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Festa della Mamma

Stella è Lucia Lorenzon (autoscatto)

Non son mamma
di fiori e di cuori,
ma di scelte e dolori.
Non son mamma
di facile ruolo;
nè scelta,
nè errore,
ma patto d’amore.
Son mamma, da sola,
di un parto del cielo.
Non Madonna
ma donna,
per figlia una Stella.
Lucia Lorenzon, 13 maggio 2017


Auguri a tutte le mamme!

Festa della donna

Auguri a…

Ad ogni donna ,
ad ogni madonna
ad ogni figlia di buona donna,
ad ogni bimba,
ad ogni ragazza,
ad ogni membro di questa “razza”,
che lotta,
che cresce,
che perde e subisce;
l’unica che partorisce.
A chi viene zittita,
a chi perde la vita
a chi viene oltraggiata,
a chi viene stuprata;
a chi viene amata e rispettata.
Ad ogni mamma
che ha concepito,
a chi questo dono
non è stato dato,
a chi vuole figli per istinto ancestrale,
e anche a chi figli proprio non vuole,
a chi li ha vicini,
a chi li ha lontani,
a chi li ha pianti ad un funerale,
a chi la mimosa
la vuole buttare
a chi la accetta,
con vero piacere.
Al giallo, all’azzurro
al rosa ed al nero,
ad ogni colore,
e ad ogni mistero,
di questa creatura,
di  tosta fattura,
che di essere donna
ha l’immensa avventura.
Lucia Lorenzon, 8 marzo 2017



Ligabue “Le donne lo sanno”


Raccontami bimba…

Raccontami
Di quelle lacrime di bimba
Che rigano il tuo volto di donna
Raccontami
Di quell’antico male
Che ora straripa
_incontenibile_
Dimmi di chi
Ti ferì
Ti violò
Ti abbandonò
Raccontami
La tua paura
Il buio
Il tremore
I singhiozzi soffocati
Raccontami bimba
Cosa ti ha reso
Così dolente e bella
Con gli occhi intrisi di dolcezza
E il cuore colmo di dolore
Raccontami.

Ma, se taci
Io saprò lo stesso.

Assaggiandole. 

Dichiarazione d’amore

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Ti amo. Come non ho mai pensato si potesse amare.
Come non ho amato niente e nessuno, mai.
Nessuna cosa, nessuna passione, nessuna persona.
Mi hai trovata smarrita, confusa, fisicamente a pezzi…come in tanti momenti della mia vita, come molto di più negli ultimi anni.
Mi hai trovata coperta di insicurezze, paura, disistima.
Mi hai guardata e hai visto ciò che ero fuori.
Mi hai letta scorgendo il mio dentro.
E mi hai vista, oltre.
Oltre ogni muro. Oltre ogni disistima. Ogni errore. Ogni frustrazione. Ogni lacrima. Ogni paura. Ogni abbandono.
Oltre.
Solo tu mi hai vista così. Solo tu mi hai amata così. Solo tu mi hai capita così.
Solo tu hai fatto luce su cose che nemmeno sapevo di avere dentro.
Solo tu.
Hai dato acqua a semi che erano sepolti in me…e ho visto inattesi germogli.
Hai accolto segreti irraccontabili…vergogne antiche, e recenti di me.
Hai sorriso della bimba allegra e della sua spontaneità soffocata. Liberandola.
Mi hai chiesto di presentarti i miei mostri.
E nel presentarteli si sono ammansiti.
Hai dato forma e colore  alle mie passioni sbiadite cercando di mostrarmi che potevano vivere.
Hai fatto rivivere la leggerezza, la frivolezza,  di una femminilità dolce e frustrata, regalandomi sorrisi di vanità.
Hai aspettato sfocassero paure profonde per amare la donna che si era nascosta, per sfuggire il ricordo di dolorosi abusi.
Hai lasciato via libera alla tenerezza…dando alfine fuoco alla più grande delle passioni.
Mi hai amata. Hai amato la bimba smarrita. La ragazza sola. La donna stanca.
Mi hai rassicurato milioni di volte, senza spazientirti mai.
Ti preoccupi per me. Ti occupi di me.
Hai raccolto lacrime di dolore e lacrime di un amore che trabocca.
Mi culli. Mi ami. Mi possiedi.
Ho imparato l’amore vero da te.
Ho imparato a lottare di nuovo per me grazie a te.
Le paure, le cadute, i dolori le lacrime sono ancora tanti. La confusione sul come combatterli a volte mi sovrasta. Ma ora  tu mi tieni per mano. Ora tu ci sei.
Forse non ti avrò accanto mai nel modo in cui sognerei. Ma non rinuncerei a te per nulla al mondo. Nulla.
Perché tu, tu sei l’Amore.

Comunque Andare

Ho provato a guardarmi
attraverso gli occhi
che mi hai donato.
Ho provato a descrivere
il mio essere donna,
usando parole nuove,
le tue.
Oggi,
vedo il bello,
sento il buono,
mi racconto
nuove storie.
Ovunque andrò,
porterò questa  nuova
consapevolezza.
Proverò a tenerla salda.
Proverò anche se sarà difficile
Lontano da te
Ma,
Ovunque andrai,
Con chiunque accanto,
Io viaggero’ accanto a te,
Dentro te.
Vedrò ancora, e sempre
Coi tuoi occhi
Col tuo cuore.

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Selfie in auto maggio 2016

“Comunque andare”
Alessandra Amoroso

Comunque andare
anche quando ti senti morire
per non restare a fare niente aspettando la fine
andare perché ferma non sai stare
ti ostinerai a cercare la luce sul fondo delle cose
Comunque andare
anche solo per capire
o per non capirci niente
però all’amore poter dire ho vissuto nel tuo nome
E ballare e sudare sotto il sole
non mi importa se mi brucio la pelle
se brucio i secondi e le ore
mi importa se mi vedi e cosa vedi
sono qui davanti a te
coi miei bagagli ho radunato paure e desideri
Comunque andare anche quando ti senti svanire
non saperti risparmiare ma giocartela fino alla fine
e allora andare che le spine si fanno sfilare
e se chiudo gli occhi sono rose e il profumo che mi rimane
e voglio ballare e sudare sotto il sole
non mi importa se mi brucio la pelle
se brucio i secondi le ore
mi importa se mi vedi e cosa vedi
sono qui davanti a te
coi miei bagagli ho radunato paure e desideri
Comunque andare perché ferma non so stare
in piedi a notte fonda sai che mi farò trovare
e voglio ballare e sudare sotto il sole
non mi importa se mi brucio la pelle
se brucio i secondi le ore
e voglio sperare quando non c’è più niente da fare
voglio essere migliore finché ci sei tu
e perché ci sei tu da amare
Dimmi se mi vedi e cosa vedi
Mentre ti sorrido io coi miei difetti ho radunato paure e desideri.

Capelli rossi (una donna così…)

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“Come glielo dici , a una donna così, che tu vorresti salvarti, e ancora di più vorresti salvare lei con te, e non fare altro che salvarla, e salvarti, tutta una vita, ma non si può ognuno ha il suo viaggio, da fare, e tra le braccia di una donna si finisce facendo strade contorte, che neanche tanto capisci tu, e al momento buono non le puoi raccontare, non hai le parole per farlo, parole che ci stiano bene, lì, tra quei baci e sulla pelle, parole giuste, non ce n’é, hai un bel cercarle in quel che sei e in quel che hai sentito, non le trovi, hanno sempre una musica sbagliata, é la musica che gli manca, lì, tra quei baci e sulla pelle, é una questione di musica. Lì, tra quei baci e sulla pelle, é una questione di musica.”

A. Baricco

“CAPELLI ROSSI”
Fiorella Mannoia

Sarò come mi vuoi
con gli anni nei capelli
così rossi come il tramonto
così forti come il primo giorno.
Capelli rossi così era scritto
in quella lettera d’amore
da accarezzare con incertezza
da disegnare dentro un cuore
solo per me solo per te.
Sarò come mi vuoi
seduta con le spalle al mondo
cercando un respiro profondo
che mi faccia vincere la vita.
Capelli rossi così era scritto
in quella lettera d’amore
spedita a un’indirizzo vecchio
ma si è fermata nel tuo cuore
la porterò sempre con me.
Sarò come mi vuoi
con gli anni nei capelli
così rossi come il tramonto
così forti come il primo giorno.

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Foto modificata da Gerry (app picsart) Glasgow

Col cuore pieno d’amore

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Aveva freddo, ma si aggirava con un corto abito di lana chiara e le gambe nude, attraverso le stanze di quella casa che le era estranea. Il viso pallido, i capelli lunghi, spettinati e scomposti, dopo l’ ennesima notte senza sonno.
La guardavi e non capivi da dove usciva questa donna ragazzina con le lacrime agli occhi. Col cuore smarrito e pieno d’amore.
Non sapevi come consolarla se non dicendole che l’amore che sentiva era dolore, ma la sua capacità di provarlo era la grandezza, la bellezza e la forza indomita della sua anima.

Lucia


Antonello Venditti “Cosa avevi in mente”

25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne: “Little Anna”

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Immagine da web

Aveva tredici anni, Anna, il corpo lieve, in cui la femminilità era ancora solo un accenno, un incarnato scuro, tanti capelli neri, lunghissimi, che portava sempre legati, sciogliendoli solo la notte prima di dormire.
Bellissima e ancora ignara di esserlo.
A scuola si sentiva a suo agio fra i libri, molto meno tra quelle compagne con addosso l’aria di chi, ormai, si sentiva diventata donna e gestiva, provocatoriamente, quella falsa consapevolezza spendendola in atteggiamenti seduttivi e discorsi che non le appartenevano.
Lei ancora non aveva nemmeno avuto il suo primo ciclo e si sentiva diversa,  strana qualche volta, per quel motivo, derisa e chiamata con un soprannome che suonava gentile, ma era solo di derisione: “little“.
Sfuggiva al disagio tra i suoi libri, nelle lunghe esercitazioni quotidiane col violino che tanto l’appassionava, e in quella scuola di danza classica in cui la sua fisicità era apprezzata e considerata anzi un valore aggiunto.
A casa andava d’accordo con mamma e papà, che avevano capito  la dolcezza e la profondità di quell’unica figlia, e ne cercavano costantemente il dialogo per rafforzarne le sicurezze, e addolcire, con amore sicuro, i momenti di smarrimento della loro preziosa creatura.
In fondo era una adolescente abbastanza serena e consapevole che, tutto ciò che la rendeva atipica, poteva diventare un giorno la sua forza, la spinta propulsoria per una vita che voleva vivere seguendo le sue passioni.
Quel fine settimana mamma e papà sarebbero andati via. Due giorni in un piccolo albergo in Toscana per festeggiare i vent’anni dal loro riuscitissimo matrimonio.
Anna aveva proposto di stare a casa da sola, ma i genitori lo consideravano troppo prematuro e avevano chiesto ospitalità per lei a casa della zii. La sorella di mamma e il marito avevano accettato di buon grado, soprattutto la zia, di dieci anni più giovane di sua madre, che la amava molto ed era diventata una confidente, una sorella maggiore.
Passarono il sabato sera sul divano, come due amiche, mangiando pizza e bevendo coca cola, in tv un film comico che faceva da sottofondo alle loro risate.
Lo zio era uscito…“Vi lascio sole a raccontarvela“, la serata l’avrebbe passata tra partita e amici.
All’una Anna si avviò verso la cameretta preparata per lei, e che un giorno sarebbe stata di quel bambino, o bambina, che gli zii speravano di avere.
Mise il pigiama e sciolse i capelli spazzolandoli con cura, come era sua abitudine.
Si accoccolò sotto le coperte, dopo aver risposto al messaggio di buonanotte dei genitori, e scivolò nel sonno rapidamente.
Fu svegliata da una improvvisa sensazione di freddo…le coperte erano cadute a terra, cercò di raccoglierle ma una mano la bloccò schiacciandola sul cuscino e chiudendole la bocca.
Non le riuscì di urlare e terrorizzata riconobbe a un centimetro dal suo viso quello dello zio che le intimava di tacere e di non muoversi.
Tacque. Paralizzata dall’orrore e dalla paura.
Mani di cui si era sempre fidata, fin da bambina, le stavano rovistando il corpo ovunque, bramose e spietate.
Le scendevano lacrime silenziose, mentre fissava un punto nel buio cercando di fuggire da se stessa e dal suo corpo, sperando tutto finisse rapidamente.
Quell’uomo, cui voleva bene da sempre, non ebbe pena, non ebbe freni, non ebbe ripensamenti.
La profanò ripetutamente  inondandola di un dolore straziante e della sua vischiosa bestialità ritraendosi dopo essersi preso tutto, la sua anima insieme al suo corpo straziato.
Anna continuava a tacere.
Lo zio se ne andò dopo una sequela di minacce.
Albeggiava ormai.
Trafitta dal dolore si alzò, e come un automa tolse le lenzuola sporche dello scempio compiuto.
Le spinse nel suo borsone e aspettò, immobile, di poter fare la doccia.
Alle sette fu sotto l’acqua. Era domenica e in casa nessuno ancora si muoveva.
Si accovacciò per un ora sotto quello scroscio che lavava il sangue ma non puliva nulla.
Sporca. Si sarebbe sentita sporca per sempre.
Alla fine si vestì, si pettinò e uscì nel salone salutando gli zii che facevano colazione. Alla zia che le chiese, in cucina, notando il suo turbamento, cosa avesse, raccontò che le erano arrivate le prime mestruazioni suscitando un gridolino di entusiasmo:
“Sei diventata donna!“.
Spiegò delle lenzuola sporche che avrebbe portato a lavare a casa e disse che se ne andava, voleva passare la domenica ad esercitarsi al violino.
Non la trattenero le proteste della zia che la voleva, almeno, a pranzo.
Prese la sua borsa ci infilò gli assorbenti che la zia le aveva dato e uscì sussurrando un flebile “ciao“.
Il vento freddo di gennaio la investì senza farla tremare.
Camminò verso casa decisa al silenzio.
Non sentiva più nulla; solo il rumore assordante dell’ anima infranta di una bambina cui un animale aveva rubato per sempre la vita.
Una smorfia le deturpò il viso pensando a quel “Sei diventata donna!

“Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere piegato, sterile e domato.” (Eve Ensler)

Quale foto scegliere per la selezione finale “OBBIETTIVO DONNA”?

“Ciao a tutte, 
con un po di ritardo dovuto a motivi tecnici, vi inviamo il link dove è possibile visionare il video che vi vede protagoniste con l’immagine scelta per Womanland. 
Dato il successo che ha avuto il contest, abbiamo deciso insieme a HuffingtonPost Italia di aprirlo su Instagram, se volete partecipare basta che postiate una vostra immagine (altra rispetto a quella già invita) con l’hashtag #womenland e #huffpostitagram e potreste essere (ri) selezionate per la serata conclusiva della rassegna Obbiettivo Donna che si terrà a Officine Fotografiche Roma il 2 aprile dalle 19 con un video che proietterà i migliori scatti arrivati su Instagram. 

Un saluto a tutte, ancora complimenti e… spargete la voce!

Annalisa Polli”

A chi passa di qua… Alla fine sceglierò io, ma si raccolgono pareri su quale inviare. Non ne farò una appositamente.
Tranne quella nell’acqua dove ci sono io sono autoscatti, e, tutte, sono in qualche modo, modificate.

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Grazie, ne metterò altre, forse, tenete presente che io le vedo solo sul cellulare.Pc fuori uso da mesi.
Lucia

Scritto con WordPress per Android

La storia di Ana Paula e della sua ambiguità, la storia di una donna imprigionata in un uomo ma pur sempre donna. Di Andrea Lagrein

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L’AUTUNNO DEL PATRIARCA
(storie di parole e anime oscure)

Il viale indaffarato mummificava il suo giovane corpo all’ombra di desideri da tariffa fissa, su di un marciapiede trasudante storie di sconfitte e d incomprensioni fisiche e mentali, cazzo! Chi sono io, venute da lontano, deserti di oceani attraversati con la speranza nel cuore, lidi di terraferma luccicanti di falsi idoli, ascoltami! Non te ne pentirai, asfalti di agglomerati urbani intrisi di mani bavose, dai dai! Sì così! Dai che sto per venire, durante notti infinite di poche ore, giorni e mesi monotoni e ripetitivi, la noia suddivisa fra un letto e un sedile, la saliva di calzoni sempre differenti, madre de Dios nove o dieci in una sola serata, trenta de boca sinquenta all’amorre siento a cassa mea, uomo o donna a seconda dei loro gusti, gusti di perversioni inconfessate, dal giovincello al vecchio avvizzito passando per il buon padre di famiglia all’insospettabile ingegnere della porta accanto.
Nel suo giovane corpo fasciato dal nulla risiedeva un’anima, una persona con i suoi desideri pensieri sentimenti aspettative dolori gioie tristezze, ignorati dai pellegrini di queste strade, guarda quella! sulle loro alcove a quattro ruote, finestrino abbassato, quanto vuoi amore? e via con la cantilena del listino prezzi, si mercanteggia un po’, e se te lo prendo in bocca io? lo steso tessoro, d’accordo! Sali, la portiera si spalanca, lei sale, il calesse del piacere si rimette in movimento lungo vie muri strade differenti eppure identiche nel gioco di ombre e luci, trasformismo da grande illusionista, come ti chiami piccola? Ana Paula e tu? Lorenzo, sei de Milano? no no vengo da fuori e tu da dove vieni? Sau Paulo Brasill, cazzo che bei posti! Ci dovrò andare prima o poi, che ani tu tieni? trentatre e tu?, venti e uno, sei giovane, già! Tu es sposado? sì! con un figlio, sempre uguali gli stessi dialoghi, doverosa conversazione per ingannare il tempo prima di raggiungere la destinazione dove il suo giovane corpo verrà asperso da una lussuria estranea che non le appartiene, situazione partorita dalla necessità, che cazzo m’importa chi sia questo Lorenzo, è solo lavoro, soldi, per tenere accesa la speranza, la speranza poi di cosa? per poter vivere la propria femminilità interiore senza dover ascoltare ogni notte queste frasi idiote, gera dietro chela machina cossì bravo, una stradina chiusa poco illuminata, lunga teoria di automobili parcheggiate appartenenti a chi di questi problemi non ne ha o forse sì ma non ha importanza, la vettura ferma i fanali spenti, le sue dita ingorde sulla sua coscia annoiata, prema i soldi tessoro, fruscìo di banconote che rapide vengono inabissate nello stivale, scricchiolio del sedile mentre viene reclinato, lei che si stende si sfila gli slip e divarica le gambe, lui che si china ed afferra ciò che impedisce a lei di essere veramente donna, qualche movimento verticale per erigere ancora una volta la sua consapevolezza di essere fisicamente uomo, quindi le labbra e la lingua a inumidire il tormento della sua femminilità nascosta dai lampioni del mestiere ma ben desta sotto quei vestiti da mignotta sudamericana, indifferente al libidinoso con il quale ora si trova, qualche frase per lusingare la lascivia di questo succhiatore di impossibili gocce di latte al silicone, Dio tessoro che boca calda che tu tieni ah Dio cossì cossì gustosso sì, e lui che aumenta il ritmo come spronato da queste parole mentre lei aiuta il movimento con le mani fra i suoi capelli, e la sua destata mascolinità che sta per esplodere, adeso basta tessoro si no vengo, vieni vieni! Mugugna con la voce rotta dal perverso piacere, no puede devo lavorar, lui che si stacca, cazzo! Mi piaceva così tanto, la prosima vuelta me dai de più e andiamo a cassa mea sta bien? cliente dopo cliente le medesime azioni le medesime parole i medesimi olezzi disciolti su volti sempre differenti già scordati alla chiusura della portiera, nudità accettate con indifferenza sotto lune dal sapore aspro.
Seduta su uno sgabello fissava la sua immagine allo specchio, faro inesorabile di dualismi incompresi, facili prede dei cacciatori di spicciole morali assetati del sangue del diverso forti di sentenze decretate da chissà chi e chissà dove, all’ombra di una croce o in un salotto per bene, perseguitati per equivoci genetici e scelte obbligate, ma lei ormai non vi badava più, che cazzo! Di giorno mi sputano addosso di notte cercano i miei baci, che cazzo! Di giorno tracciano svastiche sui miei muri di notte pagano per il mio culo, che cazzo! Di giorno parlano di ghetti per nascondermi di notte visitano i marciapiedi del peccato, il segreto è non farci più caso, seduta su uno sgabello si accarezzava il seno gonfio di chirurgia plastica, illusione di una vagina che non c’è e non ci sarà mai, ma è davvero così importante un buco per determinare la psicologia d’una persona?, sì no, graffiti confusi su membra venute da lontano da baracche da povertà da emarginazione, finocchio finocchio mi gridavano i miei amici nella calura di immondezzai mai sopportati, seduta su uno sgabello lasciava scivolare su di sé il profumo pungente aroma di carezze e baci ricevuti con la stessa indifferenza di quelli dati alle fanciulle delle mie baracche per dimostrare che anch’io cazzo sono uguale a voi, non sono diverso, ma quando poi Isabella prese in mano il mio sesso e lo trovò moscio, quando poi Maria lo prese in bocca e sempre moscio rimase, quando poi Ramona aprì le gambe senza sortire alcun effetto, capì allora che ero immune dall’eccitazione dei miei amichetti e cominciai a cercare altrove la mia identità, seduta su uno sgabello fissava allo specchio la sua trovata personalità, un reggiseno più nero della notte che fascia a stento queste mie tette più tette delle tette della più formosa femmina desiderio di sospiranti mani maschili, velate autoreggenti cingenti queste mie gambe da lamette monouso che fanno invidia a fotomodelle da passerelle copertine cartelloni pubblicitari, rossetti trucchi acconciature da professionista di tacchi a spillo e borsetta ondeggiante, Anna Paula guardava ciò che appariva agli avventori di strade e carezze a pagamento, ma vi era altro oltre all’immagine di mercenaria che contemplava, altro di cui solo io conosco l’esistenza, Cristo! Nessuno s’è mai fermato a parlarmi, nessuno se n’era mai interessato, vogliono solo insalivare o essere insalivati indifferenti a chi sta dietro a questa mia impalcatura, attratti solo dalle pubblicità su due gambe di questi marciapiedi, seduta su uno sgabello si rimirava rimirando la donna che era nonostante la voce tenorile e il grosso uccello, non aveva importanza perché lei si sentiva donna, sì! Sono donna, sì! Era donna perché se lo sentiva dentro, e questo era più che sufficiente.
Cerca di smorzare il tuo livido rancore Garcia, vecchio padre dai dettami radicati nell’alba dei tempi insensibili a cervelli differenti dal così fu così è sempre stato così dev’essere ora, dimenticami se ciò ti fa sentir meglio, vecchio padre frutto di incroci fra i corazzati conquistadores e i nudi indios partorito dalla giusta civiltà sanguinaria giunta all’insegna d’una croce e l’incolta barbarie di genti la cui unica colpa era essere altro, ma dimenticarmi non cambierà la mia natura che così faticosamente sono giunta a comprendere, vecchio padre sempre in cerca d’un lavoro in quell’angolo fatto di catapecchie di lamiera al riparo delle quali sfondavi nostra madre pace all’anima sua per sentirti un vero uomo e farci imparare come si comporta un vero uomo, non entrare che ci sono mamma e papà, sbuffi sbuffi colpi da percussionista volenteroso, ma devo far pipì, vai a pisciare dietro al muro, vecchio padre io andavo a pisciare dietro al muro in strade polverose ricoperte dalla più povera delle povertà, ma quel rumore tambureggiava così forte nei miei timpani che dovevo coprirmeli con le mani del tanto la tua mascolinità sradicava la mia ingenuità infantile.
Stava immobile su quel ritaglio di asfalto che ormai le apparteneva per diritto grazie alle innumerevoli ore notturne trascorse sotto qualsiasi cielo, madido di nuvole e piogge o lindo e stellato, sotto acquazzoni nevicate venti nebbie calure e afosità d’ogni tipo, in una vetrina senza vetro ad attendere il prossimo portafogli, con rossetti al gusto di fragola mela amarena vaniglia per meglio insaporire gli olezzi della cupidigia a buon mercato, il sapore di vecchi rugosi e i liquami di giovani virgulti in cerca del brivido di facile sesso ottenuto senza regali di compleanni anniversari Natali, stronzo! Trovati una ragazza da amare ed essere amato da poter stringere come io vorrei un uomo tutto mio per essere vezzeggiata e coccolata e potergli dare un figlio dal mio grembo e allattarlo al mio capezzolo ma non posso perché Garcia vecchio padre vedendomi appena nata giustamente mi diede il nome di Pablo guarda quanto è maschio questo mio nuovo figlio diceva a tutti mostrandomi nudo non sapendo dello scherzo che il destino gli avrebbe tirato, stronzo! Trovati una ragazza perché lei era troppo maschio per essere una donna, ti posso baciare ti posso leccare ti posso succhiare ma non potrò mai essere la ragazza da amare ed essere amato nonostante tu mi dica ti amo amore mio sotto l’effetto dell’attualità dell’orgasmo compreso nel prezzo, altro giro altra corsa inserisci il gettone e la giostra si rimette in movimento eseguendo ogni tuo desiderio portandoti in quell’inferno mascherato da paradiso preteso dalle banconote che mi hai allungato, rantoli sudori sussulti cosce braccia profumi sovrapposti frasi lusinghiere bugie ormonali liquidi al dettaglio passioni all’ingrosso amori ammortizzati da ammortizzatori dei più svariati modelli di automobili, stronzo! Guardo il tuo giovane volto e provo invidia per quel che tu potresti avere ed io non ho per ciò che non cerchi ed io vorrei ma se vuoi la mia lingua sul tuo cazzo di matricola universitaria va bene dammi i soldi che il mio lavoro è questo, ora ti invidio e provo rabbia ma appena scesa dal tuo carrozzone ti avrò già dimenticato come tutti gli altri, che il suo lavoro era questo.
Si svegliava alle due del pomeriggio stiracchiando le gambe nel lenzuolo azzurro, si guardava nello specchio a muro e contemplava la perfezione del suo giovane corpo femminile i suoi lineamenti delicati e allo stesso tempo provocanti, Dio! Farei impazzire qualsiasi uomo, salvo poi indugiare su quei ventidue centimetri in eccedenza e maledire il giorno in cui Garcia vecchio padre mi mostrasti nudo a tutti esultando per quel maschio che più maschio non si può l’ho fatto io cazzo! È mio, maledetti i tuoi spermatozoi Garcia vecchio padre spermatozoi di vero uomo, uomo che vorrei stringere e fare mio e amare alla luce del sole solo che non puoi Anna Paula al secolo Pablo, ti devi nascondere vai contro natura sei uno schifoso vergognati finocchio finocchio mi gridavano i miei amici anche quando decisi di andarmene e me ne stavo andando, neanche un saluto un sorriso mentre lasciavo alle mie spalle la calura di quel letamaio che non mi capì e non mi accettò, neanche una mano amica o una frase gentile addio Pablo buona fortuna, no! Solo cori di scherno di gente che si faceva forza nel numero e cacciava il diverso in quanto tale perché il diverso fa sempre paura in quanto tale e tu Garcia vecchio padre acconsentisti a tutto ciò, anzi fosti il primo a salire sulle barricate dell’ottusità e a urlare più forte di tutti, vattene schifoso che non ti conosco più sei la mia vergogna madre de Dios uno lavora tutta una vita si spezza la schiena cresce i propri figli come è giusto che debbano crescere perché è sempre stato così e poi si ritrova un finocchio in casa vattene che mi hai spezzato il cuore, e lei abbandonava abbandonata quell’immondezzaio che era l’unica cosa che aveva per andare non si sa dove ma con la speranza di poter essere finalmente ciò che era, ma cara Anna nemmeno all’ombra dell’angolo più scuro del paese più sconosciuto potrai evitare i millenari pregiudizi di menti coltivate con le sementi della piccolezza, cara Anna te ne accorgesti ben presto ancor prima di giungere fra questi asfalti uguali a tutti gli altri che ti desiderano per l’eccitazione del momento fregandosene della tua storia di principessa imprigionata tra i bastioni di una roccaforte maschile.
Baciata dal sole passeggiava solitaria fra queste vie straniere recandosi a fare spese utili ed inutili corazzata di mascara cipria rimmel incurante degli sguardi altrui e dei ghigni di ragazzini allattati alla tetta dell’ovvio, visitando negozi e sfidando la cattiveria di bottegai troppo simili a te Garcia vecchio padre che la gente anche se divisa da migliaia di miglia e secoli di tempi su certe cose è fin troppo unita, Garcia vecchio padre non ti rividi più non so nemmeno se il verme sta indugiando sulle tue fredde carni o se stai ancora ribadendo la tua virilità con giovani fiche visto che nostra madre pace all’anima sua la sfondasti fino all’ultimo e nostro Signore per pietà la richiamò al suo fianco, Garcia vecchio padre andai a San Paolo ed anche lì trovai le stesse difficoltà, solo che trovai anche più indifferenza ed imparai a nascondermi come è giusto che si debba nascondere il reietto, solo che lei non aveva nessuna colpa, che colpa ho se il destino ha fatto in modo che potessi amare gli uomini visto che mi sento donna nonostante la tua fierezza Garcia vecchio padre nell’aver messo al mondo un nuovo maschio che più maschio non si può, colpe non ne hai cara Anna sono colpe altrui che ti vengono riversate addosso in nome di una natura innaturale che non tiene conto dei sentimenti ma solo di ataviche apparenze, e per queste colpe dovrai scontare la tua pena di asfalti brulicanti di indifferenza e piaceri comprati con qualche banconota.
Cara Anna, grida forte il tuo diritto la tua libertà ad essere ciò che sei ciò che vuoi che in fondo non hai mai fatto nulla di male, non ho mai nuociuto a nessuno, esatto dolce Anna ma sei andata contro una tradizione che il maschio è maschio perché fotte la donna con tutta la sua mascolinità e la donna è donna perché viene fottuta da tutta la mascolinità del maschio perché un maschio non può essere fottuto altrimenti che maschio è? E non conta ciò che provi ciò che senti, madre de Dios tutto si divide in fottere o essere fottuti, è così che vanno le cose cara Anna e il tuo seno non ha alcun valore perché quando nascesti Garcia vecchio padre mi mostrò nudo e pianse ringraziando Dio per avergli concesso ancora un altro figlio maschio, che cazzo! Perché il mondo è degli uomini è di chi porta i pantaloni, capisci Anna Paula e Garcia vecchio padre non è il solo a pensarla così e chi ha di queste idee non potrà mai accettarti per quello che sei realmente perché ha orecchie solamente per la tua voce tenorile e occhi solamente per quei ventidue centimetri di virilità, sicché sono costretta a salire in auto con Riccardo e a spalmare di libidine Antonio dai gusti nascosti che questo è il mio lavoro, giusto Anna Paula perché se si continuerà a pensare in questo modo quello sarà il tuo unico solo lavoro.
Cara Anna, dal sapore di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, narrami la tua diversità perché in tutta questa diversità siamo uguali tu io il casellante la barista il lettore di queste pagine perché è la persona con i suoi sentimenti e i suoi pensieri che conta e non le lenzuola frequentate, e allora non ci resta che fuggire scomparire nascondersi dietro un muro una lattina di birra un rossetto una palma una penna con cui annotare le proprie sconfitte e delusioni, cazzo! Garcia vecchio padre si affanna tra la sua normalità e le sue vagine perché madre de Dios sono un vero uomo io e mi ha scacciata, i miei amichetti d’un tempo fra i primi seni e le prime cosce non erano pronti a concepire altri cieli che non fosse il loro e mi derisero, e ora sono qui in auto per l’ultimo mio viaggio su questi viali con l’ultimo cliente di cui già non ricordo più il nome ma non importa perché questo è il tuo lavoro, niente nomi niente volti niente passati solo sesso di pochi minuti scivolato fra una banconota e una sigaretta ritmato da autoradio sempre differenti dalle più svariate colonne sonore mentre mi sfilo gli slip sotto la pressante richiesta di questo mio ultimo cliente sotto un manto di stelle che non conosco e che presto abbandonerò, fuggiamo cara Anna che non ci resta altro, fuggire da tutto e da tutti, dove non si sa, ma è sempre meglio di questo lampione di solitudini ataviche e mentre lui si affanna attorno al mio corpo io penso al biglietto d’aereo che ho in borsa al cielo azzurro infinito, sola e sconfitta ritorno da dove sono venuta, solo e sconfitto rimango in questo mio freddo inverno a cantare la storia di Anna Paula e della sua ambiguità, la storia di una donna imprigionata in un uomo ma pur sempre donna, sì! Sono donna, sì! Era donna perché se lo sentiva dentro e questo era più che sufficiente.

Andrea Lagrein

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