E li chiamano “uomini”?


Prostituta col pancione, i clienti fanno la fila. Slaves No more: «Basta schiave del sesso»
di Roberta Beghini
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TORINO – C’era una volta la fumosa Londra di Dickens, con i vicoli bui e i sordidi bordelli, mattatoio di carne e di anime. Secoli dopo, ci sono storie che sembrano strappate alle pagine di quei romanzi e trasferite nelle squallide periferie delle città contemporanee. Storie di degrado e abiezione, di ordinaria miseria umana. Come quella di Diana (il nome è di fantasia per motivi di sicurezza ndr), vent’anni, rumena, costretta a prostituirsi sotto la luce fioca dei lampioni, tra capannoni dismessi e vecchie officine, in una zona alle porte di Torino, di quelle ormai dimenticate dal mondo. Sì, perché Diana è incinta, al settimo mese, parla pochissimo l’italiano e fatica a chiedere aiuto.

UN’ATTRAZIONE DA SFRUTTARE

Nonostante il pancione ormai evidente, è lì sul marciapiedi tutte le sere, fino quasi all’alba, a vendere scampoli di amore surrogato. Costretta, a suon di lividi e minacce, dai suoi “protettori”.

« Per loro è una miniera d’oro, visto che, proprio grazie al suo stato interessante, li fa guadagnare due o tre volte la tariffa ordinaria. Un’attrazione da sfruttare finché dura, fino a che – spiega suor Eugenia Bonetti, presidente dell’associazione Slaves no more – non sarà in grado di soddisfare le aberranti fantasie: una mamma, poco più che bambina, senza preservativo. Prestazioni non protette che rischiano di infettare con lei e il bimbo che porta in grembo».

IN FILA COME AL SUPERMARKET


Nelle lunghe notti urbane, i clienti fanno la fila, come alla cassa di un supermercato. Un fugace amplesso e via, inghiottiti dall’oscurità, che pare cancellare ogni residua traccia di coscienza. «Di storie come questa ce ne sono tante –  commenta suor Eugenia  – Le prostitute schiave a volte lavorano fino a pochi giorni prima del parto, con turni massacranti per soddisfare le numerose richieste. Per alcune di loro, però, la maternità segna un cambiamento: trovano il coraggio di scappare e anche di denunciare. In molti casi sono proprio i bambini a salvare le loro mamme». Chissà se anche per Diana, intrappolata in un inferno senza angeli né dei, sarà così
.

http://sociale.corriere.it/prostituta-col-pancione-i-clienti-fanno-la-fila-slaves-no-more-basta-schiave-del-sesso/

E poi posti l’articolo su fb e una donna commenta, sì,  negativamente su di loro, ma aggiunge: “però anche lei…”, ” perché a Torino trovi sostegno, ci sono strutture, case d’accoglienza, garantiscono l’anonimato, se accetti a 17 anni di far la prostituta hai la forza anche di uscirne.”
Ecco…le donne che fanno commenti di questo tipo mi fanno cadere le braccia.
Una ragazza, straniera, incinta, minacciata nemmeno sappiamo di cosa, spesso le minacciano non solo personalmente, ma di far del male ai loro cari, madri, fratelli, figli.
Le picchiano, le tengono recluse, le annullano. Meri involucri.
Ci sono donne adulte italiane picchiate quotidianamente dai loro compagni/mariti, che restano anni, a volte fino a rimetterci la vita, in certe condizioni, perche’ sono ormai psicologicamente, emotivamente, soggiogate, terrorizzate, e vogliamo muovere un solo pensiero di critica a questa ragazzina?
L’unica salvezza secondo me è che qualcuno, associazioni, preti, polizia, che so io, vada per strada, la rassicuri, la convinca ad andar via.
Ma ci credo poco.
Povera creatura, lei, e quella che porta in grembo.
E non trovo le parole per esprimere lo schifo, la rabbia, verso coloro che ne usano per i loro laidi piaceri il grembo gravido.
E li chiamano uomini?

Lucia

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