“Con gli occhi stanchi del tempo” ( a pag 97 del libro “UNA FOTO UNA STORIA”)

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CON GLI OCCHI STANCHI DEL TEMPO

È l’alba, mi guardo allo specchio, odio la mattina presto da una vita, ma questo 7 giugno è speciale e l’ho affrontata. Mi guardo allo specchio e non mi piaccio. A dicembre saranno sessant’anni, “ancora una bella donna” è il più comune complimento e, in quell’ “ancora”, c’è tutto.
Io, comunque, bella non mi sono vista mai, nemmeno quando bellissima lo ero e tutti me lo ripetevano. La mia bellezza l’ho negata in tutti i modi possibili, mi ha fatto del male, ha lasciato ferite mai cicatrizzate, ha attirato persone sbagliate. Uno specchietto per sciacalli altro che allodole!
Basta! Esco…devo venire da te…nonostante l’ora, l’aria è tiepida stamane, promette proprio d’essere una giornata come quella dell’anno in cui sei nata tu, un giorno pieno d’estate dopo giorni di freddo che pareva non voler finire più.
– “Mamma, vieni a prendermi la mattina presto, quando sarà finita la festa, andiamo a prenderci un orzo al bar, andiamo a casa, spegniamo i cellulari e stiamo a letto tutta la mattina!”
– «Ma perché, Amore, non ti va di andare coi tuoi amici a prendere il cappuccino o a riposare a casa di Angelo?»
– «No, mami, voglio che venga a prendermi tu, io e te, come quella mattina che sono nata, io e te, sole, nessun altro al mondo. Com’era la canzoncina che mi cantavi sempre di Gianni Meccia? “…in un mattino limpido coi galli che cantavano, coi fiori che sbocciavano sei na-ta-tu!..”
Ecco io voglio che tutto cominci come quel giorno!»
Già…in un mattino limpido…quella vecchia canzone sembra scritta per te “capelli color grano, occhi color cielo sereno”. Tu sei così.
Arrivo al locale.
Strano locale kitsch, arredato in viola e argento, appariscente, caratteristiche che non ti appartengono.
– «Ma c’è buona musica dal vivo, un ottimo catering, la torta la porta Angi da fuori, coi bignè, come piace anche a te, mami». Mi vieni incontro, 1,70 m di incanto, l’aria stanca dopo la notte di festa che ti ha portato via quasi tutto il trucco, e sembri ancora più bella, i tuoi occhi ancor più grandi, ancor più azzurri. Ti sei vestita in nero e turchese.
Essenziale, nessun fronzolo, semplice e luminosa come una Stella.
E Stella ti chiami, quanto felice di aver scelto questo nome per te, contro il parere di chi avevo vicino. Le stelle sono simboli portafortuna, sono punti luminosi nel buio, sono guide. SEI TU.
Un vortice di ricordi…tu, Stella, sei la decorazione luminosa e perfetta in cima all’albero spoglio e scarno che è stata la mia vita.
Non sono stata mai felice. Non sono mai stata in salute, sono arrivata a stare malissimo.
Non sono mai stata amata, senza se e senza ma, da chi mi sarei aspettata. Senza se e senza ma mi hai amata solo tu.
Ero un bimba sperduta nella notte, che temeva di morire, e chiamava una mamma che non sempre arrivava, perché non capiva questo fiorellino fragile che lei, robusto albero, aveva generato. Un albero troppo grande, troppo forte, troppo alto per chinarsi verso quel fiorellino. Lo proteggeva dalle grandi intemperie, ma non conosceva il suo profumo, la sua dolcezza, la delicatezza dei suoi petali.
Crescevo inquieta e sola lungo un percorso a ostacoli, l’alcolismo di mio padre (il nonno meraviglioso che hai tanto amato è ahimè stato un padre del tutto inadeguato e negativo), l’anoressia (la bellezza che mi era stata data in dote ho cercato di cancellarla fino a 39 kg di soli occhi smarriti).
La scuola è stata un po’ la mia ancora, brava, bravissima, eccellevo nello studio, pur riuscendo a mantenere la simpatia dei compagni, aiutandoli in ogni modo possibile.
Non sono però riuscita a finire l’università, stavo troppo male. Anni bui, con accanto un padre affossato nel suo problema, una madre anafettiva, un fidanzato, conosciuto a 15 anni, tanto disponibile dal punto di vista pratico, logistico, quanto incapace di empatia e reale comprensione. A mille miglia dalla mia anima.
E sono cresciuta, invecchiata, passando dall’anoressia alla bulimia, cibo per un vuoto dentro che non si sarebbe riempito mai.
Un vuoto che mi ha fatta innamorare di uomini sbagliati.
Un vuoto che mi ha attirata in un vortice di attrazione chimica, legata ad una schiavitù mentale e fisica, ad una dipendenza olfattiva per la mia follia più grande: tuo padre.
Quattro anni di pazzia che mi hanno portato, nonostante la diagnosi di infertilità,a te.
Non pensavo di farcela.
Sola durante la maternità .
Sola il giorno del parto.
Sola sei nata anche tu, perché ho dovuto partorire con un cesareo in anestesia generale e non ho potuto darti il benvenuta al mondo, toccarti, annusarti, riconoscerti, io, anestetizzata, e tu che te la cavavi benissimo, tosta ed indipendente, fin dal primo vagito.
Tuo padre non c’era, non c’è stato, non ci ha volute.
Le tue figure maschili di riferimento sono state il rigenerato nonno, affettuoso e innamorato perso di te come, di me, sua figlia, mai era stato capace, e Leo, il nostro caro, prezioso, insostituibile, amico Leo che ha tanto voluto bene a me quanto a te, dopo la nascita, e c’è stato, sempre, per noi due.
Ma chi ha i buchi neri nell’anima non li riempie nemmeno con un figlio e ho cercato ancora amore, appoggio, e ho sbagliato, sbagliato.
La mia salute è caduta in un abisso dopo la gravidanza, il mio corpo fragile travolto da un oceano di dolore e disagi fisici da cui i medici non riuscivano a tirarmi fuori e io ho cercato di stare a galla, di non soccombere perché c’eri tu.
Ho cercato di darti calore, amore, coccole, di capirti in ogni modo possibile, ma sono stata molto limitata dalla mia salute e purtroppo ho limitato te.
Tu mi hai amata lo stesso.
Tu, col tuo ottimismo innato, tu che, fin da piccolissima dicevi: «non importa se piove, poi torna il sole.»
E sono arrivata qui.
Non è stata una buona vita.
È stata dura, piena di lacrime, dolore, frustrazioni.
È stata una vita, però, piena di te, dei tuoi occhi azzurri, della tua straripante e dolce vitalità, dei tuoi sorrisi, della tua bellezza.
Una vita che ha valso la pena di essere vissuta solo perché ha fatto la differenza per qualcuno.
La mia vita ha permesso la tua vita ed è questa l’unica risposta ai miei perché.
BUON DICIOTTESIMO COMPLEANNO, STELLA.

Lucia Lorenzon

Questo mio racconto è pubblicato sul libro “Una foto una storia” edizioni youcanprint

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8 thoughts on ““Con gli occhi stanchi del tempo” ( a pag 97 del libro “UNA FOTO UNA STORIA”)

    • Ti ringrazio per quanto mi dici, ma mi sembra stranissimo dare l’idea di.una visione serena della vita.Purtroppo non.ce l’ho affatto Enrico. Ho solo dentro di me, seppur ultimamente un poco sopita, quella ch io chiamo la “Lucia buffa” che in tanti momenti della vita con la sua capacità di “leggerezza” mi ha salvata.
      Un abbraccio

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  1. Dunque Lucia, tu a senssant’anii ed oltre sarai la Stella di stella…perchè tu brilli già adesso, malgradao un interruttore provi a spegnersi ogni tanto, malgrado un generatore (creato dai tanti fili oscuri della tua vita), ha volte dede di “provare” ad non alimentarti. la tua salute è fragile, ed è difficile camminare chi meglio di me lo può sapere?, ma tu sei forte, sei splendida, lo vedo da ciò che scrivi…non arrenderti, perchè Stella ti aspetta per andare a prenderla a quella festa e io aspetto (pur se molto più avanti di te nell’età) di leggere il raccono reale di quel giorno.
    Ti/vi abbraccio (Lucia piccola, Lucia buffa, Lucia grande, La mia Lucia)

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  2. Grazie Paola, per questa fiducia, vedremo come andrà vedremo come riusciranno a cavarsela negli anni che verranno tutte le Lucie racchiuse in me, se riusciranno a creare un equilibrio accettabile, ad avere più forza, meno paura.
    Chissa’, magari te lo racconterò 😉 :-*

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