Archivio | marzo 2015

Due grandi amori: Stella e il mare

“C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita.
Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa.
Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa ed indaffarata solitudine della città.
Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico.
Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto.”

Josephine Hart “IL DANNO

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Lucia, 8° mese di gravidanza 2010 e Lucia e Stella agosto 2014 a Lignano Sabbiadoro

Il mare è sempre stato un grande amore, nata in una campagna collinosa, pur splendida, dove il verde impera e prevale su ogni altro colore, con all’orizzonte i monti; ma il mio cuore e i miei occhi hanno sempre cercato quiete e riposo negli azzurri grigi del mare, nelle sfumature delle coste sabbiose del nord Adriatico, non certo le più belle d’Italia, ma le più vicine a me, le più “mie”.
In qualsiasi stagione, i suoi colori e i suoi rumori mi accarezzano l’anima, arrivando a commuovermi nella solitudine delle giornate d’autunno, quando l’estate se n’e’ andata, un po’ di sole ancora c’e’, ma le spiagge sono vuote di ombrelloni e turisti.
Per anni ci sono andata a passare 10 giorni da sola d’estate, in un appartamento messo a disposizione da una zia, lasciando sempre perplessi tutti: “Ma non ti annoi da sola”? “Ma non hai paura a star sola?”
Non sono mai stata sola, avevo lui, avevo il mare, il mio amore più grande.
È il luogo in cui mi sono sempre sentita più a mio agio, anche nei periodi più duri è stato un conforto impagabile.
Poi sei arrivata TU, la gravidanza mi ha demolito la salute a tal punto da non permettermi nemmeno quegli 80/100 km per raggiungerlo, né da sola, ne’ con te. Al mare sono riuscita a tornarci, con te, solo con l’aiuto della tua nonna, ma  era diverso.
Non più un’amore esclusivo, ma due amori che si incontravano. Lo ami anche tu il mare, Stella adori l’elemento “acqua” e ne sono felice.
Lo scorso anno ho “tradito” qualche giorno te, per lui.
Siamo stati alcuni giorni soli, io e lui, a ricercare me, a  regalarmi quella solitudine che, costretta a vivere in una casa piccola con te e nonni, per impossibilità economica di stare da sola in un posto solo nostro, mi manca da fare male.
Tu so che capiresti. Molti mi hanno criticata.
Tu sei l’amore più grande, mia figlia, lui quello che mi accogliera’, madre e padre insieme, per sempre.

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Lignano Sabbiadoro, ottobre 2014, autoscatto.

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"Fiducioso abbandono" Lignano Sabbiadoro agosto 2013 foto di Lucia Lorenzon

Marco Masini  “Ci vorrebbe il mare”

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Le mestruazioni più dolorose sono quelle da nascondere

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Immagine da web

È quel giorno del mese. Ti senti debole, hai i crampi alla pancia, inizi a sanguinare, hai voglia di lavarti. Sai che per qualche giorno continuerà così, che succede più o meno ogni 28 giorni… e pazienza. O forse no. 

Chi sei? Dove ti trovi? 
Forse sei nata nella baraccopoli di Dacca, in Bangladesh, hai 14 anni o giù di lì e dove vivi non c’è neanche un bagno dove trovare un po’ di privacy per pulirti. Oppure, se c’è, non scorre mica l’acqua. Ti ci puoi al massimo intrufolare per arrotolare alla meno peggio un pezzo di una vecchia gonna che hai strappato, infilartelo in mezzo alle gambe e sperare che nessuno se ne accorga. E sperare (e questo sì sarebbe terribile) che non si inzuppi o si sposti tanto da macchiarti il vestito sul didietro. 

Al massimo tra qualche ora lo cambierai: dalla vecchia gonna di pezzi ne hai ricavati ben quattro. Cercherai dell’acqua per lavarlo e, se lo trovi, anche un po’ di sapone. 

Non che faccia la differenza, viste le condizioni dei tubi dell’acqua dalle tue parti, pieni di infiltrazioni e che si insinuano fin dentro il fango della fogna a cielo aperto dello slum. 

Che non verrà mai perfettamente pulito già lo sai, quindi tanto vale non perderci troppo tempo, strizzarlo ben benino e poi metterlo ad asciugare. Steso dietro un armadio, appiccicandolo al muro, oppure sotto al materasso, che nessuno lo veda. Anche se, certo, al Sole, col calore, le possibilità di igienizzarlo e impedire che vi si annidino i batteri o le muffe sarebbe un pochino meglio. 

Ma non si può. 

A scuola non ci vai: e come potresti? Neanche a scuola il bagno c’è. E comunque, anche se ci fosse, dove metteresti poi lo straccio insanguinato? E comunque certe volte stai troppo male per uscire di casa: forse avresti bisogno di un analgesico. Solo che in famiglia di certo se c’è qualche soldo in più si usa prima per cose più importanti. Senza contare che, in famiglia, non c’è nessuno che sappia di te e del tuo problema. 

E infatti nella baraccopoli di Dacca del problema non si parla. Quando una ragazzina ha le sue prime mestruazioni, nella quasi totalità dei casi non ha la più pallida idea di cosa significhi. Ne esce terrorizzata. 

È il segno che forse hai fatto qualcosa di sbagliato anche se tu no, davvero, non volevi, e nel dubbio è meglio che non lo dici a nessuno, neanche alla mamma o alle tue amiche: e se poi ti emarginassero? Già sei femmina, e in un paese musulmano. Ci manca solo che dalle tue parti intime esca del sangue. Che vergogna.

Chissà come funziona altrove
Purtroppo dove c’è povertà, funziona spesso così. In Bangladesh come in molti degli slum, dei campi profughi o semplicemente delle zone rurali dei paesi sottosviluppati. Per molte donne del Mondo una manciata di paglia, alcune foglie, qualche pagina di giornale, persino la segatura, la sabbia, la cenere o addirittura il fango possono diventare un assorbente. 

Per la stragrande maggioranza di loro, le infezioni si trasformano in un’inseparabile ombra. A lungo termine, non curandosi, sono in molte a diventare sterili. 

«Con tutte le tragiche conseguenze che il fatto di non essere fertile rappresenta in determinate realtà», ci racconta Manuela D’Andrea, responsabile di uno dei tanti progetti di supporto realizzati da Terre des hommes alle Ong dei paesi più bisognosi, e che ha vissuto per anni a contatto con le ragazze dello slum di Dacca. «Una donna che non può avere bambini è una donna che in alcune società non viene considerata, che non può avere attorno a sé una famiglia», racconta, «e in questi luoghi perdere la salute riproduttiva per colpa di una mancata igiene mestruale significa quindi anche amplificare lo stigma e la discriminazione che già caratterizzano la figura femminile». 

La stessa discriminazione che arriva, in quei giorni, a bandire le donne dai luoghi sacri, a vietare loro l’accesso alla cucina, all’intera casa, o che spinge addirittura a rinchiuderle nei recinti degli animali, come purtroppo avviene in alcune comunità rurali dell’Asia e dell’Africa. Perché sì, la donna mestruata in alcuni punti del Mondo è considerata sporca, impura, intoccabile. 

Parte tutto dalla testa 
Ma cosa pensa di sé una donna che appartiene a queste realtà? Soprattutto all’inizio, nei primi anni del ciclo, spesso non sa cosa stia succedendo al proprio corpo. Le mestruazioni sono un argomento tabù: vanno vissute in silenzio. 

Quel sangue, ed è idea diffusa in molte regioni (per esempio) dell’India, è qualcosa di sporco, forse il segno di una grave malattia. Soprattutto per le più giovani delle ragazze che vivono in comunità di questo tipo. E a volte, le più fragili arrivano persino a togliersi la vita davanti alla paura di aver contratto una malattia mortale. 

Mentre dall’altra parte del Mondo, nello stesso istante, una ragazzina sta magari festeggiando con la famiglia la prima mestruazione, il segno tangibile di un processo naturale, l’ingresso in un’età nuova, tutta da scoprire, quella anche dell’amore. 

Il peso delle conseguenze 
Oltre al disagio e ai lasciti sulla salute, le aree dove le mestruazioni vengono di fatto negate sono anche quelle dove è poi più duro anche il risvolto sociale. Nei paesi dove, per la mancanza di infrastrutture adeguate, sono costrette a saltare la scuola, o addirittura ad abbandonarla definitivamente, le ragazze perdono sin da giovanissime i contatti con le amiche e, in generale, con il mondo esterno alla famiglia. Rinunciando allo studio, finiscono per non avere altra scelta, un domani, se non quella dei lavori più umili. Lavori che però vengono spesso abbandonati con le stesse motivazioni della scuola. 

Finisce così l’idea di una possibile, almeno parziale, indipendenza, che si traduce in sottomissione alla famiglia o al compagno, estrema debolezza sociale, mancato controllo della propria vita. Un vero e proprio handicap che si estende pian piano a tutti gli aspetti della vita.

«Proprio per evitare questa catena di eventi», riprende D’Andrea, «si cerca di intervenire all’origine del problema, cioè sulla trascurata importanza di avere a disposizione i mezzi e un ambiente per rendere le mestruazioni più gestibili per le donne». Ci sono associazioni che distribuiscono assorbenti igienici, per esempio, altre che avviano attività per produrne a basso costo da materiali di riciclo, in modo da renderli più accessibili. Si cerca di spingere sulla costruzione di nuove infrastrutture, come le latrine, così come di sensibilizzare i governi locali a introdurre policy attente alla salute riproduttiva della donna. Anche se la verità è che nei regimi a stampo mafioso come le baraccopoli, iniziative di questo tipo faticano molto a penetrare. 

«In queste realtà il tabù delle mestruazioni è così integrato nella storia e nella cultura che è impossibile pensare di coprire il problema intervenendo solo dall’alto», spiega D’Andrea, «ed è per questo che portiamo avanti anche progetti di supporto socio-educativo che contengano una componente informativa sui temi dell’igiene, dei circuiti della salute riproduttiva e delle problematiche legate allo sviluppo adolescenziale». Progetti dove si ricerca il dialogo con le bambine, dove si cerca di trasmettere l’importanza della pulizia personale, ma anche del segnalare se a livello intimo ci siano eventualmente dei disturbi. Insomma: dove le si sprona a conoscere meglio se stesse e il proprio corpo. «Tanto che è possibile vedere segni di cambiamento anche nelle realtà più rigide come, appunto, gli slum del Bangladesh. E questo fa ben sperare». 

Al Nord del Mondo 
Se tutto sommato quel giorno del mese, quello in cui ti senti debole, hai i crampi alla pancia e inizi a sanguinare, puoi permetterti di pensare: “È solo il ciclo”, è molto probabile che tu appartenga al Nord del Mondo. In qualsiasi supermercato, sia tu a Roma, Londra o Los Angeles avrai una mezza corsia tutta per te, fatta di pacchettini colorati con dentro assorbenti e tamponi interni di ogni forma e dimensione. In più, a casa, la tua scorta di analgesici e tisane rilassanti. E no, molto probabilmente non dovrai neanche saltare la scuola o rinunciare ad andare al lavoro.

Certo, esistono anche qui i casi meno fortunati. Se sei una senzatetto, per esempio, i giorni del flusso potrebbero trasformarsi in un vero incubo, come raccontava in maniera molto intensa Vice  appena un paio di settimane fa. Ma in linea di massima, dal punto di vista pratico, i mezzi ci sono quasi per tutte. Così come, fortunatamente, qui nessuno isola né tratta una donna mestruata come un’untrice.

Ma ti senti del tutto libera dal tabù? O forse ti sei perlopiù adattata a escludere gli uomini da un discorso che in fondo, anche se ti trovi in un paese sviluppato, ancora ti imbarazza? 

Oggi parliamo tantissimo di sesso, e anche di controllo delle nascite e di temi delicati come l’aborto. Ma se ti macchiassi di sangue in ufficio, come la vivresti? Quando cammini verso un bagno pubblico per cambiarti l’assorbente, non lo nascondi forse bene in tasca? Quando all’aeroporto ti fanno aprire la valigia per i controlli, non speri forse che evitino di svuotarti la scatolina dei tamponi? Insomma: anche se parli liberamente di sesso, anticoncezionali e di interruzione di gravidanza, portare allo scoperto le mestruazioni continua a metterti a disagio. 

È discrezione, d’altronde, la parola più utilizzata quando c’è da pubblicizzare una nuova generazione di assorbenti. E non siamo certo propensi a parlare ad alta voce di sangue o sanguinamento descrivendo i giorni del ciclo (perché è così che li chiamiamo tutti, pur di non usare la parola mestruazioni). 

Perché, invece non ne parliamo liberamente, per quello che sono, per quello che è il corpo femminile, lanciando un segnale di apertura anche in nome delle realtà dove essere una donna significa doversi proteggere dalla vergogna con degli stracci mal lavati?

O, forse, pensi che quel goccetto di liquidino blu, fresco, limpido e forse anche profumato che ci propina il mondo della pubblicità, davvero ti rappresenti?

Articolo di Alice Pace

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Cara Lucia piccola,

lucialorenzon

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Cara Lucia piccola,
Vorrei essere stata lí, quando muovevi i tuoi primi timidi passi nel mondo. Avevi paura, ma eri talmente mite e buona che nemmeno palesavi i tuoi disagi, le tue inquietudini, le tue lacrime.
Come un soldatino nascondevi l’angoscia nel tuo piccolo cuore e facevi la” bambina brava”.
Avresti voluto qualcuno che ti abbracciare per farti coraggio, ti lasciasse in pegno una carezza, ma andavi avanti lo stesso, disarmata.
Io ti avrei stretta forte piccola, ti avrei detto che capivo quanto eri coraggiosa,ma che potevi anche cedere alla paura,far la bimba, fare i capricci, ci saremmo parlate, ci saremmo amate e capite.
Sarei stata lì, a tenerti la mano, nelle notti buie in cui la tua piccola anima ,già troppo sensibile, era turbata dall’idea della morte, ma non riuscivi a trovare le parole, troppo adulte,per spiegarlo.
Ti avrei detto mille volte quanto eri bella e brava, come tutti…

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Lucy and roses

“stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”

“Il nome della rosa” Umberto Eco

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“La rosa è più bella quando sta sbocciando, e la speranza è più viva quando sorge dalle paure.”

SIR WALTER SCOTT

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Foto di e con Lucia Lorenzon

Michele Zarrillo “Una rosa blu”

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"Rosa" Foto di Lucia Lorenzon

“Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo.”

William Shakespeare

E un’altra canzone che amo tantissimo:

Sting “Desert Rose”

Quale foto scegliere per la selezione finale “OBBIETTIVO DONNA”?

“Ciao a tutte, 
con un po di ritardo dovuto a motivi tecnici, vi inviamo il link dove è possibile visionare il video che vi vede protagoniste con l’immagine scelta per Womanland. 
Dato il successo che ha avuto il contest, abbiamo deciso insieme a HuffingtonPost Italia di aprirlo su Instagram, se volete partecipare basta che postiate una vostra immagine (altra rispetto a quella già invita) con l’hashtag #womenland e #huffpostitagram e potreste essere (ri) selezionate per la serata conclusiva della rassegna Obbiettivo Donna che si terrà a Officine Fotografiche Roma il 2 aprile dalle 19 con un video che proietterà i migliori scatti arrivati su Instagram. 

Un saluto a tutte, ancora complimenti e… spargete la voce!

Annalisa Polli”

A chi passa di qua… Alla fine sceglierò io, ma si raccolgono pareri su quale inviare. Non ne farò una appositamente.
Tranne quella nell’acqua dove ci sono io sono autoscatti, e, tutte, sono in qualche modo, modificate.

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Grazie, ne metterò altre, forse, tenete presente che io le vedo solo sul cellulare.Pc fuori uso da mesi.
Lucia

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LIEVE E FORTE COME UNA CAREZZA

La carezza di una persona cara, il contatto con qualcosa di morbido culla il nostro dolore meglio di tutti i ragionamenti del mondo.  
Lucien Arréat, Riflessioni e massime, 1911

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Immagine da web

Ho accarezzato il volto di un vecchio sconosciuto, solo, in una stanza d’ospedale vicina a quella di una mia amata zia, di cui per tanto tempo mi sono occupata, fino alla sua morte. Con gli occhi persi guardava fuori dalla finestra, seduto su una sedia, era senza una gamba.
Gli ho poggiato, lievemente, la mano su una guancia; mi ha guardata, sorpreso, poi ha messo la sua mano sopra la mia e l’ha trattenuta, un attimo, pudicamente, con un lieve sorriso, silenzioso. Credo d’avergli fatto un regalo immenso, un gesto fatto d’istinto che gli ha acceso, per un poco, la luce negli occhi.
Mi chiedo quanti anziani, soli, in ospedali, case di riposo, ma anche a casa propria, non abbiano più un contatto fisico che non sia quello dovuto a mere cure di assistenza (lavarli, cambiarli, nutrirli). Ma una carezza, un abbraccio che non abbia altro significato se non tenerezza o affetto… da quanto non lo ricevono?
Il contatto fisico ha un’importanza fondamentale, dice a un essere umano che un altro suo simile è ancora disposto a contaminarsi d’affetto, a scambiare una corrente d’amore, anche con qualcuno il cui cammino volge al termine. Non dovremmo lesinare le nostre carezze su volti in cui la vita ha ormai tracciato tutti i suoi solchi, i nostri abbracci a corpi a volte torturati dal dolore ed altre solo dalla solitudine.
Se riuscissimo, non dovremmo negarli neanche a coloro che ci dicono non sentano più nulla, imprigionati da malattie che sembrano muri invalicabili; non possiamo davvero averne certezza. Ciò che è la nostra essenza, cuore, anima, in qualunque modo la si voglia chiamare, forse può ancora sentire.
L’essere umano è un mistero di cui troppo non conosciamo.
Lo dico per prima a me stessa, figlia di due genitori anziani con cui l’attrito di una vita fa stare fisicamente lontani.
Spero di saper andare oltre, nonostante tutto.
Spero.
Quegli occhi sconosciuti, comunque, non li dimenticherò mai.

_Lucia

Mariella Nava Spalle al Muro (Con introduzione di Renato Zero)

Quando gli anni
son fucili contro
Qualche piega
sulla pelle tua

I pensieri tolgono
il posto alle parole
Sguardi bassi alla paura
di ritrovarsi soli

E la curva dei tuoi giorni
non è più in salita
Scendi piano
dai ricordi in giù

Lasceranno che i tuoi passi
sembrino più lenti
Disperatamente al margine
di tutte le correnti

Vecchio
Diranno che sei vecchio
Con tutta quella forza che c’è in te

Vecchio
Quando non è finita
hai ancora tanta vita
e l’anima la grida
e tu lo sai che c’è

Ma sei vecchio
Ti chiameranno vecchio
E tutta la tua rabbia viene su

Vecchio sì
Con quello che hai da dire
Ma vali quattro lire
dovresti già morire
Tempo non c’è n’è più
Non te ne danno più

E ogni male fa più male
Tu risparmia il fiato
Prendi presto
tutto quel che vuoi

E faranno in modo
che il tuo viso sembri stanco
Inesorabilmente più appannato
per ogni pelo bianco

Vecchio
Vecchio
Vecchio…

Mentre ti scoppia il cuore
non devi far rumore
anche se hai tanto amore
da dare a chi vuoi tu

Ma sei vecchio
Insulteranno vecchio
Con tutta quella smania che sai tu

Vecchio sì
E sei tagliato fuori
Quelle tue convinzioni
Le nuove sono migliori
Le tue non vanno più
Ragione non hai più

Vecchio sì
Con tanto che faresti
Adesso che potresti
non cedi perché esisti
Perché respiri tu

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Evento: Mammacheblog Social Family Day » 8-9 maggio Milano

http://www.mammacheblog.com/socialfamilyday/

mammacheblog social family day

I tempi cambiano e la Rete ancora di più. Abbiamo cominciato nel 2010, in quella che oggi ci sembra un’altra era della comunicazione digitale, in uno sparuto gruppetto di mamme blogger che si incrociavano per la prima volte incerte negli spazi offerti dall’Università Bocconi. Con gli anni siamo diventate tante, abbiamo imparato a conoscerci online e a ritrovarci offline, per abbracciarci e fare ogni volta tante chiacchiere e risate anche dal vivo.

Nel frattempo la Rete cambiava alla velocità della luce: non più solo siti e blog, ma anche social network di ogni tipo e forma, community aperte e chiuse, piattaforme video, market online e la grande rivoluzione del (traffico) mobile.

A seconda di personalità e contenuti che vogliono veicolare, gli attori della Rete possono oggi scegliere come “vestirsi” per esprimersi e vivere online: chi apre un blog e lo coltiva con passione, ma anche chi comunica attraverso un canale YouTube, chi gestisce ad arte la comunicazione sui social ma anche chi fa del proprio “personal brand” il vero punto di forza, chi anima un forum o gruppo su Facebook ma anche chi ha un progetto in cui la comunicazione online è cruciale …

E’ per questo che il MammacheBlog di anno in anno si è trasformato, ampliando lo spazio dedicato alla formazione, istituendo un premio che segnala i migliori progetti in Rete realizzate da mamme (e papà), invitando non solo personalità affermate o emergenti a raccontare la propria storia su Internet ma anche le mamme che muovevano i primi passi online.

Ed è per questo che oggi, a pochi giorni dall’apertura delle iscrizione all’edizione 2015 del MammacheBlog, sentiamo il desiderio di ribadire a chi ci rivolgiamo:

Mamme che usate la Rete per aggregare persone attorno a contenuti, progetti, idee, imprese… insomma, non più solo mamme blogger, venite al MammacheBlog!

Ecco il save the date più atteso dalle mamme blogger e attive in Rete

Il MammacheBlog 2015 si terrà a Milano, venerdì e sabato 8-9 maggio.

Grande novità di questa edizione: la location sarà il prestigioso Palazzo delle Stelline, bellissimo e prestigioso spazio nel cuore della città al via del suo straordinario semestre di Expo 2015.

Come nelle passate edizioni, il  venerdì sarà dedicato alla formazione (con MomClass aperte alle sole blogger), mentre il sabato sarà aperto alla partecipazione di tutta la famiglia.

La giornata sarà come sempre gratuita.

Istruzioni per diventare Mamme Media Partner:
Vuoi essere una Mamme Media Partner e aiutarci a comunicare l’evento? I media partner di un evento sono giornali, riviste, siti, canali TV, … che si fanno partecipi del progetto e mettono a disposizione i loro spazi, per lanciarlo al meglio. In un evento dedicato alle mamme abbiamo pensato che i media partner sono i media delle mamme.

Cosa significa esattamente? Semplicemente che qualunque Mamma che darà notizia sul proprio sito o blog dell’evento MammacheBlog e ce lo segnalerà diventerà una Mamma Media Partner. Il suo logo e il link al suo sito saranno inseriti in una pagina apposita dove saranno elencati tutti gli “amici” che ci hanno aiutato a far conoscere il MammaCheBlog-Social Family day on line.

Non solo. L’8 e il 9 maggio sarà esposto un  pannello che conterrà tutti i loghi delle Mamme Media Partner: un modo semplice ma concreto per ringraziarvi della collaborazione.

I miei problemi di salute mi impediscono di esserci, ma ci tenevo a pubblicizzare questo evento.

Lucia

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