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Portami alla luce

Dolgono le viscere
Ferite da quelle stesse
Che mi han generata.
Uccisa da parole
Di un amore mai stato
Solo nel tuo
Posso rinascere.
Curami questo ventre malato,
Riempimi
Di un amore sempre stato,
Che il grembo mio
Riconosce
Come unico vero.
Fammi gridare
Il dolore
E trasformare il pianto,
Solo le tue braccia
Solo le tue mani
Solo la tua bocca
Solo il tuo sesso
Solo tu hai saputo
Portarmi alla luce.
Chè non solo le madri
Sanno dar la vita.

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Dormirebbe

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Sí, dormirebbe se ci fossi tu. Dormirebbe perché non avrebbe paura. Dormirebbe  perché se ce l’avesse le basterebbe allungare la mano o girarsi a guardarti e si tranquillizzerebbe. Dormirebbe perché respirerebbe il tuo odore.
Dormirebbe perché, se provasse tanto dolore, basterebbe che tu la stringessi e le dicessi che passerà.
Dormirebbe perché non avrebbe più bisogno di sfuggire, nell’insonnia e nella solitudine della sua casa di notte, al costante disagio del viverci ogni giorno. Dormirebbe perché saprebbe di potersi svegliare e non dover sempre decidere da sola quel che deve fare, e se ha le forze per farlo.
Dormirebbe perché si sentirebbe totalmente  al sicuro.
Dormirebbe perché con te a fianco il buio si popolerebbe di magie e non di strani incubi.
Dormirebbe perché scivolerebbe dalle tue braccia al sonno senza timore. Dormirebbe perché non avrebbe null’altro da chiedere che dormirti accanto.

La felicità è…un cappellino

Nel vasto mondo degli accessori femminili la mia passione va, più che a scarpe e borse, a cappelli ed orecchini. Complice il fatto che la mia schiena dopo la gravidanza non mi permette piú tacchi 12, né 10, né 8 e che le borse han comunque prezzi che non mi posso permettere, restano questi due oggetti del desiderio.
Degli orecchini, lunghi e di ogni foggia e colore, vado matta fin da ragazzina ( unico limite il nichel presente spesso anche nei “nichel free”), la passione per i cappelli  (ma anche berretti in inverno) è più recente, ma grande.
Ahimè i limiti economici e le necessità di spese in voci meno “leggere” non mi permettono che acquisti sporadici di questi “beni di conforto per lo spirito” (con gli orecchini è più facile, se ne trovano a pochissimi euro).
Ma poi Qualcuno (sì con la Q maiuscola) decide che ti fa un regalo…e la tua testa dove va? A cercare un cappello da metterci sopra naturalmente.
E ti senti felice come una bimba con un giocattolo nuovo.
Perché la felicità è così, sorprendente, inattesa. La felicità può essere ovunque, e assumere qualsiasi sembianza, anche quella di un cappellino.

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Un amore senza pelle

“La pelle è la nostra ultima barriera…poi c’è il resto del mondo.”
Cit.

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Lo amava di un amore indifeso. Lo amava come non fosse mai stata amata da un uomo
Lo amava come chi è senza pelle, ultima barriera verso il mondo, che lei non aveva più. Scorticata dalla vita.
Lo amava sobbalzando ad ogni tono di voce un po’ diverso, temendo potesse esserci in essa rimprovero, durezza, severità, impazienza…o meno amore.
Lo amava come una bambina. Fiduciosa, col cuore tra le mani.
Lo amava con la passione di chi nel farsi parte del suo corpo trovava completezza. Con desiderio profondo, con la necessità di essere sua totalmente, senza alcun limite, nessun tabù. Almeno in un letto totalmente libera; ma dipendeva dal suo amore e sapeva benissimo che la dipendenza non è un modo saggio d’amare, anni di psicoterapia  l’avevano resa consapevole, ma non le avevano fatto superare quella modalità.
E chi aveva il suo cuore fra le mani poteva farne ciò che voleva.
Lo amava perché le aveva instillato sogni e speranze.
Lo amava perché lui la stava un po’ cambiando e quel cambiamento le piaceva, la rendeva migliore.
Lo amava sapendo che per lui avrebbe fatto qualunque cosa, anche se lui non poteva dirle altrettanto
Lo amava come si ama il regalo più prezioso che si ha tra le mani.
Un regalo che lei non solo non si aspettava, ma nemmeno pensava esistesse.
Lo amava ogni momento.  Pensiero di sottofondo costante della sua vita.
Lo amava come mai nessuno aveva amato.
Lo aveva amato per ultima, ma sapendo che lo amava da sempre.
Lo amava come sapeva fare…forse un modo sbagliato, ma comunque immenso.

É tutte noi, è se stessa, è nessuna…di Lella Costa

“Non cambiare per piacere agli altri.
Chi ti ama accarezzerà le tue insicurezze.
Chi vorrà starti accanto si accoccolerà
alle pieghe della tua anima. Sii te stessa sempre.
Fatti un dono vero, resta come sei.”

Alda Merini.

A chi festeggia, a chi non lo fa.
Comunque con rispetto verso ogni pensiero. Cominciamo col rispettarci, veramente, tra donne.

Lucia

MonDonna

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O troppo alta, o troppo bassa
Le dici magra, si sente grassa
Son tutte bionde, lei è corvina
Vanno le brune, diventa albina
Troppo educata, piaccion volgari
Troppo scosciata per le comari
Sei troppo colta preparata
Intelligente, qualificata
Il maschio è fragile, non lo umiliare
Se sei più brava non lo ostentare
Sei solo bella ma non sai far niente
Guarda che oggi l’uomo è esigente
L’aspetto fisico più non gli basta
Cita Alberoni e butta la pasta
Troppi labbroni non vanno più
Troppo quel seno, buttalo giù
Bianca la pelle, che sia di luna
Se non ti abbronzi, non sei nessuna
L’estate prossima con il cotone
Tornan di moda i fianchi a pallone
Ma per l’inverno la moda detta
Ci voglion forme da scolaretta
Piedi piccini, occhi cangianti
Seni minuscoli, anzi giganti
Alice assaggia, pilucca, tracanna
Prima è due metri, poi è una spanna
Alice pensa, poi si arrabatta

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25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne: “Little Anna”

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Immagine da web

Aveva tredici anni, Anna, il corpo lieve, in cui la femminilità era ancora solo un accenno, un incarnato scuro, tanti capelli neri, lunghissimi, che portava sempre legati, sciogliendoli solo la notte prima di dormire.
Bellissima e ancora ignara di esserlo.
A scuola si sentiva a suo agio fra i libri, molto meno tra quelle compagne con addosso l’aria di chi, ormai, si sentiva diventata donna e gestiva, provocatoriamente, quella falsa consapevolezza spendendola in atteggiamenti seduttivi e discorsi che non le appartenevano.
Lei ancora non aveva nemmeno avuto il suo primo ciclo e si sentiva diversa,  strana qualche volta, per quel motivo, derisa e chiamata con un soprannome che suonava gentile, ma era solo di derisione: “little“.
Sfuggiva al disagio tra i suoi libri, nelle lunghe esercitazioni quotidiane col violino che tanto l’appassionava, e in quella scuola di danza classica in cui la sua fisicità era apprezzata e considerata anzi un valore aggiunto.
A casa andava d’accordo con mamma e papà, che avevano capito  la dolcezza e la profondità di quell’unica figlia, e ne cercavano costantemente il dialogo per rafforzarne le sicurezze, e addolcire, con amore sicuro, i momenti di smarrimento della loro preziosa creatura.
In fondo era una adolescente abbastanza serena e consapevole che, tutto ciò che la rendeva atipica, poteva diventare un giorno la sua forza, la spinta propulsoria per una vita che voleva vivere seguendo le sue passioni.
Quel fine settimana mamma e papà sarebbero andati via. Due giorni in un piccolo albergo in Toscana per festeggiare i vent’anni dal loro riuscitissimo matrimonio.
Anna aveva proposto di stare a casa da sola, ma i genitori lo consideravano troppo prematuro e avevano chiesto ospitalità per lei a casa della zii. La sorella di mamma e il marito avevano accettato di buon grado, soprattutto la zia, di dieci anni più giovane di sua madre, che la amava molto ed era diventata una confidente, una sorella maggiore.
Passarono il sabato sera sul divano, come due amiche, mangiando pizza e bevendo coca cola, in tv un film comico che faceva da sottofondo alle loro risate.
Lo zio era uscito…“Vi lascio sole a raccontarvela“, la serata l’avrebbe passata tra partita e amici.
All’una Anna si avviò verso la cameretta preparata per lei, e che un giorno sarebbe stata di quel bambino, o bambina, che gli zii speravano di avere.
Mise il pigiama e sciolse i capelli spazzolandoli con cura, come era sua abitudine.
Si accoccolò sotto le coperte, dopo aver risposto al messaggio di buonanotte dei genitori, e scivolò nel sonno rapidamente.
Fu svegliata da una improvvisa sensazione di freddo…le coperte erano cadute a terra, cercò di raccoglierle ma una mano la bloccò schiacciandola sul cuscino e chiudendole la bocca.
Non le riuscì di urlare e terrorizzata riconobbe a un centimetro dal suo viso quello dello zio che le intimava di tacere e di non muoversi.
Tacque. Paralizzata dall’orrore e dalla paura.
Mani di cui si era sempre fidata, fin da bambina, le stavano rovistando il corpo ovunque, bramose e spietate.
Le scendevano lacrime silenziose, mentre fissava un punto nel buio cercando di fuggire da se stessa e dal suo corpo, sperando tutto finisse rapidamente.
Quell’uomo, cui voleva bene da sempre, non ebbe pena, non ebbe freni, non ebbe ripensamenti.
La profanò ripetutamente  inondandola di un dolore straziante e della sua vischiosa bestialità ritraendosi dopo essersi preso tutto, la sua anima insieme al suo corpo straziato.
Anna continuava a tacere.
Lo zio se ne andò dopo una sequela di minacce.
Albeggiava ormai.
Trafitta dal dolore si alzò, e come un automa tolse le lenzuola sporche dello scempio compiuto.
Le spinse nel suo borsone e aspettò, immobile, di poter fare la doccia.
Alle sette fu sotto l’acqua. Era domenica e in casa nessuno ancora si muoveva.
Si accovacciò per un ora sotto quello scroscio che lavava il sangue ma non puliva nulla.
Sporca. Si sarebbe sentita sporca per sempre.
Alla fine si vestì, si pettinò e uscì nel salone salutando gli zii che facevano colazione. Alla zia che le chiese, in cucina, notando il suo turbamento, cosa avesse, raccontò che le erano arrivate le prime mestruazioni suscitando un gridolino di entusiasmo:
“Sei diventata donna!“.
Spiegò delle lenzuola sporche che avrebbe portato a lavare a casa e disse che se ne andava, voleva passare la domenica ad esercitarsi al violino.
Non la trattenero le proteste della zia che la voleva, almeno, a pranzo.
Prese la sua borsa ci infilò gli assorbenti che la zia le aveva dato e uscì sussurrando un flebile “ciao“.
Il vento freddo di gennaio la investì senza farla tremare.
Camminò verso casa decisa al silenzio.
Non sentiva più nulla; solo il rumore assordante dell’ anima infranta di una bambina cui un animale aveva rubato per sempre la vita.
Una smorfia le deturpò il viso pensando a quel “Sei diventata donna!

“Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere piegato, sterile e domato.” (Eve Ensler)