lucia Lorenzon

Figlia senza padre e senza fratelli.
Genesi di un amore solo mio.
Parto di un ventre detto sterile.
Erede di una vita crudele.
Riscatto di luce
Sorriso indomito
Azzurro sguardo
Che riflette
La parte migliore di me.
Ho scelto la tua vita
Accettando
Che il dolore
Si impadronisse della mia.
A volte, con vergogna,
Mi chiedo
Se il dolore mi starebbe lontano
Senza te.
Ma senza te
Ben più duro sarebbe.
E mille e mille volte
La tua vita
Risceglierei.
E che tu possa capire
Che tu possa sentire
Nonostante tutto
L’Amore.

_Lucia Lorenzon

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NON DOVEVO ESSERE MADRE

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” Non sarò mai una madre.Resterò per sempre una ragazza.Invecchiero’ così,asciutta e sola. Il mio corpo non si sformerà, non si moltiplicherá.Non ci sarà Dio. Non ci sarà raccolto. Non ci sarà Natale. Bisogna cercare nel mondo, nella sua aridità, nelle sue strettoie il senso della vita…in questi negozi, in questo traffico…Invecchiero’ così.” Avevo 40 anni, una diagnosi di infertilità, una relazione con un uomo sbagliatissimo, e questa descrizione di sé stessa dalla protagonista di “Venuto al mondo” di M. Mazzantini, sembrava la mia descrizione perfetta. Io che, cresciuta da sola, figlia unica, avevo sognato di avere due, tre figli, non sarei mai stata chiamata “mamma”, sarei continuata a sembrare una ragazza, al di fuori, stranamente risparmiata tanto a lungo dai segni del tempo e il mio ventre inospitale sarebbe rimasto sempre vuoto. Quindi che significavano quelle due lineette sul test di gravidanza? Fatto con la leggerezza di chi deve solo confermare che l’impossibile resta impossibile, anche dopo una settimana di ritardo? Significavano che la frase “nulla è impossibile” si rivela a volte non essere un luogo comune,significavano che a due mesi dai miei 41 anni,una vita stava cercando di crescere in me. “Non desiderare troppo qualcosa, potresti essere accontentato”; questa frase mi si formulò in mente, non gioia, non la sensazione del miracolo, ma terrore, voglia di fuga,consapevolezza che la fuga l’avrebbe senz’altro fatta il padre, che già aveva figli grandi, che con me non si sentiva affatto impegnato, figuriamoci con un figlio. È stato un lungo travaglio interiore accettare questo miracolo e pensarlo un dono. È stata dura essere abbandonata incinta. È stata dura non interrompere questo cammino nuovo e impervio e tornare sulla strada non facile, ma conosciuta, percorsa per metà della mia vita. È stata dura scegliere di far correre dei rischi al mio fragile corpo provato da anni di disturbi alimentari, di lasciar riempire il conosciuto vuoto da una creatura. Una creatura mia. Ma la mia scelta più solitaria, più drammatica,l’ho fatta, sfuggendo all’ultimo momento ad un aborto già fissato e pagandola in termini di salute più di quanto pensassi, mi verrebbe da dire più di quanto meritassi. Nulla è andato come speravo andasse nei sogni che accompagnano una gravidanza. Dicono che la vita comincia a quarant’anni e questo sì è un illusorio luogo comune, ma una vita l’ho fatta iniziare comunque, ed e’ una meravigliosa vita, è bionda, ha gli occhi azzurri, ha un sorriso che irradia luce, e mi chiama “mamma”.

Lucia

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